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Donne veterinarie: sono il 51,8% della categoria ma penalizzate sul lavoro e raramente raggiungono posizioni di vertice.

Da una indagine dell'ANMVI del 2020, risultato essere soprattutto libere professioniste, titolari di Partita Iva o a regime agevolato/forfettario, e ritengono “irrinunciabile” l’indipendenza economica (95%). Ma giudicano il proprio reddito “insoddisfacente” (44%) e per questo chiedono allo Stato politiche di sostegno economico-finanziario. Soprattutto per la maternità. Questi sono alcuni dei dati emersi da una ricerca condotta dall’Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani – ANMVI* sulla professione veterinaria al femminile, dalla quale emerge una questione di genere concreta e da risolvere.

La maggioranza delle partecipanti (90%) è in attività professionale e il settore prevalente è la medicina veterinaria per animali da compagnia. Ha un’età compresa fra i 30 i 50 anni (il 64% del campione), ha almeno un figlio (48%) e vorrebbe più tempo da dedicare alla famiglia attuale o di origine (70%).

Le veterinarie chiedono di non dover essere costrette a scegliere fra vita extra-professionale e carriera professionale. Dal punto di vista lavorativo si trovano prevalentemente (42%) in posizioni di collaborazione presso realtà societarie o associative delle quali sono ancora poche quelle al vertice come direttrici sanitarie, comproprietarie di quote o titolari (23%). L’80% delle partecipanti non ha mai ricoperto ruoli di vertice in ambito veterinario.

Il 45% delle intervistate si sente a rischio di discriminazione e di violenza di genere

L’88% chiede sostegni strutturali allo Stato più che alle organizzazioni di categoria. Il 51,5% vorrebbe sostegni al lavoro domestico per poter ridurre il carico di lavoro extra professionale. Conciliare il tempo di lavoro con quello extra-professionale è un’abilità che riesce a poche (16%). Solo il 19% auspica una riduzione del carico in ambulatorio. E per il 52% delle rispondenti il tempo da dedicare all’aggiornamento professionale è “insufficiente”.

Quando c’è discriminazione (23% sì, 22% a volte) verso la veterinaria donna, essa proviene soprattutto dai clienti (33%). In generale, la discriminazione è dovuta principalmente a pregiudizi sulle capacità professionali (66%) e alla resistenza culturale a guardare alla donna come al “dottore” e non a una figura ausiliaria.

Raggiunge la significativa percentuale del 45% la quota di intervistate che intravvede un’esposizione al rischio di discriminazione e di violenza di genere. Nei rapporti con i più stretti Colleghi di lavoro, le veterinarie si confermano ben poco influenzate dal genere. Nei commenti liberi, le partecipanti sottolineano come la maternità, in atto o potenziale, sia un fattore sfavorevole nei colloqui di lavoro o per il mantenimento dei rapporti di lavoro. Ma il gender gap, per il 63%, è un problema culturale generale universale che va oltre lo specifico della veterinaria (solo il 15% pensa che la mancanza di pari opportunità per le donne veterinarie dipenda da fattori endogeni della Categoria).

Un 10% attribuisce delle responsabilità alle stesse donne.

* “Essere Veterinarie, essere Donne Consultazione sulla dimensione professionale femminile”- Questionario e commenti liberi somministrato nel periodo settembre- novembre 2020. Rispondenti 2.246 Veterinarie – ©ANMVI 2020

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