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Un purosangue inglese, ex galoppatore da ippodromo, ricondotto in natura biteless e barefoot, grazie a Horse Angels e a Sporty Farm

Un tempo molti sapevano andare a cavallo, ma perché la loro vita era legata alla terra e i cavalli venivano impiegati per gli spostamenti. 

Non che fosse l'età d'oro dell'amore per i cavalli, perché quella, se c'è stata, non ha mai rappresentato l'occidente a cavallo.

Semplicemente oggi assistiamo alla rapida scomparsa dei cavalli per una complicità di concause, rimanendo il loro impiego finalizzato ad allietare il tempo libero per sport, terapia, sfoggio di ricchezza o come sostegno per la pubertà femminile, giacché sono soprattutto le giovinette ad essere interessate all'equitazione, ma solo fino a che non diventano adulte, perché poi studio, lavoro, fidanzato, marito e figli, fanno accantonare i cavalli alla maggior parte di esse, almeno a quelle che non appartengono al circuito dei cavalli di lusso e che devono fare i conti con delle priorità e un inferiore potere di spesa per il tempo libero. 

Per un certo verso, si potrebbe anche essere contenti di ciò, almeno se non si vive sulla pelle dei cavalli. Della serie evviva, meno cavalli domestici da salvare dal macello e magari più considerazione per la possibilità di salvaguardare i cavalli selvatici.

Intanto che si vive la decrescita dei cavalli nel mondo occidentale, checché ne dicano statistiche farlocche che non hanno nesssuna reale contezza dei cavalli vivi sul territorio (visto che le morti non sono registrate dai più), diventa raro incontrare qualcuno che vada a cavallo o che sia interessato a farlo.

Si assiste al fallimento di gran parte degli avvicinamenti di persone adulte - mai prima socializzate all'equitazione - ai cavalli, anche perché è difficile che si appassionino a ginnasticare cavalli nel rettangolo del maneggio. L'equitazione costa ed è uno sport difficile e pericoloso, ci vogliono anni e anni di pratica, nel maneggio convenzionale, per imparare a cavalcare secondo i modelli precostituiti e preconfezionati, ma alla fine, per il pubblico generico, cavalcare in rettangolo sta a equitare come fare indoor-biking in palestra sta a fare ciclismo.

Riappropriarsi di una comunicazione vera con il cavallo, nel suo mondo, che è il mondo della natura, non la distopia del rettangolo, che è buona cosa per allenarsi e imparare ma, se finisce tutto lì, è come voler fare un tuffo in natura recandosi in piscina, sarebbe necessario per diffondere maggiormente la passione per i cavalli.

L'equitazione indoor equivale alla piscina, come quella outdoor ad andare al mare.  Ben altra portata di interesse potenziale.

Eppure, discorrendo con i neofiti adulti che si approcciano ai cavalli, pare che oggi equitare in natura sia quasi l'utopia, un sogno impossibile da realizzare, dove l'ostacolo additato, il colpevole, sembra l'ostracismo del cavallo. Troppo difficile, troppo pericoloso. Pochi posti decenti per l'avviamento all'equitazione di campagna. 

E così l'ambizione naturale di chi ama gli animali e si avvicina ai cavalli sperando di poter esplorare con loro il mondo reale, rifuggendo da realtà antropiche, per un'immersione in natura, s'infrange di fronte alla realtà attuale dei cavalli. 

Certamente, cavalli che possono portare neofiti in natura non sono quelli riciclati da maggio a settembre nei maneggi raffazzonati e gestiti da ignoranti, dove si usano metodi coercitivi perchè non c'è personale adeguato a comprendere i cavalli e ad educarli per l'equitazione di campagna.

Solo cavalli a sangue freddo, bassi e tozzi, residenziali e sicuri di sé, certi di non dover temere l'uomo, pasciuti e fiduciosi sul futuro, che durano tutto l'anno e per molti anni, conoscendo perfettamente il territorio che devono esplorare, sarebbero la cavalcatura adatta per l'avviamento di neofiti all'equitazione di campagna.

Non di certo i cavalli - spesso sclerotici - che stanno facendo il downgrading dagli impieghi equestri convenzionali in rettangolo per l'ultima estate della loro vita, andando poi in autunno al macello, perché quel maneggio pressapochista non ha di che sfamarli nella stagione morta all'equiturismo, e ha convenienza a procurarsi altri cavalli riciclati da altri impieghi equestri per la stagione successiva, e solo per una stagione.

Così l'equiturismo non decolla, è chiaro. Servirebbe una filosofia molto diversa, aliena dal presente mondo convenzionale dell'equitazione, per rinnovare l'offerta al pubblico generico dell'esperienza con i cavalli, offrendo ciò che realmente i più sarebbero disposti a considerare come interessante per entrare nel mondo del cavallo: costi sostenibili, relax senza accanimento agonistico, contatto con la natura in sicurezza

Poi magari non funzionerebbe lo stesso, perché è finito il tempo della relazione diffusa umano/cavallo e stiamo assistendo al suo tramonto senza possibilità alcuna di avviare nuove sperimentazioni che interrompano l'inevitabile.

In effetti, a guardarsi intorno, sembra che si punti solo alla pet-therapy come la strada salvifica per la diffusione dei cavalli nella nostra società. Che schiocchezza! Se i cavalli avessero il potere magico di curare, i proprietari di cavalli dovrebbe essere l'emblema dei sani nella società, di mente e di corpo, mentre guarda a caso la parola maneggio in italiano ha oggi due significati, in senso popolare significa malaffare, manovra astuta tesa a scopo illecito ("maneggio" come raggiro), e solo secondariamente, per gli addeti ai lavori, è il luogo dove si impara ad andare a cavallo.

Se il cavallo fosse intrinsicamente terapeutico, solo per citare un esempio, non esisterebbero le corse clandestine di cavalli, perché i delinquenti a contatto con il cavallo diventerebbero persone rinnovate nello spirito, tanto da rompere con il veccchio stile di vita. Il cavallo invece tende ad attrarre, tra gli onesti, anche la peggior gente, che rimane tale anche se sta a contatto con il cavallo tutto il giorno. Se poi la terapia discende dal mediatore umano, dove il cavallo è il mezzo medicale, non il fine, non si tiene conto che - almeno per quanto riguarda il bacino dei normodotati - si avvicinano ai cavalli non per spendere dei soldi perché l'operatore si metta al centro del palcoscenico (come di solito accade) per rovinare tutta la festa del ritorno in natura. 

Forse il cavallo è benefico sì, anche in un approccio per normodotati, ma solo se l'avvicinamento non è quello occidentale convenzionale. 

Servirebbero tutt'altro contesto e filosofia per vivere il cavallo diversamente. Una concezione filosofica panpsichica, ovvero basata sulla credenza che tutti gli elementi della realtà non solo vivono, ma possiedono anche natura psichica analoga a quella dell'uomo e perciò sentono e hanno una propria spontaneità interattiva che va valorizzata, non sminuita.

Allora imparare ad andare a cavallo non sarebbe una burocrazia piramidale, con le solite oligarchie al vertice, dove la spiritualità sta a zero mentre la tecnica sta a 100.

Il rapporto umano-cavallo è stato regolato per noi occidentali da due visioni del mondo: quella greca e quella giudaico-cristiana che, per quanto differenti tra loro, ci hanno dato una difficile eredità per comunicare con gli animali, rispetto ai popoli panpsichici, quella d'escludere che la natura rientri nella sfera di pertinenza dell’etica o che abbia un'anima.

I greci concepivano la natura come un ordine immutabile e un limite insuperabile che nessuna azione umana poteva violare, mettendo in scena un distacco che poi ha finito per costarci caro. Quando la cultura greca ha incontrato quella giudaico-cristiana lo scenario è peggiorato dal punto di vista della natura, in quanto si è cominciato a pensare che la natura fosse un dono di Dio all'uomo messo lì per essere sfruttato a piacimento, senza farsi alcuno scrupolo, in quanto privo di un'anima.

Da quel momento in poi, si è imposta un'ottica che si può riassumere nel "conoscere per dominare, non per amare".

Per lanciare il cavallo nell'odierna società come quel vettore per viaggi fisici e spirituali, bisognerebbe avere il coraggio vero, non da depliant pubblicitario per vendere un prodotto che è una bolla speculativa, di sovvertire l'ordine delle cose, ovvero il mondo va conosciuto per essere amato, non per essere dominato. Lo stesso dicasi per il cavallo.

Di dominanza ne abbiamo già avuta sin troppa, e specialmente nel tempo libero, di dominanza fine a se stessa se ne può anche fare a meno per dedicarsi al relax, all'amicizia, all'amore, al sentirsi bene e in pace.

Infatti, il problema che oggi si pone nei maneggi, come nella vita, è la "misura" della dominanza, che è eccessiva. 

L'etica fino a poco tempo fa era limitata da una concezione temporale ancorata al puro presente con un "primato antropologico". La natura andava cambiata, modellata, ridotta a spazio recintato nel mondo artificiale della città, separato dalla natura. Non c'era previsione per il futuro e il danno che certi cambiamenti potevano arrecare, riversandosi come un boomerang in negativo sugli stessi umani, non era conosciuto e quindi preso in considerazione.

Gli effetti nefasti di quest'ottica ci circondano.

Nell'equitazione sono visibili dove il cavallo è stato denaturalizzato e compresso grazie alla tecnica in ambiente completamente antropico. Un paesaggio che può essere poco ospitale e poco comunicativo, che può vedere la degradazione dei cavalli a macchine da performance, che vivono in box di pochi metri quadri e che escono solo per una prestazione meccanica, i cui movimenti tecnici, a volte anche del tutto innaturali, completamente fini a se stessi, dal momento che non hanno alcuna utilità pratica, segnano l'abissale distanza dalla connessione naturale con i cavalli, panpsichica, idealizzata dalla coscienza collettiva, che riconosce loro un'anima e che è poi il desiderio segreto di chi si avvicina ai cavalli.

I cavalli, studiati geneticamente a tavolino per soddisfare criteri estetici e funzionali di breve periodo, da prodotto di rapido consumo, sottratti al loro ambiente naturale, sottoposti a illuminazione artificiale, ad alimentazione industriale, a tecniche meccaniche di conduzione fini a se stesse, per la ripetizione di esercizi per giunta noiosi se una persona è un minimo creativa, da ripetersi in ambienti asettici antropici, per spettacoli dedicati al divertimento di umani che si compiacciono ad imbavagliare la natura, ci riflettono una concezione di equitazione oramai del tutto fuori moda e fuori interesse per le generazioni future.

Chi se ne frega di saper imbavagliare la natura, lo si fa da millenni e il risultato è la disillusione sull'essere umano e la "bontà" della nostra società che è sotto gli occhi di tutti ogni giorno.

Oggi ci sono cose molto più eccitanti da fare, come spogliarsi dalle sovrastrutture per tornare a qualcosa di più naturale che ci fa sentire bene con la natura, amati e amanti di essa.

Oggi i giovani sono attratti da etiche che vogliono farsi carico del futuro del pianeta, che va protetto insieme a tutte le sue creature. Solo una fede che riconosce l'anima ad ogni essere vivente può essere quell'innovazione di cui ha bisogno la comunità per cambiare, comprendendo come siamo tutti spiritualmente connessi gli uni agli altri e come non ci sia causa senza effetto, magari impercettibile, perché anche una goccia può increspare la superficie dell'oceano.

Un cavallo non ha bisogno di fare il workshop spirituale per sentirsi connesso. A meno che non sia già stato completamente rovinato, reso disequino, le sue antenne sono captive di ogni segnale sensato ed equilibrato per tornare in natura in poco tempo. Un cavallo riesce a deglobalizzarsi e decolonizzarsi in tempi rapidi, per sua fortuna.

Il suo contributo alla civiltà, oggi, sarebbe assai ridicolo che fosse fatto coincidere con una possibilità sportiva in più nell'annovero delle discipline riconosciute. E allora?

Non è una racchetta da tennis, o una palla da rugby, è un essere vivente.

Innamoratevi del cavallo, non della tecnica per dominarlo.

La tecnica certo serve, ma dovrebbe arrivare dopo, per imparare a destreggiarsi nelle varie situazioni, per migliorare la sicurezza, per dare maggiore autonomia, per evitare di farsi e fare male. Si può e si deve imparare in rettangolo di lavoro, certo. Ma quando l'equitazione si riduce a essere fine a se stessa per sfoggio puro di tecnica perde anche gran parte del suo fascino.

Vedere animali che nella coscienza collettiva sono sinonimo di libertà messi a 90 gradi per esibizioni di tecnica non è infatti qualcosa che possa interessare a molti.

Pagare poi fior di soldi per questo impiego, quando ci si diverte e rilassa molto di più pagando molto meno con tante altre attività sul mercato, è del tutto irrazionale, infatti si assiste al tramonto della diffusione dei cavalli, certo, anche per la concentrazione di ricchezza in poche mani e l'assottigliamento dei ceti medi.

Speriamo allora che coloro che godono di una visione panpsichica dell'animale, innovino completamente il settore, per poter offire con il cavallo molto più del rettangolo di equitazione, o di una pet-therapy che è nulla di più della sempre esistita fattoria didattica.

Sono sempre più infatti coloro che dicono che portare il cavallo a mangiare l'erba, nutrirlo, accudirlo, accarezzarlo, pettinarlo, attività fantastiche per altro, non offre sufficienti sfide per fare da volano a una crescita sostenuta di interesse per i cavalli come animali da compagnia, visti i costi di sostentamento, neppure con tutti certificati di "prodotto medicale" che gli si può incollare sopra per confezionare l'offerta al pubblico.

Se è una questione di sfide che mancano, perché ci possa essere un nuovo stimolo al diffondersi dei cavalli al largo pubblico, nessuna può essere più affascinante dell'idea di poter esplorare la natura a cavallo, per viaggi fisici ma anche spirituali, che permettano di superare l'assenza di poesia e di anima che caratterizza un poco la contemporaneità.

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