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I cavalli di Przewalski, che ricordano le pitture rupestri, vagano nella zona di esclusione che circonda la centrale nucleare. E sono un vero mistero.

Le aree limitrofe a Chernobyl, dove l’uomo è assente da più di trent’anni, diventano sempre più un piccolo concentrato di biodiversità. Nel corso degli ultimi anni, all’interno della Zona di Alienazione – lo spazio dove la presenza umana è vietata data la contaminazione da radiazioni – siano tornate in pianta stabile varie specie animali, alcune delle quali non abitavano più questa regione da decenni.

Le previsioni, al tempo, parlavano di tempi biblici per tornare ad abitare il territorio contaminato, uno dei più altamente radioattivi al mondo, ipotizzando un ritorno degli insediamenti umani solo dopo circa ventimila anni. Oggi però, dopo soli 33 anni la fauna e la flora sembrano riprendere vita in modo stupefacente. Volpi, conigli, e persino il cavallo di Przewalski. E anche gli umani, in molti casi, sono tornati ad abitare la zona, che offre ai meno abbienti case a basso costo, grandi terreni e qualche possibilità di una vita quasi "normale".

Ed ecco che le aree vicine alla centrale nucleare di Chernobyl sono diventate luogo prediletto da un branco di rari equini selvatici: i cavalli di Przewalski.

Gli equini, del tutto pacifici e autosufficienti, avrebbero approfittato di alcune strutture abbandonate dall’uomo – in particolare fienili – dove formare dei branchi di esemplari del tutto stanziali.

Questi esemplari – così chiamati in onore dell’esploratore polacco Nikołaj Przewalski – sono anche conosciuti come cavalli della Mongolia. Rispetto ai classici equini, questi cavalli si caratterizzano per un corpo più tozzo e un’altezza più ridotta, nonché per un mantello bruno solcato da una striscia bianca sul ventre.

Poiché il patrimonio genetico rimane molto simile proprio a quello dei comuni cavalli, sono possibili delle ibridazioni.

I primi avvistamenti locali di questa specie, quasi esclusivamente selvatica, sono avvenuti 15 anni fa, quando all’incirca 36 esemplari sono stati identificati lungo il confine tra l’Ucraina e la Bielorussia.

Nel 2008 questa popolazione risultava raddoppiata e oggi appare stabile nel numero di rappresentanti, tuttavia si tratterebbe di branchi ancora troppo piccoli perché si possa parlare di una vera rinascita.

Sono infatti necessari degli sforzi ulteriori di conservazione, affinché la popolazione possa essere geneticamente differenziata, evitando quindi fenomeni di in-breeding che potrebbero alimentare problematiche varie data dalla scarsa rimescolanza genetica.

Dal monitoraggio tramite fotocamere, installate in punti strategici della porzione bielorussa della zona di alienazione, è emerso come questi cavalli sfruttino i fienili abbandonati sia d’estate che in inverno: nella stagione calda per ripararsi dal caldo e dagli insetti, mentre in quella fretta per ridurre l’esposizione alle temperature gelide tipiche di queste zone.

Le lezioni dei cavalli di Chernobyl

L'introduzione dei cavalli di Przewalski a Chernobyl è stata un caso di adattamento notevole. Da questa storia si possono estrarre diversi osservazioni.

Il caso dei cavalli di Przewalski riflette il fatto che, in assenza di esseri umani, la vasta area di Chernobyl è diventata un rifugio per la fauna selvatica. 

Questo dovrebbe indurci a riflettere sull'impatto della presenza umana sugli ecosistemi naturali. Senza alcuna attività umana in giro, anche con contaminazione radioattiva, la grande fauna sembra prosperare.

Anche altre aree interessate da contaminazione radioattiva, come quella derivata dall'incidente all'impianto di Fukushima-Daiichi (Giappone), o dai test delle bombe atomiche sugli atolli del Pacifico , mantengono un'elevata diversità di fauna selvatica. 

In ogni caso, occorre comprendere meglio i meccanismi che consentono alla fauna selvatica di vivere in aree con contaminazione radioattiva. 

Gli organismi che vivono a Chernobyl sono esposti a meno radiazioni del previsto? Questa esposizione causa meno danni? Gli organismi hanno meccanismi più efficaci del previsto per riparare i danni cellulari causati dalle radiazioni?

Per rispondere a queste domande, abbiamo bisogno di ulteriori ricerche. Si spera di iniziare a lavorare con i cavalli di Przewalski a Chernobyl, cercando di svelare i misteri che permettono a questa specie e a molte altre di sentirsi a casa nella Zona di esclusione... ormai guerra permettendo.

Il fatto che la fauna e la flora, e persino gli umani, siano tornati a conquistare spazio e vivere nell'area di Chernobyl, da un lato è sorprendente: i livelli di radioattività, evidentemente non sono sufficienti a impedire a queste specie di insediarsi e riprodursi in una zona che doveva essere invivibile per molti millenni. Dall'altra invece, come racconta il NY Times,

, le specie animali e vegetali subiscono la radioattività e mostrano grandi incidenze di tumori e deformazioni dovute, con tutta probabilità, proprio all'inquinamento da scorie radiottive.

Non ci sono risposte certe, ma le motivazioni di questa esplosione di vita potrebbero essere due, ed entrambe in una certa misura vere, la radioattività impedisce la vita di animali e piante meno di quanto pensassimo.
Allo stesso tempo questi esseri viventi scelgono le foreste e le campagne intorno all'ormai dismessa centrale nucleare V.I. Lenin non perché siano ideali o perfette per i propri bisogni, ma perché gli insediamenti umani sono pressoché assenti.

E potremmo interrogarci su questo, oltre che sul riconsiderare la coda lunga dei danni delle radiazioni, com'è che l'assenza di insediamenti umani è così attraente per animali come il cavallo di Przewalski?

Una specie quasi estinta, che ripopola proprio questa zona sembra indicare che noi umani, i nostri modelli urbanistici e il nostro impatto sugli ecosistemi, siamo assolutamente insostenibili per un gran numero di specie che abitano il pianeta.

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