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- Pratiche sostenibili per la gestione del cavallo -

La missione di questo post è quella di dare informazioni pratiche che incoraggino chi ha cavalli a sostenere scelte compatibili con la tutela animale e ambientale.

Per chi ama la natura, e crede in determinati valori, il pascolo, come sistema di gestione del cavallo, potrebbe essere la soluzione ideale. Consente all'animale di stare all’aria aperta, di muoversi da solo senza il bisogno che l'umano ogni singolo giorno abbia l'obbligo (morale) di fornirgli la movimentazione per il benessere e può rappresentare un risparmio in costi di gestione, sia per l'alimentazione che per altri fattori. Purtroppo non sempre è possibile.

Il pascolo deve essere "arginato" per evitare sconfinamenti in terreni altrui, quando non randagismo equino, che può diventare causa di pericolo pubblico se il cavallo peregrinando attraversa strade e provoca incidenti.

Il pascolo va dunque recintato e, se dentro vi soggiornano più cavalli, di più persone, con bisogni differenziati, piuttosto che nessuna esigenza riproduttiva, va da sé che il terreno possa essere suddiviso in più appezzamenti custoditi, chiamati paddock, forniti di ricoveri chiusi su almeno tre lati e accesso all'acqua. Le modalità di recinzione sono costituite da diversi materiali, che possono essere studiati per adattarsi al contesto.

Quello che era il pascolo a questo punto non lo è più. E' diventato un recinto.

Del resto, abbandonare cavalli incustoditi, su terreni demaniali aperti allo sconfino, è vietato e quindi chi vuole mettere il cavallo in gestione naturale deve procurarsi i diritti sul fondo e provvedere alla custodia degli animali.

Non che, messo il cavallo al paddock, si sia esaurito il compito di gestione responsabile e in benessere, tutt'altro. In poco tempo quel recinto, a meno che non consista in un minimo di ettaro a cavallo, diventerà un terreno desertificato, pieno di infestanti, fangoso d'inverno e polveroso d'estate, mettendo a rischio la salute se non la sopravvivenza dei cavalli che lo abitano.

Il problema che si riscontra più spesso è quello di eccesso di equidi per superficie calpestabile che porta a impoverimento del terreno e sua incapacità di rigenerarsi.

Il cavallo rientra tra le specie che degradano rapidamente il pascolo.

Tra calpestio con zoccolo duro e strappo dell'essenza erbosa raso terra, tendenza a non mangiare dove si sporca, inclinazione a scegliere certe essenze e non altre, nonché la mole di erba di cui abbisogna un cavallo al giorno per soddisfare la pancia, si può stare certi che anche il paddock più rigoglioso, se sotto dimensionato rispetto alle esigenze nutrizionali dei cavalli ivi contenuti, in men che non si dica si trasformerà nel deserto dei tartari nella stagione secca, e in una pozza di fango a cielo aperto nella stagione umida.

L'unico modo per ovviare a tutto questo è una buona gestione degli spazi. Se non si ha a disposizione sufficiente spazio perché tanti cavalli possano vivere veramente d'erba, il che sarebbe il top del naturale, si potrebbe scegliere di avere meno cavalli. Non sempre il più equivale al meglio. Si può pensare anche ad allevamenti di pochi animali, specialmente se si tratta di un possesso a titolo personale – amatoriale diremmo - e non di reddito.

In alternativa, laddove lo spazio è quello che è, e bisogna accontentare più cavalli, occorre non solo occuparsi della pulizia del fondo, onde evitare che il paddock sia equivalente a una letamaia, ma anche pensare a sistemi di foraggiamento del cavallo che separino l'alimento dal suolo, per evitare che il cavallo abbia da ingerire sabbia, terra o inalare polveri sottili potenzialmente tossiche, come può accadere se il fieno viene lasciato a degradarsi sparso a terra. Occorre ricordarsi che esistono, infatti, anche le coliche da sabbia e che queste sono più frequenti quanto più il cavallo passa del tempo su fondi sabbiosi inalando polveri sottili.

Inoltre, occorre sapere che l’uso improprio di antiparassitari e vermifughi, somministrati erroneamente in modo preventivo, ed escreti con le feci in forma ancora attiva, corrisponde ad un azzardo per la biodiversità del suolo. Certe medicine assunte dal cavallo hanno una persistenza lunga nell’ambiente, si parla di molti anni, ed è per questo che cavalli che fanno certi farmaci sono esclusi (in base alla normativa europea) per sempre dalla macellazione, in quanto i biologi hanno sancito che le loro carni sono potenzialmente tossiche per gli umani. Anche le loro feci – dovremmo desumere - non sono stallatico certificabile come “biologico”. Quelle deiezioni, secondo studi di agricoltura biologica e biodinamica, sono capaci di uccidere insetti, intossicare pesci di acque dolci, sottoporre specie a mutazioni genetiche.

Tutto questo ci interessa o ci dovrebbe interessare? Se la risposta è sì, si può affrontare la gestione naturale del cavallo con un occhio anche all'ecosisistema, prendendo in considerazione non già solo il binomio persona-animale, ma la triade persona-animale-ambiente nelle loro reciproche relazioni di causa ed effetto.

In particolare, dovremmo tenere conto che tutto quello che gira intorno alla gestione del cavallo incide anche sulle piante, sottobosco, cotico erboso, fauna terricola e selvatica, falde acquifere, con le quali il cavallo convive e interagisce.

Per non rovinare irrimediabilmente un pascolo bisogna prevedere una capienza adatta per il numero di cavalli ivi contenuti e delle rotazioni o turnazioni dei recinti. Le rotazioni prevedono anche la risemina e la turnazione di colture erbose, ad esempio.

La turnazione ha diversi vantaggi: permettere la ricrescita delle essenze erbose, il controllo delle piante infestanti, di mantenere bassa la carica parassitaria, controllare stagionalmente l'accesso alle piante per evitare che - essenze che danno fermentazione (che possono causare laminiti o coliche) - vengano ingerite in eccesso nella loro stagione di maggiore fertilità, la primavera.

Si può ridurre l’uso di antiparassitari effettuando un monitoraggio dei parassiti e intervenire con antiparassitari mirati che hanno un minor impatto ambientale evitando le molecole a largo spettro. Per fare ciò, basta esaminare le feci anziché fare il vermifugo preventivo senza curarsi se il principio attivo è quello idoneo alla tipologia di vermi che parassitano il cavallo.

L’uso della medicina non chimica come base (e il ricorso alla medicina allopatica solo se è strettamente necessario), possono divenire parte integrante del modello ecologico di gestione del cavallo. I rimedi fitoterapici o omeopatici sono sostanze che lasciano residui biocompatibili con l’ambiente, in cui si dissolvono rapidamente, senza causare effetti collaterali nocivi a lungo termine.

Perché scegliere di transitare verso una gestione più naturale, spendendo tutto il tempo necessario per un graduale superamento dell'allevamento intensivo? Oltre al fatto che si otterrà di far vivere il cavallo in maggiore benessere psico-fisico, con risparmio in spese veterinarie, possiamo considerare anche i vantaggi che tutto ciò avrà sulla psiche del proprietario.

Concediamo agli altri la libertà che siamo disposti a concedere a noi stessi.

E' profondamente diseducativo per la persona pensare che una creatura vivente possa essere contenuta in spazi molto piccoli, intensivi, solo per la comodità di prelievo/deposito del detentore dell'animale (il cavallo non è un oggetto!), senza preoccuparsi delle ricadute etiche, di benessere ed ambientali.

Certo, il cambiamento a una gestione ecologica del cavallo richiede tempo, studio, approfondimento, ma ne vale la pena per il cavallo e anche per la persona che gestisce il cavallo, che imparerà che la felicità è un bene condiviso e non ci possono essere contentezza e socievolezza vere nel tenere conto solo dei propri bisogni egoistici.

Se, in questo cambiamento, si riesce a riconoscere il diritto anche dell'ambiente, per un rapporto a tre, si è al top del principio di consapevolezza ambientale che è una delle sfide moderne più importanti per la sopravvivenza dell'intero pianeta in benessere da consegnare alle generazioni venture.

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