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(Tempo di lettura: 2 - 4 minuti)

Quella tra la malavita organizzata e i cavalli è una morbosa storia d'amore che rischia di impestare ippica ed equitazione se fuori controllo.

Si aggirerebbe intorno al miliardo di euro l'anno il fatturato da scommesse illegali sulle corse clandestine dei cavalli per le cosche criminali, secondo gli ultimi rapporti sulle eco e zoomafie.

Usati per le corse clandestine, come dono o per il riciclaggio di denaro, i cavalli per i clan sono molto più di un semplice animale domestico, sono il simbolo della loro aspirazione sociale.

I cavalli incarnano per costoro agio e apice socio economico, tanto da farne il proprio animale preferito.

Si tratta di un bene di lusso da sfoggiare, su cui investire soldi da riciclare, e di un investimento su cui lucrare triplamente: prima le corse o gare regolari, poi le clandestine, poi la macellazione abusiva, passando magari per lo spaccio di doping e altre droghe, trasportate in giro per l'Italia sotto il piano di trasporto dei cavalli.

I clan spesso gestiscono tutta la filiera: dalla scuderia, ai trasporti, ai macelli conniventi, non disdegnano di controllare e truccare le corse, piuttosto che un intero impianto.

Il cavallo possiede quelle virtù che il mafioso non ha: dignità, eleganza, candore.

 Circondandosi dei cavalli, i mafiosi da un lato sperano di accedere allo status sociale cui ambiscono; dall'altro, rispettano le tradizioni della loro subcultura.

Purtroppo, dove arrivano ammorbano. L'ippica italiana ne è talmente satura da aver perso parecchio appeal nei confronti del pubblico.

Del resto, chi ha voglia di frequentare certi ippodromi, per girolanzolare tra boss e loro operatori affiliati?

C'è anche un altro aspetto di questa faccenda, non esistono solo gli ippomafiosi, ma anche gli zingari cavallari, che non sempre coincidono con ippo-malavitosi.

Gli zingari in Italia, tra Rom e Sinti cavallari

In Italia vive una vasta comunità di zingari che, se non integrati, costituiscono uno stato nello stato: gitanistan, con le proprie regole.

Parecchi di loro si sono fatti una vita come trasportatori, allevatori e commercianti di equini. Molto diffusi anche come proprietari di macellerie equine, specie nel Salento. Sono abili maniscalchi, portano avanti la professione da secoli del resto. Allevare e mangiare cavalli fa parte della loro tradizione e niente e nessuno farà loro cambiare idea sui gusti alimentari.

Quando vivevano come girovaghi, vivevano di cavalli: li commerciavano, facevano i fabbri e maniscalchi, li mangiavano, chiudevano insomma il cerchio, a loro modo coerentemente. 

Possono essere bravissime persone, scrupolose a seguire le norme. Oppure persone non attente alla burocrazia. Per cui tracciabilità equidi, microchip, codice di stalla, DPA e non DPA, fattura e ricevuta fiscale, potrebbero essere questioni che non li interessano troppo. Infine, quelli marginalizzati, che hanno contratto abitudine a vivere di espedienti, possono essere veri e propri malavitosi, del tutto simili a quelli descritti nel paragrafo precedente sulle ippomafie.

Il problema, quando si vogliono far rispettare delle regole, è quello della corretta integrazione in termini di inserimento - e non di assimilazione - delle sub culture degli zingari cavallari in Italia. E non è di facile risoluzione.

Da qui tutta la difficoltà di imporre regolamenti e "legalità", vuoi alla sub cultura ippica rom e sinti, vuoi alla subcultura equestre rom e sinti in tutto l'arco delle professioni che svolgono: commercianti, trasportatori, proprietari di scuderie, vetturini, maniscalchi, macellai equini, groom, ippici, operatori del cavallo vari, alle volte refrattari a regole non sentite proprie: dall'obbligo di emissione di ricevuta, a tutto il resto di asfittica burocrazia, fin troppa, per un settore che deve fare i conti con la presenza massiccia di sub culture da integrare.

Tutto è possibile, ma solo accettando di fare conoscenza con i presupposti della storia, dei costumi, delle tradizioni, dell'arte e delle origini di queste persone. Senza farsi prendere da manie abolizioniste, dove per l'errore del singolo si condanna l'intera categoria.

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