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Insieme alla trasformazione generale nelle relazioni uomo-animale nelle società occidentali, i ruoli e i significati del cavallo sono cambiati in modo significativo negli ultimi anni anche in Italia.

  • Nella società pre guerra, i cavalli erano ancora utilizzati in agricoltura, sivicoltura, trasporti, corse, lavoro, in campo militare. Il loro destino ultimo accettato era la carne.
  • Nella società contemporanea il cavallo è utilizzato prevalentemente nello sport, turismo, terapia e come animale da compagnia. Il loro destino ultimo contestato è quello a carne.

Questo cambiamento riflette la tendenza crescente nella società occidentale a tenere gli equini principalmente per scopi di compagnia e di svago.

Nella casistica degli animali da compagnia la morte è soggetta alla cultura dominante, ed è governata da regole, codici, idee e valori di un popolo.

Quale animale è accettabile di uccidere e come questo possa avvenire legalmente è una equazione culturale, oltre che soggetta a normative.

Se fino agli anni 50 la morte di un cavallo non era argomento di pubblica commentazione, non era oggetto di indagini di sanità pubblica, o della magistratura, ben diverso è il clima oggi che si respira in Italia.

La morte di un cavallo per sport, corse, palii, carrozze turistiche, durante il "lavoro", diventa oggetto di pubblica commentazione, di denunce-querele, di interventi di forze dell'ordine, indagini e anche condanne, se quella morte non è considerata lecita o accettabile, se era evitabile, se è frutto di negligenza, dolo, eccesso di sofferenza.

Il tema della morte di un cavallo sulla scena pubblica, in un concorso, in un palio, in un ippodromo, in una piazza o villa in cui il cavallo lavora trascinando turisti in carrozza, oggi si mescola con questioni emotive, etiche, economiche e pratiche.

In passato era impensabile che la morte di un cavallo potesse diventare una questione socialmente, giuridicamente e politicamente rilevante. Cosa è cambiato? La percezione del cavallo nella nostra società.

Il cavallo come pet

Oggi il cavallo è sempre più visto come il terzo pet degli italiani, dopo cane e gatto. L'attenzione che è rivolta al singolo cavallo come amico, compagno, fonte di empatia o di colpa è diventato oramai sentimento nazionale.

La relazione emotiva con il cavallo ha assunto una dimensione morale pubblica, che implica che la sua morte può essere vista come danno per la comunità, che si indigna per le modalità con le quali quel decesso è avvenuto.

Questo traduce la volontà di un popolo che il cavallo possa vivere il più felice, a lungo, sano e libero da possibili sofferenze, fino a morte naturale.

La trascuratezza che può cagionare una morte improvvisa, inaspettata, giudicata moralmente ingiusta, di un cavallo, si equivale oggi a quanto potrebbe succedere se muore un cane per un maltrattamento, essendo quell'animale giuridicamente riconosciuto come pet.

Il cavallo della società urbana italiana è sempre più percepito in questo modo come un animale da compagnia, poiché molti proprietari di cavalli da diporto vedono il proprio equino come individuo non macellabile.

Benché vi sia un ritardo normativo in Italia a legiferazione delle tutele per il trattamento dei cavalli NON DPA, non macellabili, la società è emotivamente pronta a includerli nei pets, contrariamente alle esigenze dell'industria che si muove attorno ai cavalli.

Emotività e strumentalità si intrecciano e spingono i confini della normativa nazionale in merito, visto che la morte di un cavallo oggi può diventare un fatto pubblico.

Sebbene la macellazione sia una pratica quotidiana e una questione pragmatica per la maggior parte degli allevatori di cavalli in Italia, la società non lo accetta più, specialmente quando la morte riguarda cavalli in anagrafe non macellabili e adibiti ad attività che hanno una visione pubblica (ippodromi, concorsi, palii e giostre, attacchi turistici di piazza).

Destinare quei cavalli alla macellazione, o il fatto che possano morire prematuramente per pratiche sbagliate, e nella sofferenza, richiama il concetto di immoralità che ha origine da una serie di credenze popolari e dal cristianesimo.

Vige ancora un editto papale contro l'ippofagia

Nel 732 arrivò una sanzione con bolla papale, mai revocata. La carne di cavallo resta dunque l'unico cibo fino ad ora proibito per i cattolici, e anche gli anglosassoni protestanti ne aborrono il consumo, così come gli islamici. Il cavallo è sacro in più religioni.

La carne di cavallo non è "mangiabile" perché moralmente corrotta per i cristiani, per i protestanti e per i mussulmani.

Eppure i cavalli finiscono ancora al macello. Questo conflitto di interessi si vede molto bene nei paesi in cui il cavallo non si mangia, ma si esporta per la macellazione, come USA e Polonia. O in paesi come il Regno Unito, dove i cavalli sono macellati in stabilimenti che producono carne solo per pets, non per umani. O in Italia, dove in cavalli registrati come non macellabili finiscono abitualmente nella macellazione.

L'etologia equina come imput alla tutela giuridica del cavallo

Comprendere i cavalli in modo empatico e verbalizzare il loro punto di vista è la base di tutta la nuova etologia equina per la doma dolce e per gli impieghi dei cavalli rispettosi dell'individualità dell'animale e quindi "privi di crudeltà".

L'antropoformizzazione degli animali deriva sia dal recente aumento della conoscenza scientifica sia dalla visione romantica della natura caratteristica delle società occidentali moderne.

Il cavallo è oggi percepito sempre più come un compagno, simile all'uomo, che fa delle scelte e vuole lo stesso genere di cose degli umani (acqua, cibo, una casa, sicurezza, affetto, una collocazione non precaria, la pensione a fine carriera lavorativa, i diritti legali soggettivi, la rappresentanza sindacale).

Ciò che un tempo era accettabile nel trattamento del cavallo, oggi è diventato socialmente inaccettabile. A essere contestato, almeno dai gruppi più estremisti, è anche il rapporto di servitù presunta del cavallo in determinati impieghi che il cavallo non avrebbe scelto. Il cavallo non sarebbe stato creato, secondo costoro, per servire l'essere umano, e non avendo prestato "consenso informato" per il dato impiego, quell'imposizione dovrebbe essere abolita (riferito ad esempio agli attacchi turistici di piazza).

La durata della relazione come parametro di etica

Ancora oggi nel mondo del cavallo alcune relazioni durarono più a lungo, altre sono più brevi. Per alcuni impieghi il cavallo è cambiato frequentemente (ad esempio nell'ippica).

L'impiego a tempo determinato, senza certezza per il poi, è sempre più contestato nelle società occidentali.

Questo ha portato in alcuni paesi più avanzati, a veri programmi finanziati per il post carriera agonistica. Ad esempio lo stato di Vittoria, in Australia, stanzia 25milioni l'anno per la riabilitazione dei purosangue a fine carriera, perché abbiano una seconda vita negli impieghi equestri o come animali da diporto o affettivi. Simili programmi strutturali di ricollocamento ci sono anche in UK, USA e altri paesi occidentali e sono la base per l'accettabilità sociale delle corse di cavalli.

La breve durata del rapporto e della relazione è contestata anche negli sport equestri. L'unica relazione non contestata è quella "fino a morte naturale". Un cavallo è per sempre, come un cane o un gatto, è il payoff delle campagne stampa animaliste moderate per la tutela giuridica incrementale del cavallo come pet.

La naturalizzazione del cavallo come ideale da seguire

Un'altra delle enfasi dei gruppi animalisti più estremi, è l'idea naturalizzata del cavallo. Il cavallo andrebbe liberato. Non sarebbero ammessi ferri, selle, imboccature. Il cavallo dovrebbe vivere nel modo più simile possibile al suo cugino selvatico, senza servire l'uomo in alcun lavoro o sport.

Il cavallo è indicato come animale senziente, dotato di proprie emozioni e sentimenti e di volontà e quindi con diritto a scegliere il proprio destino.

Quale destino sceglierebbe il cavallo se potesse parlare, "dipende però dall'interprete".

Il cavallo da sella come faro di una società in cui il cavallo è un pet

Nella cultura contemporanea del cavallo da equitazione, lo scopo del cavallo è quello di fornire compagnia e opportunità atletiche al proprietario. Alcuni cavalli da sella vivono nelle stalle del proprietario a casa, mentre molti sono tenuti nelle stalle in affitto (maneggi), dove il proprietario paga per la cura del cavallo e di solito visita l'animale semplicemente per cavalcare. Queste pratiche variano anche in intensità, con alcuni proprietari che trascorrono quasi tutto il loro tempo libero con il cavallo, anche se non vive nel cortile di casa. Molti proprietari di cavalli non possono immaginare la vita senza il loro cavallo, poiché è diventato parte della loro routine quotidiana prendersi cura del cavallo e cavalcare, l'animale è considerato a tutti gli effetti un membro della famiglia.

Per altri proprietari, l'opportunità di competere nell'equitazione è la motivazione principale per mantenere un cavallo. Benché si tratti di una relazione strumentale, questi individui non sono insensibili al destino del cavallo. La relazione con lo specifico cavallo può finire, ma il cavallo secondo costoro avrebbe comunque diritto a continuare la propria vita altrove. Questo è alla base della scelta di escludere il cavallo atleta dalla macellazione, fin qui è arrivata l'Italia, senza però poi specificare su quali basi dovrebbe reggersi economicamente la vita del cavallo uscito dal circuito competitivo, se nessuno si offre spontaneamente per acquistare o ricevere gratuitamente quel cavallo.

Pur con tutte le contraddizioni e le domande lasciate senza risposta, il destino del cavallo in Italia è segnato da una richiesta di tutela incrementale in un processo incontrovertibile che assimila sempre di più il cavallo sportivo, agonista, lavoratore e da diporto, come pet, non come animale agricolo.

Tutto questo si base anche sulla non controvertibilità in Europa, ad oggi, della destinazione anagrafica di un equino non macellabile. Un equino registrato come non destinato al consumo umano non può cambiare di destino in un atto di compravendita o di cessione. Questo perché gli equini non destinati a carne fanno trattamenti sanitari legali solo per pets, a protezione dei consumatori di carni, e per tanti dei farmaci in uso non esiste un "tempo di sospensione" scientificamente validato.

I miti sul cavallo alla base della sua concezione morale

Al di là della registrazione anagrafica, il divieto di mangiare carne di cavallo e di considerare impura la carcassa del cavallo sono probabilmente dovuti sia alle credenze popolari sia alle tradizioni cristiane. Nei racconti popolari il cavallo è emanazione degli dei, cavalcatura di divinità, mediatore tra vivi e morti.

L'unicorno è la cavalcatura della vergine. Secondo il bestiario medioevale, l’unicorno è un animale velocissimo e imprendibile, unico modo per catturarlo è quello di attirarlo con la presenza di una vergine, allora egli si accovaccia e rimane mansueto e immobile. Sempre secondo le convinzioni medioevali, il sangue di Unicorno può rendere immortali. 

Benché l'unicorno non esista, l'animale reale che gli è più affine è il cavallo, esso stesso portatore di "salvezza". Il cavallo è l'animale più utilizzato per "salvare umani". Viene impiegato per ogni genere di terapia, e gli vengono attribuiti significati e poteri che vanno molto oltre le evidenze scientifiche e sono frutto di convinzioni emotive e culturali.

Il cavallo è specchio dell'anima. Perché non può esserlo un altro animale? Non c'è nessun trattato scientifico che attribuisca al cavallo questa esclusiva di poter interloquire con la coscienza umana. Essa è semplicemente frutto di millenni di socializzazione tra le persone e il cavallo e delle significanze culturali che si sono assommate nell'animale nella cultura occidentale.

L'eutanasia come morte moralmente più accettabile della macellazione nei paesi anglosassoni

In uno degli ultimi rapporti sul destino dei cavalli nel Regno Unito, si legge che oltre il 75% degli equini termina la propria vita con la morte assistita, come condizione per scampare il macello.

Esiste però una tradizione di enti di beneficenza per il salvataggio dei cavalli in tutti i paesi anglosassoni, per cui sono molti i casi di cavalli non idonei e indesiderati che trovano una nuova collocazione tramite l'adozione, scampandoli da eutanasia o macello.

Quando un cavallo muore non al macello, la carcassa deve essere portata in un impianto di smaltimento ecologico. Poiché molti proprietari desiderano avere un posto dove ricordare i loro cavalli e portare fiori nelle loro tombe, in molti paesi occidentali ora è possibile far seppellire i cavalli nei cimiteri per animali domestici o cremarli in un impianto per animali domestici in modo da conservare le ceneri.

A volte la morte di un cavallo è causata da un incidente o da una malattia. Spesso la situazione emerge inaspettatamente, senza che il proprietario abbia tempo per prepararsi alla perdita. Il dolore causato dalla perdita di un cavallo è descritto da molti che lo hanno vissuto come il lutto per la morte di un familiare.

Nei paesi anglossassoni è nata la figura del consulente terapeutico che accompagna il proprietario del cavallo nella morte del proprio equino e lo aiuta a rielaborare il lutto. Queste figure sono nate, professionalmente, dopo che sono emersi casi di cronaca di sucidi di persone a seguito della morte accidentale del loro cavallo. Questo è possibile solo in culture dove il cavallo è vissuto come compagno di vita e la sua perdita prematura lascia vuoti difficili da colmare.

La domanda se continuare o meno la vita di un cavallo disabile, o malato, richiede in quelle culture un'assistenza specifica. Sono diverse le associazioni animaliste nei paesi angloasassoni che offrono il servizio di consulenza e assistenza nella dipartita del cavallo. Il proprietario può prendere in considerazione l'eutanasia del cavallo se non può più tenere l'animale, o se il cavallo non riesce nelle competizioni nel modo previsto. Quando il cavallo invecchia, il proprietario deve decidere se gli sarà permesso di vivere fino alla morte naturale, oppure se questo per una pluralità di motivi non è possibile.

L'eutanasia viene discussa principalmente nel contesto del benessere equino ed è vista come parte della cura dell'animale, e quindi una questione morale. Coloro a favore generalmente ritengono che ai cavalli non dovrebbe essere permesso di vivere se sono malati, feriti o semplicemente troppo vecchi e deboli, e se il loro proprietario non è in grado di assisterli e mantenerli in queste circostanze.

Tra gli argomenti pro eutanasia, c'è l'esperienza soggettiva del cavallo. La qualità della vita contrapposta alla sua quantità è l'argomentazione utilizzata in quelle culture dove l'eutanasia opportunistica del cavallo è normata e legalizzata.

In questo discorso l'essere umano si identifica con l'equino. Dietro c'è la questione morale di preservare la vita ogni volta che è possibile, ma paradossalmente c'è il rischio di colpa nel caso in cui l'animale soffra, o possa soffrire di più se viene ceduto incautamente , rischiando di finire in mani negligenti, da commercianti di equini per la carne, o da persone che avrebbero la volontà, ma non hanno né la competenza, né le risorse economiche, per tenere decorosamente un equino.

Il punto sull'eutanasia equina in Italia

In Italia l'eutanasia opportunistica del cavallo non è ancora accettata come nei paesi anglosassoni. Mentre i proprietari a sfavore della macellazione aumentano, non c'è soluzione per il fine carriera, e i cavalli continuano ad andare anche illegalmente al macello. Questo dualismo deriva dal fatto che la questione dell'eutanasia eseguita dal veterinario a casa, rispetto alla macellazione al macello, non è affrontata né dalle istituzioni, né dalla veterinaria, né da parte delle lobby industriali sui cavalli.

La questione della macellazione dei cavalli come fine opportunistica privilegiata in Italia divide i proprietari di cavalli, ma lo spartiacque non è sempre se la macellazione sia accettabile o meno. Il problema principale è lo stretto rapporto emotivo con il cavallo del proprietario, che differenzia questo animale dagli altri della sua specie. Le persone non vogliono mangiare il proprio cavallo, né vorrebbero che fosse macellato, ma non possono o non vogliono più mantenerlo, e quello che succede dopo che lo hanno consegnato ai commercianti, non vogliono o non pensano che li riguardi.

La macellazione dei cavalli è talvolta considerata più etica che venderli a buon mercato o cederli gratuitamente. Molti dei commentatori a favore menzionano i vantaggi di avere cavalli macellati, ad esempio una riduzione della quantità di carne equina importata, che è stata associata a problemi di benessere degli animali. Di conseguenza, alcuni proprietari preferiscono la macellazione, anche illegale, piuttosto che affrontare la spesa dell'eutanasia.

D'altra parte, le dichiarazioni contro la macellazione dei cavalli sono molte, così come le esperienze di seppellimento o di eutanasia dei cavalli. Se a suggerire l'eutanasia è lo stesso veterinario, la cosa è considerata mentalmente più facile da affrontare, specialmente se c'è la possibilità di seppellire il cavallo a casa.

Nonostante le restrizioni, molti proprietari che hanno terreni ampi, hanno la possibilità di far seppellire il proprio cavallo nel cortile legalmente, con le apposite autorizzazioni sanitarie. Altri non si procurano l'autorizzazione e si arrangiano lo stesso con questa soluzione. 

Se il veterinario non è d'accordo, e non accetta che la transizione della responsabilità per la morte dell'animale venga trasferita dal proprietario a un professionista, indicato dalla legge come la persona in grado di decidere se è fattibile, etico e legale, la questione si complica. Non esiste in Italia un albo dei veterinari a favore e uno degli obiettori di coscienza.

Chi desidera che anche in italia l'eutanasia equina sia semplificata come nei paesi angloasassoni, sostiene che per i cavalli essere soppressi dal veterinario è più facile, perché l'animale non può rendersi conto di ciò che sta accadendo. Il cavallo è in un ambiente familiare, vede gli altri cavalli, si addormenta ed è tutto finito senza dolore. Al contrario, portare il cavallo nel mattatoio spaventa l'animale e gli provoca stress. Questo stress viene trasferito alla carne come ormoni dello stress; qui l'argomento morale ed empatico è rafforzato utilizzando un argomento strumentale.

Un modo per scampare sia l'eutanasia sia la macellazione potrebbe essere il ricollocamento. Quello fatto in proprio, o tramite associazioni di tutela, benché queste non godano di finanziamenti pubblici o da parte dell'industria del cavallo come altrove, esiste anche in Italia, ma non soddisfa la domanda dei cavalli in esubero.

Conclusioni

La morte del cavallo in Italia è un concetto che lega insieme aspetti economici, morali, politici e di costume. Promuovendo un certo modo piuttosto che un altro di affrontare il fine vita degli equini, i responsabili politici, le associazioni di tutela e l'industria equina, trarrebbero vantaggio dalla comprensione dei significati culturali e delle pratiche storiche sulla morte del cavallo. Poiché le questioni economiche, emotive, morali e strumentali legate all'eutanasia e alla macellazione non sono omogenee e dirette, una soluzione semplice non è possibile.

Considerando i legami emotivi che le persone hanno con i cavalli, la politica e le istituzioni dovrebbero essere le prime, e non lo sono, a fornire un quadro più chiaro e semplificato per le decisioni individuali legali circa il fine vita di un equino.

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