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Da qualche anno si parla solo di responsabilità individuale, che significa lasciare il proprietario solo a se stesso, scordandosi che esiste anche una responsabilità collettiva, di Mipaaft , FISE, gli altri EPS che promuovono l'uso del cavallo, nonché l'industria sportiva del cavallo, che non versano un euro per il ricollocamento degli esodati nei loro circuiti.

La questione dell'elevato numero di cavalli indesiderati è venuta alla luce solo negli ultimi decenni, accompagnata dalle nuove normative per la tracciabilità delle carni rosse, dalla crisi economica e dal cambiamento di mentalità intorno all'allevamento del cavallo, sfavorevole alla sua macellazione.

I cavalli allevati per la carne rappresentano il livello economico più basso della popolazione di cavalli e non caratterizzano il problema dei cavalli indesiderati, poiché finiscono regolarmente e legalmente a carne.

La locuzione 'cavallo indesiderato' è invece un epifenomeno del cavallo impiegato per sport, ricreazione, terapia. Ed è definito come cavallo non allevato per le carni, ma il cui proprietario se ne vuole sbarazzare perché l'animale è oramai vecchio, ferito, malato, ingestibile o non riesce a soddisfare le sue aspettative.

Generalmente si tratta di soggetti con patologie mediche, problemi comportamentali, o anziani e non più impiegabili negli sport. Nella categoria rientrano anche cavalli non allevati per la carne, ma che una volta nati o cresciuti per debuttare nello sport o settore ricreativo, non rappresentano caratteristiche desiderabili per il target di riferimento. Infine, vi rientrano quelli che i proprietari non riescono più a mantenere e che nessuno vuole rilevare.

Il numero di cavalli indesiderati in Italia, a seguito della recessione cominciata all'incirca nel 2008, per i primi anni è stato sostanzioso, e ha portato alla decimazione del numero di equini nel nostro paese. Essendo molti cavalli finiti nella macellazione abusiva, non è possibile darne una rappresentazione numerica se non quella che - chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale - può approssimare guardandosi intorno. Cavalli, maneggi, indotto, sono calati in questi ultimi 10 anni almeno del 30%, se non di più.

Il numero di cavalli allevati in Italia è sceso drasticamente perché ci sono meno persone interessate a possedere cavalli per sport o ricreazione.

C'è stato un cambiamento nella domanda del mercato, una flessione. Dunque, dopo i primi anni di crisi si è ridotto il numero di cavalli indesiderati, ma non perché le persone sono diventate tanto più responsabili, piuttosto perché ci sono meno persone in circolazione che possiedono cavalli. Molti fruitori e altrettanti investitori hanno abbandonato il mondo del cavallo: questo è perfettamente visibile sia nell'ippica, sia nel settore degli sport equestri.

Negli ultimi anni le organizzazioni di soccorso / adozione / ricollocamento dei cavalli hanno, a loro merito, fatto uno sforzo coscienzioso sia per risistemare tanti più soggetti è stato loro possibile, sia per responsabilizzare gli utenti sul destino ultimo. Tuttavia, è difficile che - senza finanziamenti pubblici - e senza fondi strutturali derivati da sponsorizzazioni dirette da parte dell'industria equestre, ovvero entrate certe, tali organizzazioni riescano a salvare più di 30 cavalli l'anno ciascuna e per chi ha equini residenziali, più di 30 alla volta, che considerata la vita media di un cavallo.... significa che non potranno dare accoglienza ad altri equini indesiderati fino a che non ne muore uno, con tassi di ricambio degli equini salvati prossimi allo zero annuale.

Considerato che, tali organizzazioni, in Italia, si contano sulle punta delle dita, chiaro che non soddisfano la domanda di ricollocamento espressa nel complesso dal sistema, il cui meccanismo di usa e getta fatica a trovare una sostenibilità dal punto di vista etico per animali che hanno bisogno di fare trattamenti farmacologici che, stando alla normativa attuale, escludono per sempre quegli individui dalla macellazione.

L'anello debole dei cavalli indesiderati è dunque l'industria equestre, non la filiera degli equini da carne.

Il costo per mantenere un cavallo fino alla sua morte naturale è stato stimato dagli studi di settore italiani (Agenzia delle Entrate) a 1.800 euro l'anno per cavallo gestito in proprio, e 3.600 euro per tenerlo in una struttura che affitta spazi e servizi a pagamento. Queste sono le spese minime, per cavalli che sostanzialmente non hanno bisogno di gestioni particolari e sono mediamente in salute.

Per salvataggio, trasporto, riabilitazione, addestramento, i costi finanziari possono rapidamente salire e questo fa comprendere perché in media le associazioni dedicate, che vivono sostanzialmente di elemosina, senza alcuna certezza sulle proprie entrate, non riescano a soddisfare maggiormente la richiesta di ricollocamento.

Molti cavalli indesiderati - se i proprietari non riescono a ricollocarli in un posto consono con le proprie forze, finiscono per essere abbandonati o trascurati, o per andare alla macellazione abusiva, in un posto come l'Italia dove l'eutanasia è ancora poco praticata sugli equini, a meno che non abbiano una patologia acuta dalla quale è circa impossibile che si salvino.

Nei paesi a matrice anglosassone, l'eutanasia opportunistica è stata invece sdoganata come alternativa alla macellazione abusiva di cavalli che hanno fatto una vita sportiva. Esistono diverse opzioni di smaltimento delle carcasse tra cui seppellimento, compostaggio, incenerimento, a seconda. I costi tra eutanasia e smaltimento della carcassa variano dai 500 ai 1.000 euro. E questo scoraggia alcuni proprietari da prendere in considerazione questa modalità di fine vita.

Purtroppo, i vari progetti di legge o regolamentazioni in essere per dare maggiore tutela ai cavalli, non vogliono toccare il tasto sensibile, ovvero i finanziamenti strutturali per sostenere il ricollocamento dei cavalli indesiderati non macellabili. Peggio ancora, burocrati volontariamente ignoranti e vili hanno limitato le opzioni di eutanasia equina e non hanno affrontato i problemi relativi agli abbandoni, né i problemi alla salute pubblica dati dalla macellazione abusiva.

Le autorità e l'industria equestre si sono defilate, preferendo mettere la testa sotto la sabbia, e inaugurando la grande stagione della responsabilità individuale del proprietario, declinando ogni responsabilità collettiva.

Se da una parte ciò ha un suo senso, dall'altra è evidente che alcune responsabilità collettive sussistono: quelle delle istituzioni che regolano ippica e sport equestri che - per andare avanti - da una parte hanno bisogno di permettere il trattamento farmacologico non rendicontato dei cavalli, e di avere un ampio uso e rimpiazzo di questi animali, sfavorendo il possesso fino all'ultimo respiro, e dall'altra sono di mano corta e non sono disposte a finanziare strutturalmente il ricollocamento.

Tutto questo in realtà non è gratis, ma ha un preciso costo sociale: spinge ancora meno individui a interessarsi all'equitazione, vedendo il cavallo come problema e non come opportunità, e le associazioni di tutela dedicate al richiamo costante alla responsabilità individuale per diminuire l'allevamento, cioè per ridurre il numero di cavalli indesiderati che esse stesse non riusciranno a ricollocare e che finiranno in un modo o nell'altro nella macellazione.

La questione dei cavalli indesiderati è complessa e non verrà risolta da un giorno all'altro. Certamente le strategie in atto vedono il defilarsi irresponsabile di chi sponsorizza indirettamente l’esistenza 
di cavalli indesiderati, perché vive di usa e getta di questi animali, e lascia in campo esclusivamente, e senza aiuti, i singoli proprietari incauti e le associazioni animaliste - queste ultime a sviluppare da sole le strategie efficaci per migliorare la qualità della vita dei cavalli indesiderati e per ridurre il loro numero.

Il risultato non può che essere la perdita di consenso popolare su ippica e sport equestri da parte di quell'opinione pubblica che non ha bisogno o volontà di cavalli per lo sport e il tempo libero, e che neppure se li vuole ritrovare nel piatto, magari potenziati a cocaina, viagra e bute. La responsabilità individuale è un piccolo debito personale; quella collettiva, in capo all'industria equestre e ippica, uno grande. Senza scordarci che:

Un piccolo debito crea un debitore, uno grande un nemico.

Lucio Anneo Seneca

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