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Le etichette climatiche che ci informano sull’impronta di carbonio di un prodotto alimentare a base di carne protrebbero modificare la propensione al consumo particolarmente delle persone sensibili, ma se obbligatorie indirettamente anche di chi non desidera sapere.  

E’ quanto emerge dallo studio “Interested, indifferent or active information avoiders of carbon labels: Cognitive dissonance and ascription of responsibility as motivating factors”, pubblicato su Food Policy da un team di ricercatori della Sveriges lantbruksuniversitet e della Københavns Universitet che aggiungono: «In quanto tale, l’etichettatura climatica dei prodotti alimentari può essere un buon modo per ridurre la nostra impronta climatica». Ma per essere efficaci le etichette devono essere obbligatorie.

I ricercatori ricordano che esiste anche il fenomeno dell'evitamento attivo delle informazioni. C'è chi non vuole affatto sapere come le sue scelte di consumo impattano il clima (ignoranza volontaria).

I ricercatori svedesi e danesi hanno studiato l’efficacia delle informazioni sull’impatto climatico come un modo per influenzare la scelta dei consumatori e Jonas Nordström, del Dipartimento di economia alimentare e delle risorse dell’università di Copenaghen, sottolinea che una persona su 3 non vuole sapere l'impatto sul clima della sua alimentazione. Ma, allo stesso tempo, certe politiche di sensibilizzazione aumentano le persone disposte a valutare il proprio impatto climatico.

Agli 803 partecipanti dell’esperimento è stato chiesto di scegliere uno tra 6 prodotti alimentari a base di carne. Successivamente è stato loro chiesto se volevano conoscere l'impatto climatico per singolo prodotto. Il 33% dei partecipanti ha detto di non volerlo sapere. A tutti loro è stato poi chiesto di fare nuove scelte su prodotti ai quali è stata aggiunta l'etichetta con le informazioni sull’impronta di CO2.

I ricercatori evidenziano che gli informati volenterosi di fronte alla scelta del prodotto etichettato hanno ridotto del 32% la loro impronta climatica, mentre gli “ignoranti volontari”, dopo essere stati esposti all’etichettatura climatica, hanno ridotto collettivamente la loro impronta del 12%.

Pertanto, gli scienziati svedesi e danesi ritengono che anche una parte di coloro che evitano le informazioni sia portato a fare scelte etiche se esposto alle etichette, ad esempio per evitare qualsiasi conflitto interiore tra ciò che vogliono fare e ciò che dovrebbero fare.

Lo studio sembra dimostrare che l'informazione facilmente accessibile, o obbligatoria, ha un impatto psicologico sui consumatori. Se qualcuno a cui piace la carne rossa viene informato del suo impatto sul clima, potrebbe sentirsi prono a mangiarne meno. Disattivando attivamente queste informazioni, diventa meno scomodo fare una scelta antiecologica.

L'implementazione di informazioni climatiche diventa allora l'unico modo per arrivare a una transizione ecologica. Affinché l’etichettatura climatica sia efficace, deve essere obbligatoria altrimenti la maggioranza dei produttori la evitano. L’effetto potrebbe essere ancora maggiore se ci fosse una spinta simultanea a informare l’opinione pubblica che, quando si tratta di raggiungere gli obiettivi climatici, il contributo di tutti è importante.

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