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Sedilo, Oristano, Sardegna. Ogni anno in questo periodo si corre l'Ardia in onore di San Costantino, nel tradizionale percorso attorno al Santuario intitolato al Santo imperatore.

Notoriamente una delle corse di cavalli più pericolose in Italia.  

Il bilancio è di tre cavalieri finiti a terra, uno portato via in codice rosso in elicottero. 

A terra alla prima pandela Luciano Putzulu. Subito dopo cade anche Antonio Porcu, ma entrambi si rialzano per loro fortuna. 

Non è così per Antonio Giovanni Carta, 44 anni, che viene trasportato in ambulanza fuori dal sito di corsa, ma solo ad Ardia conclusa viene trasportato in elicottero al San Francesco di Nuoro. Ha riportato un trauma cranico. Dopo un'operazione alla testa, è stato trasferito nel reparto di Rianimazione.


L'Ardia nonostante la caduta è continuata imperterrita, perché lo spettacolo - in questo tipo di corse - è dato dalla pericolosità, e come per altre corse popolari, in onore di santi, imperatori, riecheggi di Medio Evo, mai finito in Italia nel mondo equestre, che impiegano i cavalli, e che fanno della propria fortuna la pericolosità, se non c'è incidente non c'è divertimento. Infatti, perché indossare i caschi, dispositivi di sicurezza in equitazione, per evitare traumi cranici?

Chi si diverte in queste manifestazioni spera sempre che a infortunarsi e morire siano piuttosto i cavalli, non le persone. Tanto, tanto. Se ci tenessero alla sicurezza i dispositivi per massimizzarla, come i caschi, sarebbero obbligatori da regolamento. Certo, le persone scelgono, quindi si assumono la responsabilità del rischio, i cavalli no, quindi almeno per loro, dovrebbero essere obbligatori "i dispositivi di sicurezza".

Ovvero un percorso a prova di infortunio, un fondo ammortizzante, palizzate ai lati. Ma l'Ardia pare esente da dover rientrare nelle manifestazioni con equidi regolamentate per decreto nazionale.

Intanto una domanda incombe, l'Italia ha ancora bisogno di gladiatori e sacrifici di cavalli?