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Non è facile vivere la disillusione. Amare i cavalli significa anche dedicarsi a loro in maniera pressoché esclusiva.

Il disingaggio non è per niente semplice. In molti casi, un'esperienza negativa può allontanare da quella che era stata un'attrazione forte, quella per i cavalli, lasciando sul campo delle vittime.

Quando ci si era illusi che il mondo del cavallo potesse ruotare intorno al loro benessere, oppure attorno alla meritocrazia, e ci si rende poi conto che quel mondo è lo specchio dell'Italia, nel bene e nel male, dove il tanto paventanto amore e rispetto del cavallo, dal punto di vista delle istituzioni che governano i meccanismi, sono per lo più chiacchiere, perché quello che conta veramente è il commercio di beni che contraddistingue quel mondo, può finire l'attrazione ed essere sostituita dalla repulsione, dalla crisi di fiducia nelle istituzioni, dall'allontanamento.

Che fare se è questo il caso? Ci si trova in una spirale di delusione e di amarezza. E' la fine di un amore e l'inizio di un attrito.

Soprattutto se ci si era avvicinati con innocenza a quel mondo, e si è stati danneggiati moralmente e patrimoniamelnte da esso, la conclusione dell'esperienza può essere dolorosa e difficile da accettare. Altroché cavallo terapeutico, magico, per tutti e alla portata di tutti, sinonimo di amore per la natura e immedesimazione in essa, ci si può trovare a guardare in faccia a una ben altra realtà.

Se improvvisamente, poi, si punta il dito contro il sistema, è facile trovarsi effettivamente e improvvisamente da soli, almeno inizialmente, prima di scoprire che i disillusi sono forse più numerosi di coloro che sono ancora convinti che il sistema attuale, con le sue regole non scritte che privilegiano l'espressione del peggio, funzioni. 

Le ferite sono difficili da rimarginare. Si può essere costretti a rinunciare alla passione per i cavalli, per non essere in grado di viverla secondo le proprie aspettative.

Razionalmente, se ciò che si ha attorno provoca repulsione, abbandonare potrebbe essere la soluzione migliore. Che non significa abbandonare il proprio cavallo, ma imparare a viverlo in una dimensione diversa, fuori dal sistema che lucra sulla pelle dei cavalli.

Chi ha un forte attaccamento emotivo, o forti legami economici, e perciò non può abbadonare il sistema, o non se la sente di farlo perché non riuscirebbe a ricostruirsi altrove, si può trovare intrappolato nel desiderio di cambiare le cose dall'interno, per fare sì che la delusione non sia costante, perché a tante sconfitte faccia seguito qualche vittoria della dignità, dell'amore e del rispetto per il cavallo, della meritocrazia autentica, che tiene conto anche dell'etica del lavoro.

Purtroppo però, non per tutti combattere da dentro può essere un'opzione percorribile. Ci sono le vittime del sistema fare cavallo in Italia: umane ed equine, che piangono giustizia. Shock, rabbia e senso di colpa sono emozioni comuni in chi si è trovato a essere una vittima del mondo del cavallo "produttivo", volto cioè a fare reddito, non a fare tutela di cavalli o di persone (al di là di quanto eventualmente dichiarato in regolamenti o carte etiche), meritocrazia autentica, giustizia sociale e interspecie.

Chi si è trovato a incarnare il ruolo della vittima del "sistema Italia" del cavallo e non solo, può sentirsi come se la tristezza non andasse mai via. Che giustizia aspettarsi se le istituzioni, prima di tutto, tendono sempre a deludere? Sembrano impotenti o inadeguate a fare la cosa giusta per un interesse collettivo superiore che vada oltre il parametro di conservare il proprio posto egoistico al sole.

Occorre elaborare il lutto che il mondo del cavallo di cui ci si era forse innamorati inizialmente non esiste. Il mondo del cavallo iltaliano è un riflesso del genere umano e della fattispecie italica di esso, nel bene e nel male, e come tale può essere solo imperfetto, e poiché siamo in Italia, con un genere di imperfezioni sopportabili solo se si riesce a conservare l'ironia.

Il risentimento, in ogni caso, non è un'emozione sempre negativa. Il mancato soddisfacimento delle proprie aspettative può diventare la spinta naturale alla decisione che cambia tutto. 

Alcune delle cose migliori nel mondo del cavallo, come evoluzioni, progresso, sono nate da persone risentite che hanno saputo innovare.

Monty Roberts in questo senso è stata una figura emblematica. Certo, anche l'italiano Caprilli tra i moderni. Ma Roberts è stato il primo che opponendosi al sistema della sua epoca è riuscito a sdoganare certe tematiche nel mondo civile in modo popolare. La storia del mondo del cavallo è comunque piena di identità fuori dal comune che hanno scelto il proprio ruolo partendo dall'essere in prima persona, nella vita, delle vittime di abuso, e trasformando questo triste vissuto nella solidarizzazione con i cavalli e i loro abusi "sistemici" per innovare a un modo di pensare e di preparare il cavallo alle varie discipline diverso, più sensibile, più etico, più etologico.

Se si è disposti all'onestà intellettuale, cominciamo con il dire che il mondo del cavallo "magico" è solo un sogno e come tale fragile e instabile. Non c'è nulla di magico nel mondo del cavallo vero. Una rappresentazione più realistica dello stesso, fuori dall'idealizzazione, permette di avere chiari in mente i fatti negativi che possono contraddistinguere il mondo del cavallo, che è un mercato, di cavalli, di persone, di prodotti e come tale si comporta, dando poco valore al singolo e molto valore al sistema in ottica della sua ottimizzazione di un profitto

Questa cosa si può accettare, imparare a conviverci trovando lo stesso delle isole felici di espressione e di tutela dei sentimenti, anche per i cavalli. Accettando i compromessi, se si vuole rimanere dentro il sistema produttivo del "fare cavalli" ed "essere persone di cavalli".

Oppure si può decidere per il distacco, doloroso ma necessario ad un nuovo viaggio, che esplora modi diversi di vivere il cavallo o di vivere se stessi in assenza del cavallo.

Perché l'amore più grande, alle volte, si celebra nella rinuncia e non nella presenza. Si può infatti rinunciare al cavallo, o ad un certo modo di viverlo, pur di non rinunciare a se stessi. Oppure si può decidere di vivere il cavallo fino in fondo, nonostante tutto e tutti, in qualsiasi ambiente, ritagliandosi delle isole più felici di espressione dell'animale, rispetto alle - fin troppo difese - "tradizioni" del mondo del cavallo convenzionale, molte delle quali meriterebbero invece di essere superate.

Una sola cosa è certa. Quale che sia la causa, crisi economica o disillusione, disinnamoramento, il mondo del cavallo attuale, italiano ma non solo, è in crisi di presenze e attirarne delle nuove richiederebbere, per una volta, che a fare un passo indietro non fossero i buonisti del cavallo, bensì coloro che sono espressione del mondo produttivo, che un minimo di esame di coscienza dovrebbe farselo, per capire cosa non va per attirare più presenze, più amatori, più professionisti prospettivi nel mondo del cavallo.


A questo proposito, noi non siamo andati a Fieracavalli di Verona. Il tanto pubblicizzato evento italiano - e internazionale - vetrina del meglio del cavallo italiano, che pur da qualche anno a questa parte, complice soprattutto la crisi economica che ha decimato gli equini in Italia, risente di un calo di presenze sia nel pubblico, sia negli standisti, almeno per quanto affermerebbero gli avventori. Sì, perché nei comunicati ufficiali, il mondo del cavallo italiano non conoscerebbe crisi, un italiano su 4 andrebbe a cavallo, o quasi, sarebbero 10 milioni gli italiani toccati dal mondo mercato cavallo (probabilmente, se fosse vero, contandoci dentro anche i consumatori inconsapevoli di carne equina sotto forma di impasti di carne mista industriali, ma evidentemente anche quelli fanno brodo per sostenere il mercato), l'Italia anziché pensare alla mobilità elettrica per il futuro, dovrebbe sostituire i sistemi innovativi a basso inquinamento con il ritorno alla forza motrice dei cavalli e via dicendo con tante allegre cazzatelle, giusto per riempire i tabloid con la promozione ad oltranza del "prodotto cavallo".

Per fortuna però ci sono persone che hanno deciso di andare e di segnalare da dentro, non da fuori, ciò che va cambiato per attrarre più presenze, più interessati, più "consumatori", amatori o professionisti. Condividiamo dunque il pensiero di Rachele Malavasi sul fatto che certi modi di manifestare l'interesse per i cavalli, pur tradizionali, rischiano, oggi come oggi, di allontanare persone, perché la sensibilità di molti è sempre più forte e poco propensa a scendere a patti unilaterali con la "tradizione", facendo bagni di folla di essa, a discapito del rispetto di sé e delle proprie idee.

Certo, la tradizione può fare a meno degli innovatori, ma quando i tradizionalisti si troveranno in sempre meno (complice anche la crisi economica e la difficile ripresa, non solo il cambio di costumi, la crisi di valori, la sfiducia nelle istituzioni), con un indotto sempre più povero, forse si renderanno conto che ogni pezzo del puzzle è indispensabile e che per attrarre chi ha lasciato, occorre che la tradizione, e non l'innovazione, faccia dei compromessi, rinunciando a qualcosa di sé per andare incontro all'altro. Ma non a chiacchiere. Perché a chiacchiere sul benessere dei cavalli, almeno a Fieracavalli di Verona, in passato ci sono sempre stati dei grandi campioni che si sono esibiti in fior di convegni e congressi che oggi farebbero il deserto dei tartari a spettatori, perché non ci crede più nessuno che quelle persone da talkshow di tutela equina siano portavoce realistici delle vittime di abuso, quando nella vita reale non si sono mai prese la briga di fare una denuncia in procura, o dai carabinieri (perché la tutela vera comporta dei rischi e delle scelte, mentre le chiacchiere no). 

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