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Cosa significa abuso nel mondo dei cavalli?

Uso eccessivo, illecito o arbitrario di mezzi chimici o meccanici, per controllare un cavallo. Avere un cavallo non significa il diritto di fargli del male, il potere di schiacciarlo spiritualmente o fisicamente.
C'è chi lo fa. Per questo occorre mettere dei paletti. A questo servono i regolamenti, i codici etici e i tribunali di giustizia sportiva e ordinaria, a punire i trasgressori. A questo servono le campagne di sensibilizzazione, che espongono i casi di eccesso, affinché i regolamenti si prendano sinceramente cura di evitare gli abusi.
Putroppo, l'abuso e la violenza sono generalmente ancora tollerati sui cavalli, specialmente laddove si chiede loro uno sforzo ingente per agonismo.

Mentre tutti la chiamerebbero violenza su animali se qualcuno picchiasse un cane, o prendesse a calci un gatto, o mettesse un ferro in bocca al cane per portarlo a spasso, piuttosto che usasse nerbi elettrici per "la doma", nel mondo del cavallo tutti questi comportamenti vengono giustificati con la maggiore massa muscolare del cavallo e la sua intrinseca pericolosità se è fuori controllo.

Certamente, un cavallo di 7 quintali non è un cane. E averne il controllo, in certune occasioni, può significare evitare incidenti in cui le vittime possono essere animali, cose e persone. 

Ma al di là del fatto che un cavallo richiede molta più destrezza e competenza di gestione di un cane, è evidente che la strada maestra per acquisire quella competenza e destrezza risiede nella formazione, non nell'uso indiscriminato di mezzi meccanici e chimici per il controllo, che tradiscono semmai una lacuna in addestramento dell'umano che si propone di fare sport con l'equino. Parliamo infatti di un animale preda e gregario, di facile apprendimento e collaborazione, altrimenti non avrebbe servito l'essere umano nei compiti più disparati per millenni.

E' evidente che la formazione, che è un percorso più lungo rispetto al dominio meccanico con la forza, può arrivare ad educare un animale, anche potenzialmente pericoloso, contribuendo a diminuire la necessità di utilizzo di rinforzi negativi per l'obbedienza, compensati da rinforzi positivi.

Quindi:

  • Perché dovrebbero esserci standard e regole diversi per i cavalli rispetto all'educazione socialmente ammessa per altri animali?
  • Perché dovrebbe essere più "permesso" o meno moralmente spregevole essere violenti nei confronti di cavalli?
  • Perché è ampiamente considerato normale che ai principianti venga insegnato come speronare o frustare un cavallo per ottenere l'obbedienza?
  • Perché ci abituiamo alla violenza così in fretta e accettiamo una quantità di violenza nelle scuderie che porterebbe a scandali e chiusure se ciò accadesse in rifugi per animali?
  • Perché permettiamo alla nostra definizione di violenza di trasformarsi in un termine elastico in presenza di cavalli?
  • Perché i cavalli sono più grandi? Perché i cavalli sono più "pericolosi"? Perché i cavalli spesso non fanno quello che vogliamo? Perché abbiamo "ragioni" per farlo in virtù dell'obiettivo sportivo?
  • Perché gli umani sono predatori e quindi hanno "il diritto" di abusare di altre forme di vita?
  • Perché non ci sono alternative?

Tutte queste pseudo giustificazioni sono scuse per l'uso della violenza nei confronti dei cavalli. Tradiscono:

  • impotenza
  • incompetenza
  • ignoranza
  • incapacità di gestire ansie ed emozioni
  • cattiva coscienza
  • superficialità
  • indifferenza

È interessante notare come molti nel mondo del cavallo siano pronti a puntare il dito sugli abusi che avverrebbero in altra disciplina, ma non riescano a valutare i propri di comportamenti abusivi. Si punta spesso il dito sull'altro che sarebbe "peggio" per giustificare se stessi come "meglio" relativo.

Così non si sconfigge la violenza e neppure la si circoscrive, ma si creano i presupposti perché ciascuno si autogiustifichi perché così fan tutti, chi più e chi meno.

Ripetere sistematicamente atti di violenza e abusi nei confronti dei cavalli con la scusa che tradizionalmente si fa così, si è sempre fatto, non ci sono altri metodi che funzionano veramente, è un boomerang che finisce per portare discredito sull'intero mondo del cavallo, perché dimostra non solo l'incapacità di esercitare l'autoriflessione, ma anche di empatia, di etica, di competenze, di capacità di innovazione.

Infatti, i metodi oggi esistono per fare agonismo senza l'uso di violenza.

Lo dimostrano circuiti agonistici competitivi alternativi in cui si può gareggiare solo dimostrando la relazione sopra l'utilizzo dei mezzi meccanici di costrizione, non ammessi o circoscritti al minimo.

Certo, arrivare a fare agonismo rinunciando via via a mezzi di coercizione pesanti, è una strada più lunga di formazione, rispetto alla scorciatoia di volere tutto e subito, costi quel che costi, dove a pagarne il prezzo più rilevante è il cavallo, il cui sentimento non è preso in considerazione.

Bisognerebbe che ciascuna disciplina per se stessa, cercasse di implementare già nell'educazione di base, partendo dalle nuove reclute, le metodologie che insegnano a comunicare e a gestire i cavalli senza l'uso e abuso di mezzi coercitivi, sostituendoli con rinforzi positivi, quelli che maggiorano i benefici di una relazione empatica e profonda umano/equino.

Per chi invece è dal lato dei consumatori di prodotti, servizi, nel mondo del cavallo, se contrario alla violenza, sarebbe auspicabile l'esercizio del proprio potere di pressione per il cambiamento. Che significa:

  • Fermarsi di fronte all'uso della violenza per ottenere un risultato e cercare soluzioni alternative.
  • Non limitarsi a copiare gli altri che sbagliano, ma allontanarsi da chi predilige la forza come strumento di gestione dei cavalli e cercare un ambiente diverso in cui la dolcezza è il criterio promosso per la gestione.
  • Chiedersi sempre la ragione dell'opposizione del cavallo, perché non è mai casuale, dietro c'è un problema fisico o l'errore umano nel comunicare.
  • Non incolpare il cavallo degli errori, perché non ci può essere progresso né in equitazione, né nella vita, finché l'atteggiamento è scaricare la responsabilità degli insuccessi sugli altri.
  • Trovare formatori che non usano violenza sui cavalli per il loro impiego equestre, ai quali ispirarsi e dai quali imparare le tecniche.
  • Imparare il linguaggio dei cavalli e quindi a comunicare con loro comprendendo il loro punto di vista.

Denunciare sempre la violenza, se non alle autorità di pubblica giustizia, perché ancora un certo tipo di abuso non è riconosciuto dal diritto penale come maltrattamento animale, attraverso il rifiuto di riconoscere come accettabile il comportamento. L'opinione che abbiamo degli altri, di accettazione, stima, disistima, allontanamento, è uno strumento importante per plasmare il futuro degli impieghi di cavalli e richiede consapevolezza del ruolo di ciascuno nel puzzle intero.

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