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La guerra del razzismo ambientale

La questione ambientale, essendo la quintessenza del dibattito politico contemporaneo, è inevitabile che funga da riflesso rispetto ai fenomeni sociali. Il modello di sviluppo sostenibile si nutre spesso di disuguaglianze, generando fenomeni di razzismo ambientale che vanno di pari passo con tutte le altre forme di discrimazione. Così è indubbio che il tragitto dei rifiuti tossici e pericolosi vada dal nord al sud del mondo, dalle comunità ricche a quelle povere.

Il razzismo ambientale come fenomeno sistematico

I siti di smaltimento per rifiuti tossici sono costantemente creati in comunità svantaggiate dal punto di vista sociale, economico o razziale. Sotto la protesta delle comunità bianche e benestanti,  per un mondo pulito, il mondo sporco creato dai quei bianchi benestanti abituati ad un consumo di risorse in eccesso rispetto ai bisogni reali viene trasferito altrove, lontano dagli occhi e lontano dal cuore.

La programmazione pubblica e l’investimento privato individuano nelle comunità svantaggiate i posti di stoccaggio dei rifiuti tossici e delle discariche, con l'appannaggio di referenti politici influenti, che su questo lucrano.

Non è un caso se Horse Angels si è costituita parte civile - negli ultimi anni - in più procedimenti giudiziari in Calabria per sversamento tossico di rifiuti industriali: la Calabria è diventata la meta delle ecomafie, che trasferiscono in questa regione dall'economia marginale i rifiuti del nord, e lo fanno senza alcuna cura per l'impatto ambientale, che significa sulla salute delle persone, semplicemente cercando il maggiore risparmio.

Il disastro ambientale innescato dalla criminosa contaminazione delle acque è ancora sottovalutato da chi permette, inclusa certa politica, a queste "ecomafie" di fare il bello e il cattivo tempo. La crisi sanitaria, che costa la salute a migliaia di persone, ancora non agita a sufficienza l’opinione pubblica, perché poche sono le associazioni ambientaliste che si curano di questi problemi e sensibilizzano le masse.

Il razzismo ambientale è diventato un fenomeno globale sistemico, tanto più drammatico tanto più si vanno ad esaminare le discariche nei paesi in via di sviluppo: l’India ospita ad esempio circa il 90% dell’e-waste mondiale, mentre paesi poveri africani sono diventati le discariche ufficiali dei paesi occidentali più economicamente sviluppati.

La ratio del fenomeno del razzismo ambientale è presto spiegata: smaltire i rifiuti senza che le persone che hanno tratto beneficio da quei consumi ne subiscano direttamente le conseguenze in termini ambientali e di salute. In questo modo però quelle genti nulla imparano dai propri errori e propri sprechi, perché non fanno un'assunzione di responsabilità che presupporrebbe il principio che chi sbaglia paga, e vive sul proprio territorio i danni di politiche di consumo e smaltimento dei rifiuti sbagliate.

Questo fenomeno, che porta con sé condizioni ambientali malsane e degradate, con danni irreparabili al suolo, all’idrosfera e alla salute delle persone, viene replicato allo stesso modo nelle comunità periferiche nazionali, quelle aree caratterizzate da redditi più bassi e/o dalla massiccia presenza di minoranze etniche. Così, le province a più basso reddito in Italia sono le più interessate dalla presenza di industrie ad alto impatto ecologico e da un'alta incidenza di discariche di rifiuti pericolosi.

La variabile del razzismo ambientale può essere dunque riscontrata contestualmente al razzismo territoriale e all’appartenenza di classe secondo lo stesso principio uniformatore: il diritto all’ambiente come privilegio per pochi.

Il disinteresse delle organizzazioni ambientaliste classiche nei confronti del razzismo ambientale

Il razzismo ambientale ha faticato a conquistare un posto rilevante nel dibattito pubblico anche perché non ha trovato una sponda nelle associazioni ambientaliste tradizionali, più interessate a proteggere la natura incontaminata che la salute e l'habitat di fette della popolazione economicamente e socialmente svantaggiate. Lo dimostra il fatto di quanto poco siano presenti e radicate sul territorio quelle stesse associazioni laddove ce ne ne sarebbe maggiore bisogno relativamente all'inquinamento post industriale.

Nel frattempo, questa rimozione ha favorito operazioni di greenwashing e permesso ad una parte del movimento ambientalista istituzionale di andare a braccetto con la politica del razzismo ambientale, addirittura scambiando vantaggi in cambio di perdita di visione: lontano dagli occhi lontano dal cuore.

A porre rimedio a questi errori di prospettiva è intervenuta per fortuna la nuova giustizia ambientale interrazziale, un movimento internazionale che pone in relazione diretta le variabili di razza, classe e genere con l’ambiente, perché il rispetto della natura e salute correlata siano un diritto per tutti.

Siamo orgogliosi, come Horse Angels, di aderire come principi base a tale movimento.

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