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Il pensiero non convenzionale offre riflessioni sui modelli culturali e sulle dinamiche del linguaggio verbale e non verbale applicate al contesto multiculturale della nostra società.

L'attenzione è posta su come l'ambiente socio-culturale agisca, attraverso l'approvazione e/o la disapprovazione, il like o dislike ai tempi dei social.

Ogni cultura, quindi anche il mondo del cavallo, offre ai suoi fruitori alcuni schemi di autorealizzazione sotto forma di modelli o paradigmi che, attuati o seguiti durante la costruzione del progetto personale, garantiscono l'approvazione, ma non sempre sono giusti. 

I portatori di una determinata cultura tendono a scegliere il paradigma che più si rispecchia nella necessità di poter garantire una certa accettazione rispetto al settore di riferimento.

Così nel mondo del cavallo si creano stereotipi di cavalieri, cavallari e cavallanti, belli e brutti, ricchi e poveri, buoni o cattivi, chi sta sopra e chi sta sotto, tutto teso a categorizzare dei segmenti per cui qualcuno dovrebbe essere più di qualcun altro, in base a qualche metrica pre impostata, quasi sempre senza scendere nei contenuti con il pensiero critico e non di rado con motivazioni ignoranti, magari solo per attirare attenzione.

Quando si parla di stereotipi e pregiudizi è forte e tangibile il collegamento con immagini e concetti pre impostati che limitano opportunità e potenzialità di comunione di valori, di inclusione, di crescita culturale.

Se le generalizzazioni aiutano a semplificare la realtà, gli stereotipi danneggiano l'interculturalità e creano marginalizzazione, radicalizzazione, pregiudizi e persino arretratezza culturale.

L'educazione deve produrre innovazione per garantire multiculturalità, inclusione, lotta alle diseguaglianze, specie a quelle socialmente ingiuste che creano conflitto nella comunità, al bullismo, a prassi obsolete che creano marginalizzazione ed esclusione, quando non abuso e molestia, diffamazione o ingiuria fini a se stesse.

L’innovazione spesso nasce dallo sviluppo di soluzioni che nascono da forme non convenzionali del pensiero. Nuove idee nascono da nuovi approcci, che hanno l’ambizione di rompere le regole, di proiettare le idee oltre i confini del pensare comune per anticipare le risposte a problemi.

Così, per combattere certe forme di abuso sui cavalli, si potrebbe pensare di mettersi al loro posto; per combattere pregiudizi su quali categorie di equestri sarebbero peggiori di altri, si potrebbe pensare a mettersi nei panni di questi a parità di risorse e possibilità, perché le scelte sono spesso condizionate dal portafoglio, oltre che dalla territorialità e dalle radici.

Lo scambio di idee, la diversità, la contaminazione è ciò che può produrre eccellenza e crescita laddove prima c'era il ristagno. Sempre tenendo presente che nessuno può avere il monopolio di cosa sia la corretta equitazione, il modo giusto per fare animalismo, l'approccio sovraordinato alla terapia equestre, piuttosto che alla veterinaria o alla mascalcia.

Viviamo in una società di pluralismi, dove è pressoché impossibile autoreferenziarsi come la sorgente unica o superiore del sapere e del saper fare.

Nel mondo del cavallo oltre l'80% delle persone che lo rappresentano, secondo stime internazionali, ha subito attacchi di bullismo.

Questo succede perché c'è la tendenza nel mondo attuale, potenziata dai social, a proclamarsi esperti di tutto e a voler fare gli "opinionisti ufficiali" su qualsiasi cosa, anche quando non si conosce nulla al riguardo, ne’ si hanno alle spalle adeguata formazione ed esperienza.

Per porre fine a questa tossicità che fa vittime, specialmente tra i minori, i più deboli, i più fragili, e che danneggia per intero il comparto, allontanando anche brave persone, che rimangono schifate da questo modo di comportarsi, occorre sovvertire i ruoli e cercare sempre di immedesimarsi nell'altro.

Il cattivo costume del bullismo e delle molestie negli sport equestri sono un grosso ostacolo per attrarre nuovi partecipanti e sponsor nel mondo del cavallo.

Il concetto alla base di questo discorso è che tutti possiamo assumerci la responsabilità personale di eliminare il bullismo, razzismo, abuso, molestie su persone e su cavalli dalla nostra "scuderia", reale o virtuale, come strumento per elevare il dibattito nel mondo del cavallo e lo standard di comportamento per tutti, e dunque di stimolare la crescita qualitativa del comparto.

Fino almeno alla prima guerra mondiale i cavalli erano un elemento di quotidianità per gli esseri umani. Lavoravano, trasportavano, collegavano merci e persone. Alla fine della seconda guerra mondiale cominciavano già ad essere un ricordo del passato.

Tolti dal lavoro, relegati a svago e sport, quando non alla terapia, il loro decadimento in numero e popolarità è stato una costante fino ai giorni nostri.

Con l'estinzione del cavallo come necessità, se ne è andata anche la possibilità di imparare ad andare a cavallo come fatto normale della vita.

Ciò spiega perché la competenza pratica equestre sia assai diminuita nel tempo e oggi sia difficile reclutare nuove leve per l'equitazione tra persone che non hanno il cavallo nella propria tradizione familiare.

Imparare ad andare a cavallo oggi è più difficile, si comincia mediamente più tardi, si viene inscatolati subito in una delle possibili discipline senza neppure avere le basi dell'equitazione pratica, quella del semplice saper andare a cavallo, inteso letteralmente muoversi a cavallo, cioè spostarsi da un luogo all'altro. Senza sapere nulla di tutto questo, né di come ci si debba prendere cura di un cavallo, si può essere messi a cavallo in un rettangolo con la pretesa da parte dell'istruttore di instradare il novizio al salto ostacoli, piuttosto che al reining o a diversa disciplina istituzionalizzata per un circuito competitivo.

Quella della disciplina, che dovrebbe essere l'ultima scelta, dopo che si è imparato ad andare a cavallo, rischia di essere l'approccio per neofiti, con la conseguenza di un numero elevato di persone che rinunciano all'equitazione dopo averla provata, perché le aspettative rimangono deluse, ovvero lo stress, i costi e i rischi percepiti sono superiori ai vantaggi - sempre percepiti - del praticare i cavalli. I giovani cercano nel tempo libero divertimento e svago, non lavoro e dura disciplina.

Una fascinazione temporanea poco si abbina allo stile di vita che richiede la convivenza per lungo tempo con i cavalli, indispensabile per diventare competenti di cavalli, soprattutto ai fini delle discipline equestri convenzionali. Se a ciò si aggiunge che praticare equitazione è uno sport pericoloso, che non è proprio alla portata di portafoglio di tutti, in quanto costa il cavallo, costa mantenerlo, certe discipline equestri costano più di altre, è chiaro che un certo modo di proporre il cavallo, specialmente in tempi di crisi economica, non può essere popolare e dunque contribuisce a quel protrarsi del tramonto del cavallo nella nostra società iniziato con la rivoluzione delle macchine.

La nuova società e l'Eros 

La società è in continua trasformazione e chi basa la propria vita sul mondo del cavallo, e la diffusione dunque dell'animale come fonte di lavoro e reddito, non può non chiedersi cosa cambierà per tentare di sopravvivere o di difendere il costruito.

Indubbiamente, il dato che maggiormente salta agli occhi nella nostra società è il mutarsi del rapporto tra persone e natura, dove alcuni animali, come i pets, sono sempre più percepiti come membri della famiglia. In Italia pare che uno dei pochi settori economici che non conosce crisi è la spesa per gli animali d'affezione. Non solo, le élite intellettuali preparano da tempo il campo della tutela della natura, e dunque delle risorse su cui vivere, a sfavore della mera crescita numerica degli esseri umani: "gli unici predatori incontrollabili in grado di rovinare la vita sulla terra depauperandone e avvelenandone le risorse". Ci si preoccupa dei cambiamenti climatici, dell'estinzione della fauna e flora selvatici, del trattamento degli animali inseriti nel ciclo produttivo, dell'ecologia perché è sinonimo di salute come mai prima, almeno dall'avvio della società industriale.

La società attuale, basata su un paradigma oramai in crisi, quello della crescita infinita e del benessere economico diffuso, che aveva trovato nella repressione della pulsione sessuale l'inevitabile sacrificio per la sopravvivenza del sistema sociale, almeno secondo il padre della psicologia Sigmund Freud, si sta evolvendo per la riconquista della libido perduta.

Il tutto era stato previsto dal sociologo Herbert Mancuse che in "Eros e civiltà", pubblicato nel 1955, individua nella repressione e nella nevrosi il prezzo della civiltà industriale attuale e nel disagio inibitivo, ad un certo punto, la causa di ribellione ad essa.

Marcuse rielabora il concetto di "alienazione" o di "estraniazione" proprio di Marx riferito alla società capitalistica. Il problema, secondo Marcuse, non è tanto il non essere proprietari del prodotto della catena industriale che si contribuisce, con il proprio lavoro, a creare, quanto nel fatto che asservendo il tipo di società attuale l'essere umano non è più in grado di esprimere il senso di libertà che si porta dentro, diventando esso stesso merce, prodotto di scambio.
 
Dice Marcuse che la civiltà è principalmente opera della forza dell'Eros che guida le scelte, nel bene e nel male, mentre la società industriale ha tratto la sua forza generatrice dalla sottrazione di libido. L’istinto in particolare secondo Marcuse coinciderebbe con l’Eros, sacrificato al dio denaro nel capitalismo. Solo l’Eros è in grado di far superare i criteri dell’efficienza e della produttività finalizzata al mero profitto facendo recuperare all'essere umano non solo parte della sessualità sacrificata, ma anche della sfera affettiva.

L’Eros, in questa accezione, è il principio del piacere e dell'affetto e coincide con l'istinto per la libertà.

In Eros e Amore, Igor Sibaldi, studioso di teologia e filosofia, dà questa definizione: Amor deriva dal latino ed a sua volta dal sanscrito kama, ed esprime il desiderio sessuale, l’eccitazione suscitata in un corpo da un altro corpo ed il piacere che si calcola di trarne. Leubh, germanico, da cui derivano Love, Liebe, Ljubov e che in latino divenne lubere (far piacere) e libere (essere liberi), che si può tradurre con avere caro, il cui senso più profondo potrebbe essere “voglio che tu ti senta libero e a tuo agio”.

E ancora, il primo a narrare di Eros è stato il poeta greco Esiodo, che lo colloca fra le divinità primordiali. Eros in antropologia viene posto nella categoria degli imbroglioni che compaiono nei miti di tutti i popoli e sono creatori di cultura; rappresentano, infatti, il principio del caos, del disordine ma anche la forza che libera dai tabù e dai limiti. Per la cultura ebraica Eros significa sia attenzione che nudità: è il vedere e il voler vedere, il desiderio di un denudare che possiamo intendere tanto nel senso più concreto, quanto metaforico, come togliere dalla mente ciò che limita la sua visuale. Socrate partendo da questo concetto dà la sua definizione di scala amoris: dall'amore carnale per i bei corpi, attraverso la sublimazione, all'amore universale, che è soprattutto compassione per l'altro, amore per la giustizia e per l'arte.

Paradossalmente, proprio perché la cultura richiede una sublimazione continua, non può che indebolire l'Eros primordiale o istintuale, distaccando dalle radici, producendo infine alienazione. Con la sua origine nella rinuncia, e sviluppandosi sotto rinunce progressive, la sublimazione degli istinti tende all’autodistruzione, samsara per il buddismo, una metempsicosi, strettamente congiunta alla concezione del karman, una liberazione sì dalla condizione terrena e dagli istinti, ma che coincide con l'esaurimento del ciclo di vita. Una condizione, chiaramente, non per tutti.

Il punto di svolta della robotica nella società contemporanea

L'enorme sviluppo delle forze produttive, soprattutto degli androidi che possono sostituire nella produzione l'essere umano, come prima le macchine hanno sostituito i cavalli nei trasporti, non può che lasciare molte persone prive di lavoro.

I robots possono o distruggere l'essere umano (distopia) o liberarlo dal lavoro e dalla fatica (utopia), lasciandogli molto tempo libero da dedicare ai piaceri, alla cura del corpo e della mente. Sicuramente cambierà il panorama degli dei (intesi come simboli) in cui identificarsi. Quindi Prometeo, l’eroe della fatica, del lavoro, della produttività, non sarà più un giorno il simbolo della società, perché il suo posto verrà occupato da altri, prima di tutto da Orfeo e da Narciso.

Orfeo, il "solitario agreste", è un personaggio della mitologia greca, un cantore (in campo equestre verrebbe definito un "sussurratore") che piega al suono della sua lira gli animali e tutta la natura. Narciso è anch'esso un personaggio della mitologia greca, un cacciatore, famoso per la sua bellezza e le sue conquiste amorose. Le immagini di Orfeo e di Narciso (che rappresentano l’arte di incantare gli animali e il bello delle conquiste amorose) riconciliano Eros e Thanatos, la vita e la morte. Esse rievocano l’esperienza di un mondo che non va dominato e controllato bensì liberato dai freni inibitori e dall'angoscia prometeica del principio di prestazione, conciliando arte, natura, libertà ed eros.

Che la società attuale si muova verso un nuovo edonismo, dove la gente si spoglia sui social dei propri freni inibitori, e in assenza di "lavoro" tradizionale, vorrebbe dedicarsi alla mera socializzazione e perseguimento del piacere nella vita è già un fatto.

Riflessi nel mondo dell'equitazione

Oggi vi è contrapposizione tra due accezioni di cultura equestre:

  1. ll complesso delle manifestazioni della vita materiale, sociale e religiosa come è stato ereditato per una determinata disciplina collegato a una realtà geografica e/o ad una classe socio-economica (la disciplina sopra il cavallo).

  2. Quanto concorre alla formazione dell'individuo sul piano intellettuale e morale, oltre che di competenza pratica, per l'acquisizione della consapevolezza del ruolo che ha il proprietario per il benessere del binomio persona-cavallo, che oggi è imprescindibile dall'etologia animale, che comporta scelte gestionali e di impiego (la relazione sopra la disciplina);

Le istituzioni equestri mirerebbero a conservare l'accezione di cultura equestre legata alla disciplina sopra al cavallo, pensando - erroneamente nel lungo periodo - che essa garantisca maggiori profitti all'industria equestre.

Ma le nuove generazioni sono più sensibili al rapporto tra persona e ambiente e dunque alla relazione persona-cavallo, oltre che refrattarie al concetto di duro lavoro e fatica nella disciplina.

Oggi, se non si mette in primo piano il legame affettivo, quello che lega il proprietario a continuare a mantenere un cavallo, pur con i costi e i sacrifici che comporta, è destinato a fare pochi nuovi proseliti oltre ai già affiliati.

Laddove i soldi da investire sono pochi, le origini urbane, sono la relazione con l'animale e l'attrattiva di svolgere qualcosa in libertà in natura che possono diventare il criterio principale di socializzazione all'equitazione, rendendo necessaria un'evoluzione nell'approccio al cavallo, partendo dalle stesse scelte allevatoriali, perché un cavallo non è uguale all'altro e indubbiamente ci sono razze di cavalli più adatte alla "nuova equitazione", perché le aspettative siano corrisposte. 

Il cavallo come soggetto, e non più come un prodotto, insieme alla più innovativa richiesta di libertà in equitazione (togliere finimenti e rinforzi coercitivi anziché aggiungerne) è la manifestazione più attuale di liberazione dalla disciplina e con essa dal lavoro e dalla fatica del prometeico asservimento alla prestazione, per la ricerca di libido e piacere nella disciplina equestre praticata e nel rapporto con il cavallo.

Lo "stato di libertà" con i cavalli, che si contrappone allo "stato di cattività" che lega ad essi, è una sfida che non sempre vede gli operatori all'uopo già pronti.

L'output più positivo, dal punto di vista non solo equino ma anche umano, del nuovo paradigma, è che la libertà stimola la cognitività e l'intelligenza emotiva, sia nelle persone, sia nei cavalli, aprendo a quel fronte "terapeutico" che attrae molte persone agli animali e in particolare al cavallo.

I giovani di oggi sono cresciuti in un sistema di pensiero diverso rispetto a quello che ha generato i vecchi modelli di equitazione. Ci sono segnali che mostrano che potrebbero non essere attratti dalla "detenzione di animali in cattività" da esibire come "belve" con tutte le pastoie del caso quando si fanno uscire dal box per dimostrare alla colletttività la valenza di forza e coraggio e la dominanza sulla natura animale, dunque sugli istinti.

Al contrario, sono sempre più le persone che vogliono possedere un cavallo solo per la gioia di averlo, che godono nel vederlo correre in un prato, che vogliono imparare a cavalcarlo senza troppi finimenti per dimostrare la relazione sopra la disciplina.

Basta andare sui social. Le prestazioni tradizionali a cavallo ricevono poca visibilità o likes. Basta che una persona qualuque posti il video di un cavallo in libertà che si fa i fatti suoi, introducendo che l'animale magari ha 30 anni ed è in perfetta forma, godendosi la vita facendo il cavallo, o che risponde ai richiami verbali come un cane, si fa cavalcare senza sella e finimenti, per ottenere tante condivisioni e likes, perché l'aspettativa di eros e ludos legata al cavallo è soddisfatta, almeno nella coscienza collettiva delle nuove generazioni.

Probabilmente la nuova equitazione, che pone al centro la relazione e la libertà, l'eros e l'affetto, la naturalezza e il gioco, a sfavore della prestazione "produttiva", sarà l'attrattiva autentica per il reclutamento delle nuove generazioni al cavallo.

Un purosangue inglese, ex galoppatore da ippodromo, ricondotto in natura biteless e barefoot, grazie a Horse Angels e a Sporty Farm

Un tempo molti sapevano andare a cavallo, ma perché la loro vita era legata alla terra e i cavalli venivano impiegati per gli spostamenti. 

Non che fosse l'età d'oro dell'amore per i cavalli, perché quella, se c'è stata, non ha mai rappresentato l'occidente a cavallo.

Semplicemente oggi assistiamo alla rapida scomparsa dei cavalli per una complicità di concause, rimanendo il loro impiego finalizzato ad allietare il tempo libero per sport, terapia, sfoggio di ricchezza o come sostegno per la pubertà femminile, giacché sono soprattutto le giovinette ad essere interessate all'equitazione, ma solo fino a che non diventano adulte, perché poi studio, lavoro, fidanzato, marito e figli, fanno accantonare i cavalli alla maggior parte di esse, almeno a quelle che non appartengono al circuito dei cavalli di lusso e che devono fare i conti con delle priorità e un inferiore potere di spesa per il tempo libero. 

Per un certo verso, si potrebbe anche essere contenti di ciò, almeno se non si vive sulla pelle dei cavalli. Della serie evviva, meno cavalli domestici da salvare dal macello e magari più considerazione per la possibilità di salvaguardare i cavalli selvatici.

Intanto che si vive la decrescita dei cavalli nel mondo occidentale, checché ne dicano statistiche farlocche che non hanno nesssuna reale contezza dei cavalli vivi sul territorio (visto che le morti non sono registrate dai più), diventa raro incontrare qualcuno che vada a cavallo o che sia interessato a farlo.

Si assiste al fallimento di gran parte degli avvicinamenti di persone adulte - mai prima socializzate all'equitazione - ai cavalli, anche perché è difficile che si appassionino a ginnasticare cavalli nel rettangolo del maneggio. L'equitazione costa ed è uno sport difficile e pericoloso, ci vogliono anni e anni di pratica, nel maneggio convenzionale, per imparare a cavalcare secondo i modelli precostituiti e preconfezionati, ma alla fine, per il pubblico generico, cavalcare in rettangolo sta a equitare come fare indoor-biking in palestra sta a fare ciclismo.

Riappropriarsi di una comunicazione vera con il cavallo, nel suo mondo, che è il mondo della natura, non la distopia del rettangolo, che è buona cosa per allenarsi e imparare ma, se finisce tutto lì, è come voler fare un tuffo in natura recandosi in piscina, sarebbe necessario per diffondere maggiormente la passione per i cavalli.

L'equitazione indoor equivale alla piscina, come quella outdoor ad andare al mare.  Ben altra portata di interesse potenziale.

Eppure, discorrendo con i neofiti adulti che si approcciano ai cavalli, pare che oggi equitare in natura sia quasi l'utopia, un sogno impossibile da realizzare, dove l'ostacolo additato, il colpevole, sembra l'ostracismo del cavallo. Troppo difficile, troppo pericoloso. Pochi posti decenti per l'avviamento all'equitazione di campagna. 

E così l'ambizione naturale di chi ama gli animali e si avvicina ai cavalli sperando di poter esplorare con loro il mondo reale, rifuggendo da realtà antropiche, per un'immersione in natura, s'infrange di fronte alla realtà attuale dei cavalli. 

Certamente, cavalli che possono portare neofiti in natura non sono quelli riciclati da maggio a settembre nei maneggi raffazzonati e gestiti da ignoranti, dove si usano metodi coercitivi perchè non c'è personale adeguato a comprendere i cavalli e ad educarli per l'equitazione di campagna.

Solo cavalli a sangue freddo, bassi e tozzi, residenziali e sicuri di sé, certi di non dover temere l'uomo, pasciuti e fiduciosi sul futuro, che durano tutto l'anno e per molti anni, conoscendo perfettamente il territorio che devono esplorare, sarebbero la cavalcatura adatta per l'avviamento di neofiti all'equitazione di campagna.

Non di certo i cavalli - spesso sclerotici - che stanno facendo il downgrading dagli impieghi equestri convenzionali in rettangolo per l'ultima estate della loro vita, andando poi in autunno al macello, perché quel maneggio pressapochista non ha di che sfamarli nella stagione morta all'equiturismo, e ha convenienza a procurarsi altri cavalli riciclati da altri impieghi equestri per la stagione successiva, e solo per una stagione.

Così l'equiturismo non decolla, è chiaro. Servirebbe una filosofia molto diversa, aliena dal presente mondo convenzionale dell'equitazione, per rinnovare l'offerta al pubblico generico dell'esperienza con i cavalli, offrendo ciò che realmente i più sarebbero disposti a considerare come interessante per entrare nel mondo del cavallo: costi sostenibili, relax senza accanimento agonistico, contatto con la natura in sicurezza

Poi magari non funzionerebbe lo stesso, perché è finito il tempo della relazione diffusa umano/cavallo e stiamo assistendo al suo tramonto senza possibilità alcuna di avviare nuove sperimentazioni che interrompano l'inevitabile.

In effetti, a guardarsi intorno, sembra che si punti solo alla pet-therapy come la strada salvifica per la diffusione dei cavalli nella nostra società. Che schiocchezza! Se i cavalli avessero il potere magico di curare, i proprietari di cavalli dovrebbe essere l'emblema dei sani nella società, di mente e di corpo, mentre guarda a caso la parola maneggio in italiano ha oggi due significati, in senso popolare significa malaffare, manovra astuta tesa a scopo illecito ("maneggio" come raggiro), e solo secondariamente, per gli addeti ai lavori, è il luogo dove si impara ad andare a cavallo.

Se il cavallo fosse intrinsicamente terapeutico, solo per citare un esempio, non esisterebbero le corse clandestine di cavalli, perché i delinquenti a contatto con il cavallo diventerebbero persone rinnovate nello spirito, tanto da rompere con il veccchio stile di vita. Il cavallo invece tende ad attrarre, tra gli onesti, anche la peggior gente, che rimane tale anche se sta a contatto con il cavallo tutto il giorno. Se poi la terapia discende dal mediatore umano, dove il cavallo è il mezzo medicale, non il fine, non si tiene conto che - almeno per quanto riguarda il bacino dei normodotati - si avvicinano ai cavalli non per spendere dei soldi perché l'operatore si metta al centro del palcoscenico (come di solito accade) per rovinare tutta la festa del ritorno in natura. 

Forse il cavallo è benefico sì, anche in un approccio per normodotati, ma solo se l'avvicinamento non è quello occidentale convenzionale. 

Servirebbero tutt'altro contesto e filosofia per vivere il cavallo diversamente. Una concezione filosofica panpsichica, ovvero basata sulla credenza che tutti gli elementi della realtà non solo vivono, ma possiedono anche natura psichica analoga a quella dell'uomo e perciò sentono e hanno una propria spontaneità interattiva che va valorizzata, non sminuita.

Allora imparare ad andare a cavallo non sarebbe una burocrazia piramidale, con le solite oligarchie al vertice, dove la spiritualità sta a zero mentre la tecnica sta a 100.

Il rapporto umano-cavallo è stato regolato per noi occidentali da due visioni del mondo: quella greca e quella giudaico-cristiana che, per quanto differenti tra loro, ci hanno dato una difficile eredità per comunicare con gli animali, rispetto ai popoli panpsichici, quella d'escludere che la natura rientri nella sfera di pertinenza dell’etica o che abbia un'anima.

I greci concepivano la natura come un ordine immutabile e un limite insuperabile che nessuna azione umana poteva violare, mettendo in scena un distacco che poi ha finito per costarci caro. Quando la cultura greca ha incontrato quella giudaico-cristiana lo scenario è peggiorato dal punto di vista della natura, in quanto si è cominciato a pensare che la natura fosse un dono di Dio all'uomo messo lì per essere sfruttato a piacimento, senza farsi alcuno scrupolo, in quanto privo di un'anima.

Da quel momento in poi, si è imposta un'ottica che si può riassumere nel "conoscere per dominare, non per amare".

Per lanciare il cavallo nell'odierna società come quel vettore per viaggi fisici e spirituali, bisognerebbe avere il coraggio vero, non da depliant pubblicitario per vendere un prodotto che è una bolla speculativa, di sovvertire l'ordine delle cose, ovvero il mondo va conosciuto per essere amato, non per essere dominato. Lo stesso dicasi per il cavallo.

Di dominanza ne abbiamo già avuta sin troppa, e specialmente nel tempo libero, di dominanza fine a se stessa se ne può anche fare a meno per dedicarsi al relax, all'amicizia, all'amore, al sentirsi bene e in pace.

Infatti, il problema che oggi si pone nei maneggi, come nella vita, è la "misura" della dominanza, che è eccessiva. 

L'etica fino a poco tempo fa era limitata da una concezione temporale ancorata al puro presente con un "primato antropologico". La natura andava cambiata, modellata, ridotta a spazio recintato nel mondo artificiale della città, separato dalla natura. Non c'era previsione per il futuro e il danno che certi cambiamenti potevano arrecare, riversandosi come un boomerang in negativo sugli stessi umani, non era conosciuto e quindi preso in considerazione.

Gli effetti nefasti di quest'ottica ci circondano.

Nell'equitazione sono visibili dove il cavallo è stato denaturalizzato e compresso grazie alla tecnica in ambiente completamente antropico. Un paesaggio che può essere poco ospitale e poco comunicativo, che può vedere la degradazione dei cavalli a macchine da performance, che vivono in box di pochi metri quadri e che escono solo per una prestazione meccanica, i cui movimenti tecnici, a volte anche del tutto innaturali, completamente fini a se stessi, dal momento che non hanno alcuna utilità pratica, segnano l'abissale distanza dalla connessione naturale con i cavalli, panpsichica, idealizzata dalla coscienza collettiva, che riconosce loro un'anima e che è poi il desiderio segreto di chi si avvicina ai cavalli.

I cavalli, studiati geneticamente a tavolino per soddisfare criteri estetici e funzionali di breve periodo, da prodotto di rapido consumo, sottratti al loro ambiente naturale, sottoposti a illuminazione artificiale, ad alimentazione industriale, a tecniche meccaniche di conduzione fini a se stesse, per la ripetizione di esercizi per giunta noiosi se una persona è un minimo creativa, da ripetersi in ambienti asettici antropici, per spettacoli dedicati al divertimento di umani che si compiacciono ad imbavagliare la natura, ci riflettono una concezione di equitazione oramai del tutto fuori moda e fuori interesse per le generazioni future.

Chi se ne frega di saper imbavagliare la natura, lo si fa da millenni e il risultato è la disillusione sull'essere umano e la "bontà" della nostra società che è sotto gli occhi di tutti ogni giorno.

Oggi ci sono cose molto più eccitanti da fare, come spogliarsi dalle sovrastrutture per tornare a qualcosa di più naturale che ci fa sentire bene con la natura, amati e amanti di essa.

Oggi i giovani sono attratti da etiche che vogliono farsi carico del futuro del pianeta, che va protetto insieme a tutte le sue creature. Solo una fede che riconosce l'anima ad ogni essere vivente può essere quell'innovazione di cui ha bisogno la comunità per cambiare, comprendendo come siamo tutti spiritualmente connessi gli uni agli altri e come non ci sia causa senza effetto, magari impercettibile, perché anche una goccia può increspare la superficie dell'oceano.

Un cavallo non ha bisogno di fare il workshop spirituale per sentirsi connesso. A meno che non sia già stato completamente rovinato, reso disequino, le sue antenne sono captive di ogni segnale sensato ed equilibrato per tornare in natura in poco tempo. Un cavallo riesce a deglobalizzarsi e decolonizzarsi in tempi rapidi, per sua fortuna.

Il suo contributo alla civiltà, oggi, sarebbe assai ridicolo che fosse fatto coincidere con una possibilità sportiva in più nell'annovero delle discipline riconosciute. E allora?

Non è una racchetta da tennis, o una palla da rugby, è un essere vivente.

Innamoratevi del cavallo, non della tecnica per dominarlo.

La tecnica certo serve, ma dovrebbe arrivare dopo, per imparare a destreggiarsi nelle varie situazioni, per migliorare la sicurezza, per dare maggiore autonomia, per evitare di farsi e fare male. Si può e si deve imparare in rettangolo di lavoro, certo. Ma quando l'equitazione si riduce a essere fine a se stessa per sfoggio puro di tecnica perde anche gran parte del suo fascino.

Vedere animali che nella coscienza collettiva sono sinonimo di libertà messi a 90 gradi per esibizioni di tecnica non è infatti qualcosa che possa interessare a molti.

Pagare poi fior di soldi per questo impiego, quando ci si diverte e rilassa molto di più pagando molto meno con tante altre attività sul mercato, è del tutto irrazionale, infatti si assiste al tramonto della diffusione dei cavalli, certo, anche per la concentrazione di ricchezza in poche mani e l'assottigliamento dei ceti medi.

Speriamo allora che coloro che godono di una visione panpsichica dell'animale, innovino completamente il settore, per poter offire con il cavallo molto più del rettangolo di equitazione, o di una pet-therapy che è nulla di più della sempre esistita fattoria didattica.

Sono sempre più infatti coloro che dicono che portare il cavallo a mangiare l'erba, nutrirlo, accudirlo, accarezzarlo, pettinarlo, attività fantastiche per altro, non offre sufficienti sfide per fare da volano a una crescita sostenuta di interesse per i cavalli come animali da compagnia, visti i costi di sostentamento, neppure con tutti certificati di "prodotto medicale" che gli si può incollare sopra per confezionare l'offerta al pubblico.

Se è una questione di sfide che mancano, perché ci possa essere un nuovo stimolo al diffondersi dei cavalli al largo pubblico, nessuna può essere più affascinante dell'idea di poter esplorare la natura a cavallo, per viaggi fisici ma anche spirituali, che permettano di superare l'assenza di poesia e di anima che caratterizza un poco la contemporaneità.

Dammi una parola e ti cambierò il mondo.

La «parola» non è neutra, ma contiene valore, tradizioni e anche pregiudizi.

E così rinnovare le parole serve anche a evolvere la società, per bandire ad esempio razzismo, classismo e discriminazioni di genere.

Nel linguaggio equestre inglese il vocabolo cavaliere è stato abolito già da molto tempo, giacché i "knights" non esistono più da un pezzo e definivano in passato una casta di combattenti a cavallo di origine aristocratica.

E' stata sostituita dalla parola rider, in italiano ciclista, che si applica comunemente sia a chi va a cavallo, sia a chi va in bici, sia a chi va in motocicletta. Raramente viene anticipata dalla parola equestrian-rider o horse-rider, perché è il contesto stesso che permette la declinazione, senza bisogno di specifiche. E' chiaro infatti che, in uno scritto o parlato sui cavalli e l'equitazione, per rider si intende chi va a cavallo.

Se ci ostinassimo a usare parole inglesi, significherebbe attribuire alla cultura anglassone maggiore valore rispetto a quella latina, o di altra estrazione geografica, perpetuando discriminazioni di razza che stanno rovinando il mondo. 

In italiano la traduzione oggi viene fatta coincidere spesso con la parola pilota, ovvero la persona che guida qualcosa o qualcuno, nel caso il cavallo.

L'italiano stesso però è una lingua antica che ha bisogno di essere rinnovata per mettere al bando molti termini classisti e razzisti.  

Questo è il caso della parola cavaliere, che definisce un uomo, non una donna, e colui che appartiene ai ceti sociali dei ricchi e può permettersi di affrontare il circuito degli sport equestri agonistici, accedendo con più facilità rispetto a qualsiasi altro a finanziamenti pubblici.

Ebbene, proponiamo di abolire nell'accezione comune di chi va a cavallo la parola cavaliere, in quanto non definisce tutti coloro che praticano equitazione, ma solo una piccola nicchia di persone: ricche, bianche, di sesso maschile, che praticano il circuito degli sport equestri olimpici a livello avanzato.

Quando mai una persona che fa equitazione di campagna, o pratica la monta americana, si autoriferirebbe come "cavaliere"? Un termine di per sè già obsoleto... perché cavaliere aveva senso nel Medio Evo, nel sistema di caste feudale. 

Il termine è stato abusato, e oggi indica - anche in modo dispregiativo - un privilegiato. Quanti "cavalieri" sono stati nominati tali nel mondo dell'industria e del lavoro, gente che non va cavallo, ma cavalieri nel senso arcaico di servitore della patria (come l'antica casta dei guerrieri legati al mondo feudale, che ricevevano il titolo e appezzamenti di terreno dal re, in cambio dei loro servizi militari) per poi essere investiti in scandali per detrazione illecita di risorse pubbliche?

Cosa c'entra il cavaliere con la moderna equitazione?

Cosa servirebbe il cavaliere di oggi in cambio di privilegi pubblici? E' vero che certi impieghi equestri ricevono più finanziamenti pubblici di altri, ma che questo sia ancora giustificato dal gusto popolare, è un altro paio di maniche. 

Nell'equitazione contemporanea la base è formata da donne, perché mai dovrebbero sentirsi rinfrancate a essere definite "cavalieri"? Queste donne che vanno a cavallo non servono nessuno, conducono uno sport per diletto nel tempo ricreativo, senza nessuna velleità di conquista politica o geografica e spesso neppure di dominio sul cavallo. 

Nell'equitazione contemporanea la base non svolge alcuna attività competitiva indirizzata a conquistare alcun ruolo olimpico. 

Per cui cavaliere, può definire al massimo una cerchia ristretta di persone, per di più maschi, che aspira a distinguersi negli sport equestri a carattere olimpico, e che si serve di finanziamenti - o privilegi - pubblici per fare "carriera" nel settore sportivo.

Quindi, perché applicare lo stesso termine indiscriminatemente a tutti nel mondo del cavallo?

Per creare differenza tra chi ha "titolo" per definirsi superiore? Superiore a chi o a che cosa? E in base a quali valori attuali? Perché superiore o inferiore è relativo al sistema di valori, e in democrazia sono i valori del popolo, e non di casta, che dovrebbero forgiare l'uso di parole. 

Ad esempio, se il sistema di valori è la tutela equina, cavaliere non significa affatto rispettare i cavalli più di chiunque altro va a cavallo.

Quindi la spocchia di chi si autoreferenzia come cavaliere, per mettersi su un podio più alto degli altri equestri, è oggi abbastanza impopolare, perché fa riferimento unicamente al sistema di valori di casta, privilegio economico, accesso a risorse pubbliche facilitato.

Tanto più che i paladini a cavallo della tutela equina, tra di essi i "sussurratori", che vantano di voler circoscrivere abuso e violenza sui cavalli, mai si autodefinirebbero cavalieri. Preferiscono essere chiamati "horsemen", altro termine sessista, perché contiene la parola uomo, che proponiamo sia abolito per essere tradotto in italiano come equestre etologico, o altro termine asessuale, esattamente come horsemanship oggi può essere tradotto come equitazione non violenta, dolce, etologica, o qualsiasi altro termine, purché non rifletta discriminazioni di genere.

In conclusione, proponiamo che per definire i proprietari di cavalli, e coloro che conducono una disciplina equestre qualsiasi, come noi del resto abbiamo sempre fatto, siano usate parole che aboliscono le discriminazioni su base sessuale, razzista, classista, o di privilegio all'accesso delle risorse pubbliche.

Equestri è un termine neutro ad esempio.

Qualcuno nei manuali usa anche la parola "piloti" perché rider - il termine usato in inglese - già epurato di discriminazioni - in italiano si traduce ciclista, che sarebbe improprio per chi va a cavallo.

Andare a cavallo significa condurre l'animale, quindi anche conduttore può afferire alla pratica, laddove si disquisisce di tecnica o pratica equestre.

Ma cavaliere o horseman proprio no, il primo è arcaico, ed entrambi sono sessisti, quindi diseducativi dal punto di vista affettivo, mentre per risolvere certi problemi sociali è importante la prevenzione.

Visto che cavallari è un termine dispregiativo, coniato proprio dai cavalieri per discrimare chi fa pratica equestre meno costosa, e non indirizzata all'agonismo, cavallerizzi e cavalcanti sono ritenuti termini volgari, fantini definiscono esclusivamente gli ippici, equestri può essere il termine comune, neutro, moderno, per definire il 99% di coloro che vanno a cavallo.

Poi, chi fa agonismo indirizzato agli sport equestri olimpici, esattamente come in inglese non è necessario declinare "rider", perché si desume dal contesto, avrà la sua definizione che appare evidente senza ombra di dubbio per l'applicazione contingente, lo stesso per chi fa monta americana, equitazione da campagna, chi è innamorato del ruolo terapeutico del cavallo, gli "etologi" a cavallo, e oggi come oggi anche l'ippico preferirebbe essere definito equestre, probabilmente, per salire in popolarità, si definiranno nel contesto generale, senza discriminazioni di parole su sesso, casta, soldi in tasca o possibilità di accesso privilegiato alle risorse pubbliche.

In un mondo del cavallo così diviso e conflittuale, come quello odierno, l'uso consapevole delle parole è la chiave per l'evoluzione in positivo.

Se vogliamo cambiare il mondo del cavallo, in senso democratico e meritocratico, a valenza anche di tutela degli equini, oltre che delle persone dalle discriminazioni, cominciamo a cambiare le parole.

Foto di repertorio

Lo sport equestre non è molto amato dal pubblico generico. E' un fatto.

Ogni volta che vengono eseguiti sondaggi sul tema, ad esempio per le ricorrenti olimpiadi, gi sport equestri risultano sempre tra le attività meno amate dal grande pubblico. 

Per questo non sono un granché visibili sui canali televisivi pubblici (in chiaro) e tendono ad essere rappresentati solo in canali specifici (a pagamento) guardati esclusivamente da persone coinvolte con il mondo del cavallo, e neppure da tutti, giacché il mondo del cavallo è parecchio diviso al suo interno, tra agonisti e non,  tra gestione convenzionale e naturale, monta inglese e americana, ricchi e poveri e altre enclave, dove ciascuno bada unicamente al proprio, senza seguire gli eventi dedicati agli altri.

Parlare di mondo del cavallo integrato, un cuore e un pubblico, è essere lontani dalla realtà. Non c’è "sport" al mondo più diviso in caste, più combattuto al suo interno, giacché il cavallo è molto più di uno sport, o mezzo sportivo, è un essere vivente che può accompagnare la vita dell'essere umano con tante sfumature. Gli stessi sport equestri olimpici non godono di popolarità assoluta tra i possessori di cavalli.

In una convention internazionale di SportAccord, tenutasi nel 2014 in Turchia, con circa 1500 delegati, leaders del business sullo sport, è stato fatto un sondaggio che ha coinvolto circa 216 operatori, che ha fatto emergere quanto segue:  

Lo sport per crescere ha bisogno di un vivaio giovanile diffuso, dove la lotta al doping e alla corruzione sono sfide rilevanti per allargare la platea del pubblico interessato. 

Lo sport equestre è stato tra i sei sport più citati nel sondaggio con futuro a rischio di calo di popolarità. Anche alla domanda sulle sponsorizzazioni, gli sport equestri si sono classificati tra i 6 sport con maggiori criticità.

Se a ciò si aggiunge che per le Olimpiadi di Rio 2016, numerosi sondaggi online davano gli sport equestri tra i meno amati e i meno seguiti, e che c'è stato a questo proposito un fiorire online di petizioni per l'abolizione degli sport equestri tra gli olimpici, c'è ampio materiale di riflessione sulle criticità avvertite dal pubblico. 

Generalmente, se si chiede agli equestri, rispondono che il problema è dato dalla difficoltà per gli osservatori di comprendere lo sport con i cavalli. Siamo sicuri che la ragione sia questa? Il rugby non è di certo facile da comprendere, eppure la sua popolarità non è a rischio. 

E' più probabile che il problema sia nella percezione del pubblico sul ruolo attribuito al cavallo nello sport.

E facile, ad esempio, che il pubblico abbia una maggiore accettazione del fatto che atleti umani possano farsi male e morire per sport, semplicemente perché è una loro scelta consapevole. Il cavallo non sceglie di partecipare, che possano veramente interessargli la fama e la gloria della competizione, piuttosto che oziare al prato con altri cavalli, è un dubbio legittimo che sorge a qualsiasi persona che ama gli animali. Se poi si fa male, non può più competere, gli può essere fatta l'eutanasia, piuttosto che cadere nel dimenticatoio e magari finire al macello. Tutto questo pone questioni etiche che in altri sport non ci sono.

Un'altra delle limitazioni alla popolarità spesso citate, è che si tratti di uno sport elitario. Mentre un ragazzino delle favelas può giocare a calcio nel quartiere, per strada, e aspirare ad arrivare ai massimi livelli, nessun ragazzino delle favelas può aspirare a distinguersi negli sport equestri olimpici.

Non è finita qui. I detrattori non vedono lo sport equestre come globale. Mentre nell'atletica leggera, solo per citare un esempio, ogni paese ha la sua squadra, le olimpiadi equestri sono sempre rappresentante dai soliti paesi più ricchi del mondo.

Poi c'è il problema del doping. Una cosa è imbrogliare iniettando a se stessi un cocktail chimico, sopportandone in prima persona gli eventuali danni collaterali. Altra cosa somministrare il doping ad un animale che non ha scelto di drogarsi (quindi si tratta di maltrattamento), e scaricare su di lui gli eventuali effetti collaterali. Alla gente non piacciono le droghe nello sport, quando poi sorge il dubbio che possano essere somministrate a creature "innocenti", private di ogni scelta, sorgono questioni etiche supplementari rispetto ad altri sport.

Insomma, alcune delle controversie legate all'impiego di animali per sport agonisitici non sono risolvibili. E l'opinione pubblica registra queste criticità e vi reagisce a suo modo.

Siamo andati a vedere il contenuto, più o meno, delle petizioni online per abolire gli sport equestri dalle Olimpiadi e abbiamo visto che le motivazioni suggerite sono profilate come segue:

  • È un'attività classista. Per diventare atleta, occorre permettersi una carriera con i cavalli, non equini qualsiasi, ma "da soldi". Prova? A competere negli sport equestri ad alto livello sono sempre gli eredi delle casate più ricche. 
  • Non è uno sport globale o inclusivo ma solo un passatempo per figli di ricchi ("snob") e rigorosamente dalla pelle bianca. Prova ne è che, da quando sono iniziate le Olimpiadi moderne, sono state 413 le medaglie assegnate negli sport equestri. Di queste, solo 16 sono state assegnate a una squadra al di fuori dell'Europa, Australia, Nuova Zelanda, Canada o Stati Uniti (Messico: 7, Brasile: 3, Cile: 2, Arabia Saudita: 2, Giappone: 1, Argentina: 1). Ciò significa che solo il 3% di tutte le medaglie ottenute è andato fuori dai soliti paesi di bianchi ricchi occidentali e in tutto solo 4 medaglie d'oro sono state appannaggio di paesi diversi dalle solite nazioni ricche di stampo occidentale (2 Messico, 1 Brasile, 1 Giappone).
  • Può essere considerato uno sport inumano. Anche senza bisogno di essere animalisti, è chiaro che ai cavalli non è lasciata libera scelta. Sono costretti ad allenarsi duramente alla sottomissione per partecipare a questi sport. Non c'è alcuna espressione di libertà o di cooperazione volontaria percepibile negli sport equestri olimpici (salto, dressage e completo). Ma non è tutto. Un infortunio è sufficiente a giustificare l'eutanasia. Le risorse necessarie per mantenere un cavallo malato nel circuito del luxury non valgono l'investimento per gli atleti umani che, notoriamente, scartano e allontanano i cavalli malati e infortunati.
  • Non è uno sport per umani ma per animali. E se vanno bene i cavalli, allora per par condicio dovrebbero essere accettati come minimo anche gli sport per cani che hanno un conduttore umano, come il dog agility o l'obedience, che almeno un cane se lo possono permettere tutti e anche il cagnetto senza pedigree può aspirare a diventare "top, top, top". 
  • Perché nessuno vuole vedere gli sport equestri alle Olimpiadi. Ecco una prova statistica: tra i 111 eventi che si sono svolti nelle Olimpiadi del 2016, il salto ostacoli individuale è stato classificato al 100° posto per popolarità. Il dressage è arrivato all'ultimo posto del podio sulla popolarità (individuali al 110° in classifica, squadra al 111° posto). Gli altri sport equestri non sono andati molto meglio: completo individuale al 103° posto in classifica, salto a squadre al 104°, completo a squadre al 109° posto). Ecco il link per verificare i dati: https://fivethirtyeight.com/features/best-worst-olympic-sports-survey-ranked/

Voi cosa ne pensate? Gli sport equestri, nella formula così concepita fino ad oggi, andrebbero banditi dalle Olimpiadi? 

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