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La Dda di Milano e la Procura di Lamezia ricostruiscono i traffici dell’immondizia. I crateri «con pareti di spazzatura vicino al mare» e gli incendi nei siti abusivi per smaltire «definitivamente» gli scarti.

«È un business da milioni di euro».

LAMEZIA TERME Rifiuti che giacciono sul terreno al fianco di una buca enorme appena realizzata da un escavatore e pronta ad essere richiusa dopo aver ricevuto i rifiuti.

Il gip di Milano che ha vergato l’ordinanza che ha dato vita all’operazione “Feudo” su un grosso traffico di rifiuti illeciti, definisce «sconvolgente» lo scenario che si presenta davanti agli agenti del commissariato di Lamezia Terme nella Cava Parisi. 


Hanno nomi che richiamano l’ecologia ma di ecologico nell’indagine della Dda di Milano e che ha portato lunedì all’arresto di 11 persone originarie di Campania, Lombardia e Calabria, non c’è nulla.

Quello che si estrae dalle pagine dell’ordinanza di custodia cautelare, vergata dal gip Sara Cipolla, è semmai l’allarmante traffico di rifiuti (anche ospedalieri) che attraversa la penisola e che, tra le varie tappe, conta la Calabria (già segnata da una grave emergenza ambientale) nella quale tonnellate di rifiuti sono stati interrati senza essere trattati in alcun modo, impilati senza alcuno scrupolo in discariche abusive vicine al mare.

Secondo gli investigatori, il disastro ambientale «è impressionante». Senza contare certe forme di smaltimento “definitive” dei rifiuti che si risolvono con l’incendio di capannoni abusivi. 


Ventiquattro viaggi – tutti effettuati tra l’8 e il 28 marzo 2018 – per smaltire 600 tonnellate (almeno) di rifiuti nel sito della Eco.Lo.Da srl di Gizzeria.

La Smr Ecologia aveva contrattualizzato il recupero smaltimento dei rifiuti indifferenziati, attestando che questo avveniva nell’impianto lombardo della società.

Invece i rifiuti finivano «tal quale» in un capannone della Eco.Lo.Da o nella cava Parisi a Gizzeria, in Calabria.


Monnezza smaltita – è scritto in uno dei capi di imputazione – senza che i rifiuti fossero stati previamente avviati al recupero.

Le operazioni di trasporto venivano coordinate da Marco Izzo, originario di Maddaloni, 36 anni, titolare della ditta omonima. Come se non bastasse gli inquirenti, con l’aiuto dei carabinieri e della Procura di Lamezia Terme, hanno scoperto che «l’autorizzazione della Regione del settembre 2016 era intestata al precedente amministratore della società, Giuseppe Lucchino (che non risulta indagato in questo procedimento, ndr), mai volturata al nuovo amministratore Domenico Antonio Sacco.

Secondo quanto riportato in uno dei capi di imputazione a realizzare la discarica abusiva e a gestire illecitamente l’impianto Eco.Lo.Da srl sarebbero stati (in concorso con Domenico Antonio Sacco) Angelo Romanello (nato Siderno e considerato a capo dell’associazione a delinquere) e Maurizio Bova (nato a Locri).

Sempre secondo l’accusa, Romanello e Bova avrebbero attribuito fittiziamente a Sacco l’intero capitale della società, con sede a Gizzeria, che veniva utilizzata per porre in essere svariate operazioni di gestione illecita di ingenti quantitativi di rifiuti. Sacco, scrive il gip, «è soggetto sconosciuto al Fisco».

All’assoluta «mancanza di capacità reddituale e patrimoniale» di Sacco fa da contraltare «l’accertata attività gestoria della stessa (società, ndr) in capo a Bova e Romanello».

«Lo stoccaggio dei rifiuti avveniva in modo totalmente difforme dalle prescrizioni amministrative».


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