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In altri sport, l'anti-doping è una questione di giustizia e legalità. Chi sbaglia paga. Negli impieghi equestri di tipo agonistico, la faccenda è più complessa. Un conto infatti è sacrificare il proprio corpo per la gloria, è una decisione opinabile, una frode sportiva, ma l'atleta decide e in caso di errore paga in prima persona. Altra cosa, spezzare il corpo di un'alterità per la propria gloria. Il cavallo non decide di doparsi per vincere di più. E può essere anche poco interessato a vincere in generale. 

Il cavallo è un animale e, contemporanemante, come tutti gli esseri viventi, è una creatura senziente la cui volontà e destino possono essere eterodiretti dal proprietario. Il fatto che il cavallo non possa scegliere rende il doping più grave, non meno grave. Tanto che, nel nostro ordinamento, la somministrazione di farmaci non necessari, se non vietati, che possano alterare la prestazione sportiva è tra gli illeciti che possono portare ad un processo per maltrattamento animale, non solo per frode sportiva.

Dopare un cavallo, o sottoporlo ad altre pratiche invasive, al solo fine di alterare/migliorare la prestazione sportiva, mette l'animale a rischio di lesioni terribili. Non sentire il peso, non sentire la fatica, non sentire il dolore, rimuove quelli che sono stimoli necessari di autodifesa e autopreservazione.

Pensiamo alla funzione benefica del dolore. Ci avvisa che non possiamo andare oltre, se non a rischio di farci veramente male. Rimuovere i sintomi non rimuove il pericolo. Lo nasconde. Una scelta che può comportare lesioni permanenti al cavallo, dacché poi diventa inutile per l'impiego equestre per il quale era stato comperato l'animale, esponendolo al rischio di macellazione.

Purtroppo le punizioni in Italia, per quanto riguarda la giustizia sportiva, sono leggere. Andrebbero rivisti i regolamenti delle varie discipline per rendere i controlli antidoping più capillari, più estesi e, allo stesso tempo, le punizioni più severe.

Anche per quanto riguarda la giustizia ordinaria, in Italia si sa, è lunga e non sempre tiene conto dei diritti di tutela dei cavalli, privilegiando al principio astratto di punizione del reato di doping, l'opportunità pratico-economica di sfruttamento dei cavalli ad opera degli umani.

Rimane però la condanna morale, che deve essere fortissima. Si dice che i social network uccideranno l'equitazione a lungo andare, perché essa non è sempre "bella" e può capitare che il cavallo abbia bisogno di essere "spronato" affinché lavori... sottintendendo che non sempre il suo sforzo è volontario e collaborativo.

Un tempo venivano fotografati e diffusi solo i bei gesti e c'era un controllo maggiore dell'informazione. Oggi è libera. Oggi chiunque può esporre allenamenti e gare all'opinione pubblica che, spesso, tende a schierarsi dalla parte del cavallo piuttosto che dell'atleta umano.

Questo dovrebbe fare da monito a una tolleranza zero verso comportamenti poco dignitosi che mirano in modo squilibrato a vincere, quando la decisione più saggia dovrebbe essere la sospensione della prestazione sportiva per il riposo e recupero funzionale del cavallo, piuttosto che una metodologia di allenamento che miri a creare complicità ed empatia, abolendo dunque la coercizione eccessiva, che sia indotta tramite chimica o meccanica.

Purtroppo, come spesso accade, certe riforme - dall'alto - nel nostro paese arrivano con un ritardo tale che sono già vecchie quando vengono poste in essere.

Nel frattempo, la riforma prende piede dal basso e la difesa dei cavalli finisce per beneficiare dalla diffusione di valori come l'autodisciplina o la disciplina sociale indotta dal giudizio pubblico, anche quando la fonte di tali cambiamenti culturali proviene dai social network.

Questi ultimi sono troppo spesso vituperati senza capirne la portata benefica. A loro gli ultimi baluardi di democrazia, di riforme progressiste, di giustizia sociale nei confronti di qualsiasi forma di vita. 

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