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Esiste una controversia accademica contemporanea, di sinistra, su quali siano le considerazioni di Karl Marx sullo status degli animali nella società umana. 

Numerosi studiosi animalisti, inclusi alcuni ecosocialisti, sostenevano in passato che Marx fosse specista nei suoi scritti. Inoltre, essi avrebbero sostenuto che, nonostante la successiva adesione alle concezioni darwiniane, Marx e Frederick Engels non avrebbero mai completamente trasceso la visione specista profondamente radicata, che avrebbe quindi infettato il materialismo storico nel suo complesso. Questi critici concentrano le loro obiezioni principalmente sui manoscritti economici e filosofici del 1844, sostenendo che Marx presentava una prospettiva antropocentrica e dualista tra animali e umani, giustificando quindi ontologicamente un approccio strumentale e strumentalista allo sfruttamento di animali e ambiente che avrebbe, secondo loro, fornito una struttura ideologica moderna allo sfruttamento degli animali come esseri strumentali, al pari di macchine, e quindi da sfruttare. Tutto questo per una tendenza, in corso di superamento, di leggere lo specismo come differenziazione tra umani e non indipendentemente dal fatto che tale filosofia venga effettivamente utilizzata per giustificare discriminazione o abuso.

Tutto questo è stato superato, e la sinistra a livello mondiale rivendica oggi la sua estrazione ecologista e animalista. Per una rilettura di Marx in questo senso, molto bello il lavoro, pubblicato nel 2018, degli studiosi John Bellamy Foster e Brett Clark, titolato, "Marx e lo specismo alienato", che rivede le critiche ambientaliste e animaliste al pensiero di Marx. Essi sottolineano quanto segue. Benché non fosse ovviamente il punto focale del suo lavoro, che era dedicato allo sviluppo di una critica del modo di produzione capitalistico, l'attenzione e l'affinità con gli animali non sono assenti dall'analisi di Marx, così influenzata dal materialismo epicureo, tema della sua tesi di dottorato.

Il centro dell'epicureismo è una prospettiva che pone un'enfasi stretta tra la correlazione di umani e altri animali, dal momento che tutta la vita emerge dalla terra. Gli animali, come gli umani, sono visti come esseri senzienti che provano dolore e piacere. L'epicureismo affronta la distruzione ambientale, inclusa la morte delle specie, con intensa preoccupazione. Marx, profondo ammiratore del pensiero di Epicuro, riconosce la parentela tra sofferenza animale e sofferenza umana. Evidenzia inoltre come gli esseri umani, i più, siano impossibilitati a sollevarsi dalla ragione pratica, e quindi vivano come animali sottoposti allo stesso sfruttamento dei primi.

Anzi, piuttosto che negare la connessione tra esseri umani e altri animali, Marx scrisse "Sulla questione ebraica" nel 1843, prima dei suoi manoscritti economici e filosofici, che "[la] visione della natura che è cresciuta sotto il regime di proprietà privata e il denaro sono un vero disprezzo e un degrado pratico della natura. In questo senso, potrebbe apparire intollerabile che "tutte le creature siano state trasformate in proprietà" in quanto tutti gli esseri viventi dovrebbero vivere liberi.

Il tentativo di Marx di sviluppare un'ontologia sociale del lavoro sorse basandosi sulla psicologia animale (e umana) più avanzata dei suoi tempi. Per Marx l'essere naturale, corporeo, sensuale, oggettivo, è un essere sofferente, condizionato e limitato, come animali e piante. Ciò che spicca qui è il forte materialismo e naturalismo dell'analisi di Marx, che unisce gli esseri umani con "animali non umani" attraverso il concetto di pulsione correlato a varie disposizioni e facoltà. Se la specie umana ha pulsioni, esigenze e capacità sociali più sviluppate rispetto a altri animali, come si evince dalla produzione umana e dal lavoro sociale, ciò non separa l'umanità dal resto della vita.

Questo carattere di esseri umani come esseri di specie autocoscienti genera anche la capacità di auto-alienazione attraverso lo sviluppo della divisione del lavoro, della proprietà privata, della classe, della produzione di merci, ecc. L'alienazione è vista da Marx come un essere umano che si distacca dalla natura, che si traduce in uno specismo alienato nella società capitalista, come nella designazione cartesiana degli animali come macchine, strumenti al servizio dell'uomo.

Marx era acutamente consapevole delle condizioni di sfruttamento degli animali e della distruzione e dell'inquinamento provocati dal capitalismo. Marx, e soprattutto Engels, suo seguace che ne ha diffuso il pensiero, hanno preso nota della distruzione umana della natura e delle specie autoctone attraverso l'espansione globale del capitalismo. Dunque, per primi hanno parlato degli effetti nocivi della "globalizzazione", criticando come il sistema del capitale avrebbe generato uno specismo alienato. Ad esempio, Engels ha fatto riferimento agli effetti prodotti da specie invasive (capre) introdotte dai coloni europei sull'isola di Sant'Elena. Qui si vede una preoccupazione per la conseguente distruzione dell'ecologia indigena.

Ancora, Marx disse metaforicamente nel 1857 che "l'anatomia umana contiene una chiave per l'anatomia della scimmia", la metafora era comunque radicata in una vera parentela morfologica tra gli umani e i primati superiori. Tutt'altro che disinteressato al mondo animale e ambientale, Marx frequentò nella sua carriera accademica lezioni di antropologia, geologia ed affini. Ancora nel 1878, sessantenne, copiava nei suoi taccuini appunti sull'estinzione geologica delle specie risultante da mutazioni di isoterme (zone climatiche) dovute al cambiamento paleoclimatico. A suo modo, ha anticipato l'odierna Greta Thunberg, con i suoi "Friday for future", cioè la preoccupazione per gli effetti dei cambiamenti climatici.

L'analisi di Marx sullo sviluppo storico del capitalismo ha evidenziato il pericolo per animali e natura. Per lui, la raffigurazione di animali come macchine rappresentava lo status agli animali concesso nella produzione capitalistica delle merci. Marx ha preso atto dei cambiamenti in corso, come la riduzione degli animali non umani a una fonte di potere e l'alterazione della loro organizzazione corporea e della loro stessa esistenza imposte per favorire l'accumulazione di capitale.

Nel Capitale, Marx ha presentato la relazione dinamica tra gli umani e gli animali da allevamento e da reddito illuminandone l' interdipendenza e i cambiamenti storici in atto. Nel primo periodo della storia umana, Marx ha indicato come tali animali svolgessero la loro parte di lavoro come chiunque altro nel sistema, vivendo accanto all'essere umano in un modello di fattoria a matrice familiare. Poi però, si è concentrato su come lo sviluppo storico del capitalismo, compresa la suddivisione del lavoro, ha cambiato queste condizioni, riducendo gli animali semplicemente a prodotti e materie prime di un'industria alimentare, come riflesso della logica generale del sistema di produzione. In questa critica possiamo leggere i prodromi all'alienazione degli animali negli allevamenti intensivi per massimizzare il profitto.

Nel secondo volume del Capitale, Marx descrisse come i capitalisti valutassero la vita delle mucche in relazione alla produzione: "I bovini come animali da tiro sono capitale fisso; quando vengono ingrassati per il macello, sono materia prima che alla fine viene messa in circolazione come prodotto, e quindi capitale fisso ma circolante", ovvero beni mobili, come è tutt'ora nell'ordinamento giuridico europeo. E ancora, "La corporeità degli animali non umani ha sollevato, intesa come prodotti, la questione dei costi (compresi quelli associati al tempo di rotazione) determinato dagli aspetti ecoregolatori della riproduzione naturale". "Nel caso di mezzi di lavoro viventi" spiega Marx, "come i cavalli ... il tempo di riproduzione è prescritto dalla natura stessa. La loro vita media come mezzo di lavoro è determinata dalle leggi naturali. Trascorso questo periodo, gli articoli usurati devono essere sostituiti con nuovi. Un cavallo non può essere sostituito un pò alla volta, ma solo da un altro cavallo." Benché distinti nella forma, i cavalli, equivalenti a capitale, erano semplicemente macchine cartesiane intercambiabili. Ebbene, cosa sono oggi? Qual è la critica base delle associazioni animaliste all'impiego dei cavalli nell'industria equestre?

L'epoca in cui visse Marx vide drammaticamente mettere in piedi scienza e tecnologia per accelerare la produzione al fine di abbreviare i tempi associati a processi naturali di ecoregolazione, come la crescita degli animali, con l'obiettivo di ridurre i tempi di turnover e accelerare la realizzazione dei profitti. Come Marx ha spiegato, nel contesto dell'allevamento di pecore tradizionale, era impossibile consegnare un animale al macello prima della fine di cinque anni. Ma nella sua epoca tutto cambiò. Nel sistema attuato all'epoca di Marx, le pecore di un anno potevano già essere ingrassate e in ogni caso erano completamente cresciute prima che fosse trascorso il secondo anno. Con l'allevamento selettivo, oggi definito intensivo, si ridusse la struttura ossea delle pecore al minimo necessario per la loro esistenza.

Marx non era indifferente a questi cambiamenti. Sosteneva che, con un'ulteriore espansione della produzione di carne e prodotti lattiero-caseari, l'allevatore avrebbe potuto triplicare la produzione, a quale costo però?. Marx sosteneva che le nuove capre fossero tutta carne e poche ossa, perché ingrassate precocemente allo sviluppo muscolo schelettrico, tanto da avere difficoltà a reggersi in piedi. Marx si opponeva a questi nuovi metodi di produzione animale per carne e latticini, poiché il perseguimento di profitti infiniti portava a una vasta gamma di sofferenze e abusi corporali - inerenti a uno specismo alienato in cui gli animali erano non già visti come esseri viventi, bensì come macchine da manipolare in quanto tali. Le pecore allevate in modo da diminuire la struttura ossea - nelle parole di Marx, "hanno difficoltà a sostenere il loro stesso peso e la loro stabilità a causa dei loro corpi più grandi, più pesanti e delle strutture scheletriche più deboli. Per aumentare la produzione di latte per il mercato, i vitelli sono svezzati precocemente. I bovini sono alimentati scorrettamente con grassi di dubbia origine e altri intrugli ad alto consumo energetico progettati per accelerare il tasso di crescita".

Secondo le precedenti pratiche agricole, Marx osservava, "gli animali rimanevano attivi rimanendo all'aria aperta". Ora, con l'agricoltura industriale, erano confinati in una stalla con l'addetto alla mangiatoia, il che significava: "in queste prigioni gli animali nascono e rimangono lì fino a quando non vengono uccisi" con grave deterioramento della loro forza vitale "e deformità di crescita nei loro corpi, che sono considerati come semplici parti" e non un tutt'uno organico. Per Marx, tutto ciò era "Disgustoso!" Si trattava di un "sistema di celle di prigionia per gli animali" che Marx condannava in toto. 

Oggi, tali metodi capitalistici per accelerare e mercificare la riproduzione naturale includono anche l'uso di ormoni della crescita, massicci interventi di alimentazione innaturale basati su concentrati e un uso estensivo di antibiotici per trattare disturbi che derivano dalle condizioni alienanti in cui vengono allevati gli animali. Questi approcci sono diventati più intensi e diffusi nella produzione animale per carne e prodotti lattiero-caseari, come nel caso di polli, maiali, mucche, pecore e pesci.

Attraverso la sua analisi, Marx ha descritto in dettaglio come lo sviluppo capitalista abbia creato alienazione nel mondo animale e ambientale, riducendo gli animali a prodotti all'interno di allevamenti intensivi, portando allo sterminio delle specie non sfruttabili, soprattutto attraverso la distruzione del loro habitat, ai cambiamenti climatici e all'acidificazione degli oceani. Queste ampie preoccupazioni riguardanti le operazioni del sistema capitalista, le condizioni ecologiche e lo specismo alienato si intrecciano nella considerazione di Marx sull'evoluzione della società.

Con l'abrogazione delle leggi sul grano nel 1846, che introdusse il libero commercio, Marx identificò diverse tendenze in quello che chiamò il "nuovo regime" della produzione alimentare capitalista. Ciò includeva un ulteriore approfondimento della spaccatura metabolica nel ciclo dei nutrienti del suolo, aumentando la scala dell'espropriazione meccanizzata degli animali, essi stessi trattati come semplici macchine (o parti di macchine) .

La critica di Marx allo specismo alienato, associata alla degradazione degli esseri umani e degli animali non umani, può essere considerata parte della sua più ampia critica ecologista e animalista. Nessuno potrebbe non riconoscere da un tale passaggio che la sofferenza umana e la sofferenza animale, come ha notato lo stesso Marx, sono affini. La lotta rivoluzionaria è necessaria, per Marx, per trascendere l'alienazione della natura associata al capitalismo. Marx ha chiaramente riconosciuto che lo sradicamento dello specismo alienato fa parte di questa lotta. Se "l'umanesimo pienamente sviluppato" diventa "naturalismo", è necessario forgiare una nuova dialettica uomo-animale, basata sul principio epicureo secondo cui "il mondo è mio amico". Marx dichiarò: "tutti gli esseri viventi devono diventare liberi".

Infine, per Marx il cavallo non era simbolo della nobiltà di portofoglio, e tanto meno della nobilità intellettuale o di nascita. Rappresentava il popolo sottomesso e sfruttato, particolarmente alcuni cavalli, come quelli da attacchi, che fungevano da traino per la mobilitazione di merci e persone, metaforicamente della comunità intera.

Con questa rilettura di Marx, la tutela animale non è più appannaggio delle destre, come è stata intesa in Italia negli ultimi 50 anni. Tutt'altro, la lotta animale e ambientale ha uno dei suoi capostipiti proprio in Karl Marx, animalista e ambientalista della prima ora.

Per approfondire e tutta la bibliografia, 2018, Volume 70, Issue 07 (December 2018)  Marx and Alienated Speciesism by John Bellamy Foster and Brett Clark - Topics: Agriculture , Ecology , Marxist Ecology - Places: Global

Ora è possibile, in dressage, dimostrare poco dolore e tanto amore per i cavalli.

Da gennaio 2019, un cambiamento nelle regole in FEI, consente infatti la libera scelta di montare senza la briglia, una doppia imboccatura coercitiva che non piace particolarmente al pubblico, perché, specie se usata mala, diventa uno strumento di tortura.
Per tutte le categorie, fino ad eventi internazionali a due stelle, la scelta è dell'amazzone/cavaliere.

L'Austria è stata una delle prime nazioni a inaugurare questa liberalità. La Federazione Austriaca di Equitazione non ha esitato ad attuare prontamente l'adattamento della Federazione Equestre Internazionale.

La novità è stata accolta bene dagli atleti austriaci che hanno definito il tutto un progresso necessario per cavalli con bocche sensibili.

Aspettiamo dunque che anche l'Italia, attraverso la FISE, faccia tutto quanto è necessario per recepire questo progresso che consentirà di dimostrare la relazione sopra la costrizione.

Il pensiero non convenzionale offre riflessioni sui modelli culturali e sulle dinamiche del linguaggio verbale e non verbale applicate al contesto multiculturale della nostra società.

L'attenzione è posta su come l'ambiente socio-culturale agisca, attraverso l'approvazione e/o la disapprovazione, il like o dislike ai tempi dei social.

Ogni cultura, quindi anche il mondo del cavallo, offre ai suoi fruitori alcuni schemi di autorealizzazione sotto forma di modelli o paradigmi che, attuati o seguiti durante la costruzione del progetto personale, garantiscono l'approvazione, ma non sempre sono giusti. 

I portatori di una determinata cultura tendono a scegliere il paradigma che più si rispecchia nella necessità di poter garantire una certa accettazione rispetto al settore di riferimento.

Così nel mondo del cavallo si creano stereotipi di cavalieri, cavallari e cavallanti, belli e brutti, ricchi e poveri, buoni o cattivi, chi sta sopra e chi sta sotto, tutto teso a categorizzare dei segmenti per cui qualcuno dovrebbe essere più di qualcun altro, in base a qualche metrica pre impostata, quasi sempre senza scendere nei contenuti con il pensiero critico e non di rado con motivazioni ignoranti, magari solo per attirare attenzione.

Quando si parla di stereotipi e pregiudizi è forte e tangibile il collegamento con immagini e concetti pre impostati che limitano opportunità e potenzialità di comunione di valori, di inclusione, di crescita culturale.

Se le generalizzazioni aiutano a semplificare la realtà, gli stereotipi danneggiano l'interculturalità e creano marginalizzazione, radicalizzazione, pregiudizi e persino arretratezza culturale.

L'educazione deve produrre innovazione per garantire multiculturalità, inclusione, lotta alle diseguaglianze, specie a quelle socialmente ingiuste che creano conflitto nella comunità, al bullismo, a prassi obsolete che creano marginalizzazione ed esclusione, quando non abuso e molestia, diffamazione o ingiuria fini a se stesse.

L’innovazione spesso nasce dallo sviluppo di soluzioni che nascono da forme non convenzionali del pensiero. Nuove idee nascono da nuovi approcci, che hanno l’ambizione di rompere le regole, di proiettare le idee oltre i confini del pensare comune per anticipare le risposte a problemi.

Così, per combattere certe forme di abuso sui cavalli, si potrebbe pensare di mettersi al loro posto; per combattere pregiudizi su quali categorie di equestri sarebbero peggiori di altri, si potrebbe pensare a mettersi nei panni di questi a parità di risorse e possibilità, perché le scelte sono spesso condizionate dal portafoglio, oltre che dalla territorialità e dalle radici.

Lo scambio di idee, la diversità, la contaminazione è ciò che può produrre eccellenza e crescita laddove prima c'era il ristagno. Sempre tenendo presente che nessuno può avere il monopolio di cosa sia la corretta equitazione, il modo giusto per fare animalismo, l'approccio sovraordinato alla terapia equestre, piuttosto che alla veterinaria o alla mascalcia.

Viviamo in una società di pluralismi, dove è pressoché impossibile autoreferenziarsi come la sorgente unica o superiore del sapere e del saper fare.

Nel mondo del cavallo oltre l'80% delle persone che lo rappresentano, secondo stime internazionali, ha subito attacchi di bullismo.

Questo succede perché c'è la tendenza nel mondo attuale, potenziata dai social, a proclamarsi esperti di tutto e a voler fare gli "opinionisti ufficiali" su qualsiasi cosa, anche quando non si conosce nulla al riguardo, ne’ si hanno alle spalle adeguata formazione ed esperienza.

Per porre fine a questa tossicità che fa vittime, specialmente tra i minori, i più deboli, i più fragili, e che danneggia per intero il comparto, allontanando anche brave persone, che rimangono schifate da questo modo di comportarsi, occorre sovvertire i ruoli e cercare sempre di immedesimarsi nell'altro.

Il cattivo costume del bullismo e delle molestie negli sport equestri sono un grosso ostacolo per attrarre nuovi partecipanti e sponsor nel mondo del cavallo.

Il concetto alla base di questo discorso è che tutti possiamo assumerci la responsabilità personale di eliminare il bullismo, razzismo, abuso, molestie su persone e su cavalli dalla nostra "scuderia", reale o virtuale, come strumento per elevare il dibattito nel mondo del cavallo e lo standard di comportamento per tutti, e dunque di stimolare la crescita qualitativa del comparto.

Il bonding è un processo di reciproco di attaccamento che, in equitazione, lega cavallo e suo proprietario attraverso la corretta gestione ed educazione.

Il bondage è una mala pratica di schiavizzazione del cavallo per obbligarlo a eseguire esercizi che spontaneamente non farebbe.

Si può arrivare a fare gli stessi esercizi con la relazione, allegerendo i finimenti. Purtroppo diverse persone non hanno tempo da investire in relazione, investono invece nella costrizione, sperando di ottenere con la forza ciò che si potrebbe ottenere con la dolcezza.

Fino almeno alla prima guerra mondiale i cavalli erano un elemento di quotidianità per gli esseri umani. Lavoravano, trasportavano, collegavano merci e persone. Alla fine della seconda guerra mondiale cominciavano già ad essere un ricordo del passato.

Tolti dal lavoro, relegati a svago e sport, quando non alla terapia, il loro decadimento in numero e popolarità è stato una costante fino ai giorni nostri.

Con l'estinzione del cavallo come necessità, se ne è andata anche la possibilità di imparare ad andare a cavallo come fatto normale della vita.

Ciò spiega perché la competenza pratica equestre sia assai diminuita nel tempo e oggi sia difficile reclutare nuove leve per l'equitazione tra persone che non hanno il cavallo nella propria tradizione familiare.

Imparare ad andare a cavallo oggi è più difficile, si comincia mediamente più tardi, si viene inscatolati subito in una delle possibili discipline senza neppure avere le basi dell'equitazione pratica, quella del semplice saper andare a cavallo, inteso letteralmente muoversi a cavallo, cioè spostarsi da un luogo all'altro. Senza sapere nulla di tutto questo, né di come ci si debba prendere cura di un cavallo, si può essere messi a cavallo in un rettangolo con la pretesa da parte dell'istruttore di instradare il novizio al salto ostacoli, piuttosto che al reining o a diversa disciplina istituzionalizzata per un circuito competitivo.

Quella della disciplina, che dovrebbe essere l'ultima scelta, dopo che si è imparato ad andare a cavallo, rischia di essere l'approccio per neofiti, con la conseguenza di un numero elevato di persone che rinunciano all'equitazione dopo averla provata, perché le aspettative rimangono deluse, ovvero lo stress, i costi e i rischi percepiti sono superiori ai vantaggi - sempre percepiti - del praticare i cavalli. I giovani cercano nel tempo libero divertimento e svago, non lavoro e dura disciplina.

Una fascinazione temporanea poco si abbina allo stile di vita che richiede la convivenza per lungo tempo con i cavalli, indispensabile per diventare competenti di cavalli, soprattutto ai fini delle discipline equestri convenzionali. Se a ciò si aggiunge che praticare equitazione è uno sport pericoloso, che non è proprio alla portata di portafoglio di tutti, in quanto costa il cavallo, costa mantenerlo, certe discipline equestri costano più di altre, è chiaro che un certo modo di proporre il cavallo, specialmente in tempi di crisi economica, non può essere popolare e dunque contribuisce a quel protrarsi del tramonto del cavallo nella nostra società iniziato con la rivoluzione delle macchine.

La nuova società e l'Eros 

La società è in continua trasformazione e chi basa la propria vita sul mondo del cavallo, e la diffusione dunque dell'animale come fonte di lavoro e reddito, non può non chiedersi cosa cambierà per tentare di sopravvivere o di difendere il costruito.

Indubbiamente, il dato che maggiormente salta agli occhi nella nostra società è il mutarsi del rapporto tra persone e natura, dove alcuni animali, come i pets, sono sempre più percepiti come membri della famiglia. In Italia pare che uno dei pochi settori economici che non conosce crisi è la spesa per gli animali d'affezione. Non solo, le élite intellettuali preparano da tempo il campo della tutela della natura, e dunque delle risorse su cui vivere, a sfavore della mera crescita numerica degli esseri umani: "gli unici predatori incontrollabili in grado di rovinare la vita sulla terra depauperandone e avvelenandone le risorse". Ci si preoccupa dei cambiamenti climatici, dell'estinzione della fauna e flora selvatici, del trattamento degli animali inseriti nel ciclo produttivo, dell'ecologia perché è sinonimo di salute come mai prima, almeno dall'avvio della società industriale.

La società attuale, basata su un paradigma oramai in crisi, quello della crescita infinita e del benessere economico diffuso, che aveva trovato nella repressione della pulsione sessuale l'inevitabile sacrificio per la sopravvivenza del sistema sociale, almeno secondo il padre della psicologia Sigmund Freud, si sta evolvendo per la riconquista della libido perduta.

Il tutto era stato previsto dal sociologo Herbert Mancuse che in "Eros e civiltà", pubblicato nel 1955, individua nella repressione e nella nevrosi il prezzo della civiltà industriale attuale e nel disagio inibitivo, ad un certo punto, la causa di ribellione ad essa.

Marcuse rielabora il concetto di "alienazione" o di "estraniazione" proprio di Marx riferito alla società capitalistica. Il problema, secondo Marcuse, non è tanto il non essere proprietari del prodotto della catena industriale che si contribuisce, con il proprio lavoro, a creare, quanto nel fatto che asservendo il tipo di società attuale l'essere umano non è più in grado di esprimere il senso di libertà che si porta dentro, diventando esso stesso merce, prodotto di scambio.
 
Dice Marcuse che la civiltà è principalmente opera della forza dell'Eros che guida le scelte, nel bene e nel male, mentre la società industriale ha tratto la sua forza generatrice dalla sottrazione di libido. L’istinto in particolare secondo Marcuse coinciderebbe con l’Eros, sacrificato al dio denaro nel capitalismo. Solo l’Eros è in grado di far superare i criteri dell’efficienza e della produttività finalizzata al mero profitto facendo recuperare all'essere umano non solo parte della sessualità sacrificata, ma anche della sfera affettiva.

L’Eros, in questa accezione, è il principio del piacere e dell'affetto e coincide con l'istinto per la libertà.

In Eros e Amore, Igor Sibaldi, studioso di teologia e filosofia, dà questa definizione: Amor deriva dal latino ed a sua volta dal sanscrito kama, ed esprime il desiderio sessuale, l’eccitazione suscitata in un corpo da un altro corpo ed il piacere che si calcola di trarne. Leubh, germanico, da cui derivano Love, Liebe, Ljubov e che in latino divenne lubere (far piacere) e libere (essere liberi), che si può tradurre con avere caro, il cui senso più profondo potrebbe essere “voglio che tu ti senta libero e a tuo agio”.

E ancora, il primo a narrare di Eros è stato il poeta greco Esiodo, che lo colloca fra le divinità primordiali. Eros in antropologia viene posto nella categoria degli imbroglioni che compaiono nei miti di tutti i popoli e sono creatori di cultura; rappresentano, infatti, il principio del caos, del disordine ma anche la forza che libera dai tabù e dai limiti. Per la cultura ebraica Eros significa sia attenzione che nudità: è il vedere e il voler vedere, il desiderio di un denudare che possiamo intendere tanto nel senso più concreto, quanto metaforico, come togliere dalla mente ciò che limita la sua visuale. Socrate partendo da questo concetto dà la sua definizione di scala amoris: dall'amore carnale per i bei corpi, attraverso la sublimazione, all'amore universale, che è soprattutto compassione per l'altro, amore per la giustizia e per l'arte.

Paradossalmente, proprio perché la cultura richiede una sublimazione continua, non può che indebolire l'Eros primordiale o istintuale, distaccando dalle radici, producendo infine alienazione. Con la sua origine nella rinuncia, e sviluppandosi sotto rinunce progressive, la sublimazione degli istinti tende all’autodistruzione, samsara per il buddismo, una metempsicosi, strettamente congiunta alla concezione del karman, una liberazione sì dalla condizione terrena e dagli istinti, ma che coincide con l'esaurimento del ciclo di vita. Una condizione, chiaramente, non per tutti.

Il punto di svolta della robotica nella società contemporanea

L'enorme sviluppo delle forze produttive, soprattutto degli androidi che possono sostituire nella produzione l'essere umano, come prima le macchine hanno sostituito i cavalli nei trasporti, non può che lasciare molte persone prive di lavoro.

I robots possono o distruggere l'essere umano (distopia) o liberarlo dal lavoro e dalla fatica (utopia), lasciandogli molto tempo libero da dedicare ai piaceri, alla cura del corpo e della mente. Sicuramente cambierà il panorama degli dei (intesi come simboli) in cui identificarsi. Quindi Prometeo, l’eroe della fatica, del lavoro, della produttività, non sarà più un giorno il simbolo della società, perché il suo posto verrà occupato da altri, prima di tutto da Orfeo e da Narciso.

Orfeo, il "solitario agreste", è un personaggio della mitologia greca, un cantore (in campo equestre verrebbe definito un "sussurratore") che piega al suono della sua lira gli animali e tutta la natura. Narciso è anch'esso un personaggio della mitologia greca, un cacciatore, famoso per la sua bellezza e le sue conquiste amorose. Le immagini di Orfeo e di Narciso (che rappresentano l’arte di incantare gli animali e il bello delle conquiste amorose) riconciliano Eros e Thanatos, la vita e la morte. Esse rievocano l’esperienza di un mondo che non va dominato e controllato bensì liberato dai freni inibitori e dall'angoscia prometeica del principio di prestazione, conciliando arte, natura, libertà ed eros.

Che la società attuale si muova verso un nuovo edonismo, dove la gente si spoglia sui social dei propri freni inibitori, e in assenza di "lavoro" tradizionale, vorrebbe dedicarsi alla mera socializzazione e perseguimento del piacere nella vita è già un fatto.

Riflessi nel mondo dell'equitazione

Oggi vi è contrapposizione tra due accezioni di cultura equestre:

  1. ll complesso delle manifestazioni della vita materiale, sociale e religiosa come è stato ereditato per una determinata disciplina collegato a una realtà geografica e/o ad una classe socio-economica (la disciplina sopra il cavallo).

  2. Quanto concorre alla formazione dell'individuo sul piano intellettuale e morale, oltre che di competenza pratica, per l'acquisizione della consapevolezza del ruolo che ha il proprietario per il benessere del binomio persona-cavallo, che oggi è imprescindibile dall'etologia animale, che comporta scelte gestionali e di impiego (la relazione sopra la disciplina);

Le istituzioni equestri mirerebbero a conservare l'accezione di cultura equestre legata alla disciplina sopra al cavallo, pensando - erroneamente nel lungo periodo - che essa garantisca maggiori profitti all'industria equestre.

Ma le nuove generazioni sono più sensibili al rapporto tra persona e ambiente e dunque alla relazione persona-cavallo, oltre che refrattarie al concetto di duro lavoro e fatica nella disciplina.

Oggi, se non si mette in primo piano il legame affettivo, quello che lega il proprietario a continuare a mantenere un cavallo, pur con i costi e i sacrifici che comporta, è destinato a fare pochi nuovi proseliti oltre ai già affiliati.

Laddove i soldi da investire sono pochi, le origini urbane, sono la relazione con l'animale e l'attrattiva di svolgere qualcosa in libertà in natura che possono diventare il criterio principale di socializzazione all'equitazione, rendendo necessaria un'evoluzione nell'approccio al cavallo, partendo dalle stesse scelte allevatoriali, perché un cavallo non è uguale all'altro e indubbiamente ci sono razze di cavalli più adatte alla "nuova equitazione", perché le aspettative siano corrisposte. 

Il cavallo come soggetto, e non più come un prodotto, insieme alla più innovativa richiesta di libertà in equitazione (togliere finimenti e rinforzi coercitivi anziché aggiungerne) è la manifestazione più attuale di liberazione dalla disciplina e con essa dal lavoro e dalla fatica del prometeico asservimento alla prestazione, per la ricerca di libido e piacere nella disciplina equestre praticata e nel rapporto con il cavallo.

Lo "stato di libertà" con i cavalli, che si contrappone allo "stato di cattività" che lega ad essi, è una sfida che non sempre vede gli operatori all'uopo già pronti.

L'output più positivo, dal punto di vista non solo equino ma anche umano, del nuovo paradigma, è che la libertà stimola la cognitività e l'intelligenza emotiva, sia nelle persone, sia nei cavalli, aprendo a quel fronte "terapeutico" che attrae molte persone agli animali e in particolare al cavallo.

I giovani di oggi sono cresciuti in un sistema di pensiero diverso rispetto a quello che ha generato i vecchi modelli di equitazione. Ci sono segnali che mostrano che potrebbero non essere attratti dalla "detenzione di animali in cattività" da esibire come "belve" con tutte le pastoie del caso quando si fanno uscire dal box per dimostrare alla colletttività la valenza di forza e coraggio e la dominanza sulla natura animale, dunque sugli istinti.

Al contrario, sono sempre più le persone che vogliono possedere un cavallo solo per la gioia di averlo, che godono nel vederlo correre in un prato, che vogliono imparare a cavalcarlo senza troppi finimenti per dimostrare la relazione sopra la disciplina.

Basta andare sui social. Le prestazioni tradizionali a cavallo ricevono poca visibilità o likes. Basta che una persona qualuque posti il video di un cavallo in libertà che si fa i fatti suoi, introducendo che l'animale magari ha 30 anni ed è in perfetta forma, godendosi la vita facendo il cavallo, o che risponde ai richiami verbali come un cane, si fa cavalcare senza sella e finimenti, per ottenere tante condivisioni e likes, perché l'aspettativa di eros e ludos legata al cavallo è soddisfatta, almeno nella coscienza collettiva delle nuove generazioni.

Probabilmente la nuova equitazione, che pone al centro la relazione e la libertà, l'eros e l'affetto, la naturalezza e il gioco, a sfavore della prestazione "produttiva", sarà l'attrattiva autentica per il reclutamento delle nuove generazioni al cavallo.