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Siamo epifenomeni del contesto che abitiamo

Il cavallo come vettore ecologico deve tener conto delle specificità ambientali, perché ogni territorio è unico e le stesse raccomandazioni non sarebbero adatte a tutte le situazioni se non variandole alle specificità locali, con le loro sfide da superare e opportunità uniche da valorizzare.

Ma un problema è medesimo ovunque ci sia concentrazione di cavalli, quello delle fiande.

Partiamo dal concetto che gli equini sono diventati oggi da prede a partner per molti umani. Questo ha avuto sicuramente delle conseguenze ambientali. Prima che la partnership fosse consolidata, i cavalli erano semplicemente erbivori migranti, come lo sono ancora oggi le cugine zebre, che si spostavano alla ricerca di essenze erbose ed acqua, in territori più o meno ampi a seconda delle risorse disponibili, della presenza di altri erbivori competitivi sulle stesse risorse, o di predatori che si potessero cibare di loro.

L’essere umano inizialmente, per il cavallo, era semplicemente il principale predatore. Le pitture rupestri dei nostri antenati ci trasmettono immagini di caccia che comprendono anche i prototipi di cavalli che c’erano allora. Tra le varie differenze, quella che salta immediatamente all’occhio è la proporzione. I cavalli di allora oggi li chiameremmo pony.

La cattura e allevamento di questi “pony” per la carne e per il latte, documentata da antropologi a diversi millenni anteriori alla nascita di Cristo nel Kazakhstan, ha favorito la possibilità dell’essere umano di studiarne anche impieghi diversi rispetto alla nutrizione, in particolare quella del trasporto di merci e persone, e da lì, nei millenni e nei secoli a seguire, l’esigenza di differenziare il cavallo rispetto al suo uso: cavalli grandi quanto bovini per la carne, robusti per i carri, più leggeri per la velocità, imponenti per la guerra, duttili (come le asine) per il latte e via dicendo, determinando la speciazione e la razionalizzazione in razze in base all’impiego antropico.

Con il passare dei tempi, sono cambiati gli impieghi, e oggi i cavalli sono adibiti prevalentemente a sport, terapia e ricreazione, per terminare le loro vite a carne, la maggior parte di essi almeno, perché l’essere umano quasi mai è così generoso da mantenere questi quadrupedi erbivori anche quando ne ha esaurito l’uso.

Il cavallo allo stato libero sopravvive in poche località e ponendo non poche sfide alla comunità. Laddove sono liberi di pascolare infatti, si pone il problema di quella che viene considerata una crescita di popolazione eccessiva, che va a sfidare la possibilità di sfruttare il medesimo territorio per alimentare gli umani, vuoi tramite l’agricoltura o l’allevamento di “bestiame” da convertire in carne. Questo perché oggi cacciare cavalli selvatici come fossero selvaggina è considerato disumano. Paradossale, considerando che gli stessi cavalli selvatici sono catturati, caricati su camion e spediti al macello regolarmente in tutte le nazioni cosiddette civili. Non è questa la sede per determinare se è più umano sparare a un cavallo selvatico come si farebbe con un cinghiale, trattandolo come selvaggina, piuttosto che catturarlo, separarlo dai suoi cari, fargli vivere un viaggio infernale in camion per terminare la sua vita in un impianto di abbattimento tecnologico.

Il punto qui è che - oggi - in nessun paese al mondo è permesso ai cavalli di crescere e riprodursi a piacimento, invadendo territori per ampliare le proprie possibilità di foraggiamento e diffusione.

L’essere umano è tutt’oggi il principale quando non unico predatore dei cavalli. Ne decima sistematicamente il numero, utilizzando i cavalli a carne. Siamo dunque il principale nemico dei cavalli, e come spesso accade nelle faccende umane, c’è l’altro lato della medaglia, il suo opposto: il cavallo è considerato, subito dopo cane e gatto, il miglior amico dell’essere umano.

Da questa amicizia nascono i problemi di antropizzazione dei cavalli che abbisognano di essere gestiti in scuderie per facilitarne l’impiego da parte degli esseri umani.

Non appena sono nate scuderie, maneggi e stalle, comunque le si voglia chiamare, fondamentalmente luoghi di gestione intensiva dei cavalli (laddove per estensiva si intende il pascolo), è nato il problema di gestione delle fiande.

Questo problema era sentito anche in passato nelle concentrazioni urbane, o antiche città. Tanto è che appena si è passati alla motorizzazione, i cavalli sono spariti dai contesti urbani. Erano considerati, del resto, una delle fonti di sporco, puzza e malattie. All’epoca non è che ci fossero i servizi igienici in ogni casa, e alle deiezioni dei cavalli, si aggiungevano anche quelle umane da smaltire. Gli ambienti quanto più erano concentrati tra persone e animali, tanto meno erano salubri. E l’aspettativa di vita, di persone e animali domestici, non era ampia quanto quella odierna.

Quando si dice essere nella merda significa affogare nei guai, oggi come allora.

Il problema dunque di smaltire le fiande permane nella concentrazione di cavalli: stalle, maneggi, scuderie ed affini e richiede approcci particolari, dalle letamaie, al trattamento dei cumuli perché non generino troppi parassiti, non offendano l’olfatto ed altro, al loro prelievo e smaltimento secondo l’uso consentito.

Il problema delle fiande non va sottovalutato, perché può generare conflittualità tra vicini e creare nemici intorno alla gestione dei cavalli. Prima dunque di stabilire una concentrazione di cavalli, occorre pensare a come si risolverà il problema delle deiezioni.

In natura i cavalli non amano stazionare dove defecano e, se soggiornano abitualmente su uno stesso terreno, tendono a creare delle pile di fiande che sono anche un modo per marcare il territorio. Quando il cavallo è in gestione naturale, si può apprendere dall'etologia equina a guidare le abitudini del cavallo a farla sempre nello stesso posto, per agevolare la pulizia del terreno e la rimozione delle fiande. Come farlo. Si può cercare di emulare l'esempio dei cavalli selvatici. Innanzitutto, occorrerebbe partire da un recinto indenne, cioè pulito e asciutto. Osservare se c'è un posto preferito in cui il cavallo fa le sue deiezioni nel recinto e non rimuovere immediatamente tutte le fiande, ma accumulare le deiezioni di 3 o 4 giorni le une sulle altre per fare una pila.

Se il posto scelto dal cavallo non è quello ottimale per la rimozione frequente delle fiande, occorre spostare la pila di fiande in un'altra posizione e sperare che vada bene al cavallo. Se il cavallo capisce che nella data posizione potrà depositare le sue fiande, facendovi contenti, e oltre tutto gliele rimuoverete abitualmente, perché la pila sia sempre agevole, continuerà ad andare lì, facilitando il compito dell'igiene del fondo che è fondamentale sia per l'estetica che per la salute, e dunque per il benessere vostro e del cavallo.

E' possibile addestrare il cavallo a farla sempre nello stesso punto? Sì. Ci sono persone che hanno addestrato i cavalli addirittura a farla nel secchio.

Questo tipo di addestramento richiede una relazione autentica con il cavallo, molto tempo qualitativo passato con esso, affinché al cavallo interessi accontentare il compagno umano e ricevere un premio per la propria "prestazione". Ricompensare il cavallo con uno snack equino naturale (ad esempio pezzo di mela o carota), ogni qual volta la fa nel posto giusto, può consolidare il comportamento. Il che significa passare molto tempo in compagnia del cavallo per essere presente quando deve defecare. 

Quello che va assolutamente evitato, invece, è tenere il paddock sporco e lasciare che il letame si accumoli facendo diventare in poco tempo il recinto un posto lugubre e pieno di fango, con cavalli sempre sporchi e infettati dai parassiti.

Certo, al cavallo piace rotolarsi a terra, e questo può avere una funzione protettiva del mantello da insolazioni e parassiti. In natura non si rotola però nelle proprie feci fresche, che i parassiti li attirano e non li allontanano. Insomma, c’è fango e fango.

Quello di un paddock mai pulito non solo nuoce ai piedi del cavallo, indebolendo lo zoccolo, ma è deleterio per i cavalli anziani, in quanto stabulare in luoghi umidi è tra le cause dello sviluppo di patologie come artriti o artrosi, o concause per il peggioramento. Infine, non permette ai cavalli di sbarazzarsi dei parassiti, né esterni né interni, che traggono energia per il proprio sviluppo e diffusione proprio dalle fiande mal gestite.

Anche ammesso che il bagno di fango una tantum (dipende da che fango) possa far bene, l'una tantum non coincide con l’abluzione forzata perché non c'è alcuna zona del recinto che sia asciutta e salubre.

I piedi, le articolazioni, l'intestino dei cavalli abbisognano di luoghi puliti e asciutti.

Per fare contenti i cavalli che vogliono rotolarsi per sgranchire la schiena, si potrebbe costruire una "stazione per le capriole equine", fatta da un'area contenuta da un dislivello tipo piccolo scalino e riempita di sabbia.

Senza sottovalutare il fattore estetico, perché ciò che è gioia per gli occhi, lo è anche per lo spirito. Tenere un cavallo bene, fa bene anche al suo proprietario. Quale persona gioisce a vedere cavalli che affondano nel fango fino ai garretti?

L'alimentazione non andrebbe posta vicino alla pila di letame e neppure direttamente a terra. Un'attenzione all'igiene, in gestione naturale, richiederebbe idealmente la messa sul posto di mangiatoie. Possono essere anche dei semplici contenitori capienti e non ribaltabili che separano l'alimento da terra. A cosa serve utilizzare questi dispositivi?: a) a diminuire lo spreco di fieno; b) a diminuire l'utilizzo di vermifughi per liberare l'intestino del cavallo dai parassiti; c) a diminuire l'ingerenza da parte del cavallo di polveri sottili, terra, sporcizia; particole che possono divenire causa, concausa o complicanza di colica intestinale.

In definitiva la cura dell'igiene - che passa anche dalla rimozione attenta delle fiande laddove il pascolo non sia sufficiente all'autosmaltimento - deve essere considerata terapia preventiva, cioè la base per la salute del cavallo, la salubrità dell'ambiente, e l'estetica ecosostenibile.