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Roberta Ravello

(Tempo di lettura: 7 - 13 minuti)

Tutto inizia e tutto finisce con un cavallo, animale capace di incarnare opposti, sin dalla notte dei tempi. Nelle varie mitologie collegate al cavallo, egli incarna da una parte, quando si fa unicorno, la spiritualità e l'innocenza, e dall'altra, nell'immagine dello stallone oscuro, il vigore fisico e sessuale. Se quindi il cavalcare rappresenta una delle espressioni di vita, se quella energia è bloccata, può esserci da una parte la malattia, dall'altra una sublimazione dell'energia sessuale in arte.

Il cavallo in psicologia, arte e letteratura

Molte sono le similitudini tra il cavalcare e l’atto erotico in una prospettiva analitica. Dal punto di vista della psicanalisi, non è indiffererente il termine comunemente usato: “montare”, che non prelude solo all'equitazione, ma è un termine usato anche nell’accoppiamento tra animali. L’idea del cavaliere che possiede e gestisce sotto il suo potere il cavallo, sottomettendolo, può esumare quel desiderio sia di comando, dal punto di vista conscio, sia di libertà, dal punto di vista inconscio. Secondo lo stesso Freud, dunque, il cavallo può diventare espressione di un'energia erotica che chiede di essere espressa. La cavalcata può essere il mezzo tramite il quale la persona si permette di provare nel mondo interno immaginario quelle emozioni erotiche che, per timore o rispetto delle convenzioni sociali, nella vita si nega. L'energia che trasmette il cavallo è anche solare, espressione di potere e competenza. A cavallo, l'individuo è sollevato da terra, vince le sue paure e si può sentire competente a gestire forze oscure anche laddove, nella vita concreta, si può sentire fragile e piccolo, impotente a gestire la complessità della vita. Per questo il cavallo è utilizzato in terapia per vincere paure e rafforzare l'autostima. Ancora una volta, può rappresentare metaforicamente degli opposti: la malattia (se represso o regresso), e la cura (se sublimato).

Kafka, tutto inizia e tutto finisce con un cavallo

Uno degli aspetti su cui si concentrano maggiormente i biografi di Kafka è il suo rapporto con le donne. Poiché non si sposò mai, c'è chi ha scritto che ha vissuto casto tutta la vita, e chi ha scritto che era avvezzo ai bordelli e a pratiche sadomaso. Se non si riuscirà mai a far luce sull'esatta natura dell'identità sessuale di Kafka, quello su cui concordano molti studiosi è che non fosse timido con le donne come erroneamente creduto per decenni. Egli non si legò mai sentimentalmente, secondo molti per timore di essere inadeguato dal punto di vista sessuale, secondo altri perché temeva di perdere la propria libertà con l'amore e il matrimonio.

Di Kafka sappiamo per certo che visse profonde relazioni amorose almeno epistolari. Con la fidanzata storica Felice Bauer tessé un epistolario di oltre ottocento pagine (tutte di Franz a Felice) in cinque anni di tormentata relazione (1912-1917) e qualche sporadico incontro. Non diversamente andò con Milena Jesenská. Un epistolario a stampa di oltre trecento pagine che copre tre anni (1920-1923) di altrettanto tormentata relazione, e due soli fugaci incontri.

Secondo molti critici, i Diari e le Lettere di Kafka, pubblicati postumi, indicano abbastanza chiaramente che - fatta eccezione per il costante rimuginare sulla sua scrittura, le questioni che tormentarono Kafka per la maggior parte della vita erano di natura sessuale, ma è impossibile andare oltre e spiegare post mortem ciò che lui stesso non ha saputo o voluto spiegare in vita se non attraverso metafore criptiche.

Kafkiano, aggettivo per denotare qualcosa o qualcuno che è inspiegabile e perennemente contradditorio, come un cavallo che racchiude in sé la duplicità estrema di innocenza e peccato.

La trama del racconto: "Un medico di campagna"

La storia segue passo passo la vicenda di un medico condotto operante in un paesino di campagna che vive con una domestica di nome Rosa.

Il buon dottore riceve una chiamata urgente, deve pertanto correre per andare ad assistere un malato; ma l'unico cavallo che ha è morto proprio la sera prima, così la sua cameriera di nome Rosa viene mandata a chiederne uno in prestito ai vicini: torna però poco dopo a mani vuote. Nessuno vuol rischiare uno dei propri cavalli per un viaggio in una notte dal tempo disagiato.

Improvvisamente, dal porcile in disuso da anni appare uno stalliere che gli fornisce immediatamente una coppia di cavalli straordinari. Brevemente, lo stalliere appare subito ambiguo, ma il dottore sembra non avvedersene più di tanto, preso dal senso di colpa di dover andare dal paziente malato. Lo stalliere fa partire la carrozza con dentro il dottore, ma lui non sale, per avere tempo e modo di insediare Rosa con la forza.

Il medico giunto dal paziente lo trova inizialmente sano. Solo successivamente si rende conto di una ferita seminascosta sul fianco destro. Il dottore si mette immediatamente all'opera per medicarla e disinfettarla dai vermi che già vi brulicano. I cavalli cercano di avvisare il dottore che il tempo passa, ricordandogli il destino che è stata costretta a subire Rosa, ma la madre del malato lo costringe a giacere nudo con il figlio.

Solo dopo aver assicurato il ragazzo che la ferita non è mortale gli è permesso fuggire. S'allontana in groppa ad un cavallo, con l'altro e la carrozza ancora agganciata che gli van dietro. Ma la strada del ritorno pare esser molto più lunga di com'era all'andata; i cavalli sono esausti, il medico è condannato a vagare solo in un deserto di neve.

Capisce d'esser stato ingannato!

L'analisi del testo, le metafore e la corrispondenza con la vita dell'autore

Nell'analisi fatta da molti critici, mettendo in sinastria il racconto e l'epistolario di Kafka con le fidanzate platoniche e la sorella, il medico condotto è un testo autobiografico per Kafka, che descrive la sua percezione di malattia mentale nei confronti del sesso.

Così il racconto apre: "Ero in grande imbarazzo: c'era un viaggio urgente da fare; un malato grave mi attendeva in un villaggio distante dieci miglia; un fitto nevischio riempiva tutto lo spazio esistente tra me e lui; avevo una carrozza, leggera, dalle ruote grandi, proprio come ci voleva per le nostre strade di campagna; avvolto nella pelliccia, con la borsa degli strumenti in mano, me ne stavo già nel cortile pronto per la partenza; ma il cavallo, mancava il cavallo".

Il cavallo e la sua mancanza segnano nel testo l'elemento narrativo delegato a rappresentare tale energia in tutta la sua potenza: la ferita originaria insanabile.

Due cavalli e uno stalliere poi lo portano a incontrare la ferita:"Percorsi ancora una volta il cortile; non mi riusciva di trovare alcuna soluzione; distratto, tormentato, urtai con il piede la porta sconnessa del porcile che già da anni non serviva più. La porta si aprì oscillando sui cardini in qua e in là. Ne uscì un fiato tiepido e un'aria come di cavalli. Un uomo, rannicchiato in quel basso stanzino, mostrava il suo viso aperto, dagli occhi azzurri. "Devo attaccare?", mi domandò avanzando carponi. Non sapevo che rispondere e mi chinai solo per vedere chi ci fosse ancora nella stalla. La domestica mi era accanto. "Non si sa mai quel che si ha in casa propria", disse, e ridemmo entrambi.
"Olà fratello, olà sorella !" gridò lo stalliere e due cavalli, due bestie dai fianchi poderosi, si spinsero, uno dopo l'altro, con le gambe strette al corpo, piegando le belle teste come cammelli, facendo forza soltanto con il tronco, fuori dell'apertura della porta, e dai loro corpi si sprigionava un denso vapore"
.

Lo stalliere assume nel racconto il valore di "doppio" che stupra l'oggetto d'amore possibile, rendendolo perso per sempre al medico. Anche Rosa in questo senso porta una ferita, sulla guancia, lasciata dallo stalliere, e da quel momento dovrà bastare a se stessa, perché il medico non farà più ritorno a lei. Il linguaggio della metafora dispone di un referente nel reale, l'androgino, che ha entrambi i sessi, come la ferita del giovane paziente sul fianco destro, che appare come una cavità sessuale, e ha il corrispondente femminile nella ferita sulla guancia di Rosa.

La ferita però è il luogo da dove sgorga la malattia mentale. Così, della malattia, Kafka scrive a Milena Jesenská:  "Tu dici, Milena, che non comprendi. Cerca di comprenderlo chiamandolo malattia. È una delle tante manifestazioni patologiche che la psicoanalisi crede di avere scoperto. Io non la chiamo malattia e credo che la parte terapeutica della psicoanalisi sia un tremendo errore. Tutte queste cosiddette malattie, per tristi che siano, sono manifestazioni di fede, sforzo dell'individuo per rimanere ancorato a un qualche territorio materno".

Le lettere di Kafka alle amanti platoniche, soprattutto, aiutano a interpretare la malattia come circuito regressivo, di un uomo immaturo nella sua virilità, perché la sua essenza è lesa da un rapporto difficile, sia con il materno, sia con il paterno, probabilmente. A Milena, Kafka scriveva tra l'altro: "Sono malato di mente, la malattia polmonare non è altro che lo straripare della malattia mentale".

Questa malattia mentale impedisce a Kafka di avere una relazione convenzionale con una donna, che termini in un matrimonio e nella genitorialità. Così non riesce a congiungersi con l'amante epistolare Felice che, tra un fidanzamento e l'altro, giace con altri uomini che non lo potranno mai sostituire non essendo alla sua altezza come potenza emotiva, dice Kafka all'amante platonica, come per Rosa lo stalliere non riuscirà mai a far dimenticare la figura del medico.

In un medico di campagna la malattia affiora in tutta la sua ineludibilità. Il medico ad un primo sguardo non riesce a vederla: "il giovane è sano, la circolazione del sangue è un po' scarsa, la madre premurosa gli ha dato un po' troppo caffè, ma è sano e bisognerebbe buttarlo fuori dal letto con uno spintone".

La ferita diventa poi visibile grazie all'intervento delle donne del racconto - la madre e la sorella del malato, che sono figure castranti per il ragazzo. Lo tengono a letto con una ferita sul fianco brulicante di vita. La stessa madre, una volta curata la ferita, impedisce al medico di lasciare la casa, e procede a spogliarlo e infilarlo nel letto con il figlio, nonostante fuori i cavalli chiamino che è tempo di tornare da Rosa.

Anche il ragazzo, come prima lo stalliere, diventa un doppio del medico, un doppio di Kafka, nel suo sentimento di castrazione. 

"E vengono i familiari e gli anziani del villaggio e mi spogliano. Un coro di scolari col maestro in testa sta davanti alla casa intonando una melodia molto semplice con queste parole:
- Spogliatelo e sanerà. Se non lo fa, ammazzatelo! Non è che un medico, non è che un medico.
Eccomi spogliato; con le dita nella mia barba, la testa piegata da una parte, guardo tranquillo questa gente. Mi sento perfettamente calmo e superiore a tutti, e lo rimango anche, benché non mi serva a niente perché già mi prendono per la testa e per i piedi e mi mettono nel letto. Verso il muro, dalla parte della ferita mi mettono. Poi tutti se ne vanno dalla camera; la porta viene chiusa; il canto cessa"
.

La ferita per poter rilasciare il medico, necessita di un contatto tra il suo corpo e quello del malato e indica forse l'istinto omosessuale di Kafka e la difficoltà psicologica a vivere la sua sessualità nel contesto storico e sociale che gli appartengono, in cui una differente identità sessuale non poteva essere vissuta alla luce del sole. La porta infatti viene chiusa e tutto il rumore cessa.

Negli epistolari Kafka scrive:  "La ferita ai polmoni è soltanto un simbolo, come tu affermi, il simbolo della ferita, la cui infiammazione si chiama Félice". Ma Felice è solo una musa letteraria, non una donna che lui si preme di possedere nella vita reale. E non perché lei si nega, ma perché lui non vuole arrivare a dare un senso di normalità al rapporto, preso come è dalla sublimazione artistica e filosofica nel cercare di bastare a se stesso.

Lo svelamento del senso paradossale della malattia come tentativo di ritorno a una totalità avviene nel racconto per gradi, partendo dalla mancanza iniziale del cavallo, allo svelarsi della ferita femminile sul fianco, all'impossibilità di tornare da Rosa, perché un cavallo oramai stanco e privo di forze lo porta in giro nudo, in una notte gelida e senza fine.

Anche alla malattia di Kafka, la tubercolosi, non c'è rimedio. Ed egli nel suo epistolario la definisce malattia spirituale, contraddicendo i dettami dell'epoca, che erano contrari alla psicosomatica. Del resto se il medico non riesce a vedere la ferita, non può curarla. La ferita è nascosta, nella psiche, e porta con sé un'esigenza di sublimazione, tipica negli artisti, per ritrovare un'identità unitaria, quindi è incurabile. 

Ogni risposta porta a una nuova domanda e ad ulteriore incomprensione, nel tipico narrare Kafkiano. Mentre il dottore è trattenuto dalla ferita, il suo pensiero è con Rosa, che forse sarebbe stata la cura. La ferita sembra fatta apposta per riferirsi alla differenza sessuale: “Sono venuto al mondo con una bella ferita; era tutto quello che mi era stato fornito." La soluzione non c'è.

Così la ferita del tema natale, dopo aver rappresentato la base di una identità sessuale differente, si chiude con la completa perdita di identità da parte del medico che ha risposto alla chiamata "fatale", portando al massimo dell'espressione il tema di mancanza iniziale del cavallo, ovvero di una differente identità sessuale.

La chiusura del racconto: "In questo modo non tornerò mai a casa; la mia florida clientela è perduta; un successore mi deruba, ma senza profitto, perché non mi può sostituire; nella mia casa fa da padrone lo schifoso stalliere; Rosa è la sua vittima; non ci posso neanche pensare. Nudo, esposto al gelo di questa maledettissima epoca, su una carrozza realmente esistente, tirata da cavalli irreali, vado attorno vagando, povero vecchio. La mia pelliccia penzola dietro la carrozza, ma io non la posso raggiungere, e neanche uno fra la gentaglia inquieta dei pazienti muove un dito. Sono stato ingannato! Ingannato! Una volta dato retta al falso allarme del campanello notturno… non c’è più rimedio".

E proprio questa lotta interiore tra immaginazione prolifica e realtà disumana è la misura della grandezza e dell’originalità di Kafka. La sua arte si esprime in una fantasia visionaria, al limite dell'allucinazione e nella fede che, solo nella dimensione del sogno, si può interpretare la vita. Il suo stile viene definito irrazionalismo, ma non c'è niente di più reale del pensiero dell'impossibiltà della vita di realizzarsi positivamente, perché ognuno porta le sue ferite originarie, dalle quali è costretto a patire, pur senza colpe.

*Per approfondire una revisione di Kafka mettendo in relazione gli epistolari e Un medico di campagna, si può leggere, tra l'altro, Kafka (VII Prague Interpretation Colloquium) "The Power of Analysis and the Impossibility of Understanding: Lessons from Kafka" April 21st-23rd 2017, Prague, del professore universitario di filosofia e letteratura barocca Gregg Lambert.

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