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Mentre la battaglia contro la macellazione equina è sempre a un punto morto, visto che è impossibile mantenere i cavalli in esubero con risorse pubbliche, e i privati proprietari spesso non vogliono assumersi responsabilità sul destino ultimo del loro cavallo, è più facile concentrare il focus sulla qualità, anziché sulla quantità di vita.

I cavalli sani e felici sono fondamentali per la felicità di chi sta loro attorno e per un ambiente armonioso.

Eppure anche sulla felicità del cavallo, c'è ancora molto da lavorare in termini di stabilire regole e punizioni certe in termini penali.

La giustizia sportiva è solo amministrativa, e raramente si occupa di promuovere tutela equina allontanando chi la disattende. Se serve una prova, quando muore un cavallo in pista o in rettangolo, è solo un incidente. Non c'è una codifica di comportamenti potenzialmente negligenti, da aprire indagini penali, fomentare autopsie, adire a processi. Il tutto si chiude con la fatalità. Eccezione esclusa per i palii, sottoposti a specifica ordinanza, dove comunque non si è mai arrivati, a tutt'oggi, alla condanna per maltrattamento di operatori che li allontanerebbe per almeno 5 anni dal poter continuare ad esercitare la loro attività con i cavalli. I processi per cavalli morti o presumibilmente dopati ai palii finora si sono conclusi con pacche sulle spalle. Il fatto non sussiste, o se sussiste è impossibile provarlo perché ci sono sempre tutte le attenuanti o l'impossibilità di determinare il vero colpevole, che quindi è il fato. Rompere il muro di gomma del rimbalzo delle responsabilità ancora nel 2020 è una strada in salita.

Oggi quasi tutto è lasciato al caso. Tutt'al più ci sono raccomandazioni, che non denotano l'obbligatorietà per la legge.

Pensate se per l'educazioone dei bambini fosse consigliato, ma non vietato, ricorrere a metodi violenti. Non sarebbero processati quegli insegnanti che alzano le mani, come invece accade quando quei comportamenti sono ritratti da telecamere o denunciati dalle vittime.

Oggi non c'è punizione per quegli umani che abusano fisicamente dei cavalli, anche se provato a video. E persino del caso che forse ha avuto più visibilità in Italia, in Piemonte a Caluso nel 2017, di accuse per l'impiego di teasers elettrici sui cavalli, si è celebrato il processo, con relativa condanna, per gli abusi sullo stalliere che aveva aperto bocca in difesa dei cavalli. Ma, ad oggi, nessun processo per i presunti abusi sui cavalli. Del resto i nerbi elettrici per addestrare i cavalli si trovano in vendita legalmente.

Si evidenzia che, dalla recente giurisprudenza, emerge che l'impiego del collare elettrico per fini di addestramento del cane configura l'ipotesi delittuosa di cui all'art. 727 c.p., soprattutto il comma II, laddove è prevista una sanzione per coloro i quali detengano gli animali in condizioni incompatibili con la loro natura o tali da arrecare gravi sofferenze mentre, invece, l'impiego del collare elettrico con emissioni di scariche antiabbaio configura la diversa ipotesi di maltrattamento di animali, sanzionata dall'art. 544 ter c.p. in quanto detta condotta sottopone il cane a condizioni tali da renderlo soggetto ad insostenibili fatiche che ben potrebbero condurlo all'incrudelimento o comunque a condizioni diametralmente opposte alle sue caratteristiche etologiche. Eppure, non è ancora vietata per legge la vendita di collari elettrici per cani. Semplicemente, i modelli attuali in commercio sono in grado di fornire livelli di corrente elettrica ad intensità molto bassa.

Non c'è mai stato un dibattito simile per i cavalli che, paragonati ad animali da reddito, non pets, si vedono vittime di pungoli e teasers il cui impiego è utilizzabile esclusivamente nell'allevamento di animali da reddito.

Non c'è l'obbligo di un patentino per acquistare un cavallo, né di avere la fedina penale pulita da crimini contro gli animali, quali una normativa sull'obbligarietà di patentino porrebbe il veto preliminare all'acquisto, con obbligo di controllo sui trascorsi del potenziale acquirente. Oggi, qualsiasi represso con impulso di violenza, può acquistare un cavallo e scaricare su di quello le sue frustrazioni. Scene di violenza, alla luce del sole, accaddono in allevamenti di cavalli, e nessuna denuncia, ad oggi 2020, ha prodotto alcunché di sentenza di condanna per metodi coercitivi di allenamento e addestramento di cavalli, neppure di cavalli non macellabili, che permangono sotto la giurisprudenza di animali da allevamento e reddito, non pet, nonostante la scelta di registrazione anagrafica che li escluderebbe dalla macellazione.

Sono felici attualmente i cavalli in Italia? Se sì, non lo devono allo stato italiano, ma esclusivamente alla volontarietà del proprietario che si dà dei limiti per puro affetto.

Un cavallo è felice se lavora in armonia con la sua natura. Solo così è possibile creare un partenariato uomo-equino formato attraverso la fiducia, il rispetto e la comprensione, non attraverso la forza o la ripetizione meccanica di esercizi che, per il cavallo, possono essere noiosi, faticosi o addirittura forvieri di sofferenza e umiliazione.

Ma senza regole certe, e soprattutto punizioni certe per chi non rispetta le regole, tutto il dibattito è fermo alla volontarietà e minimizzato al settore non competitivo, quello cioè in cui c'è più richiesta di metodi alternativi per un approccio dolce, non violento, lento, all'educazione e all'impiego dei cavalli per le svariate discipline possibili.

Allo stesso modo, non sono stati fatti passi avanti per assicurare la felicità del cavallo curando il suo ambiente. La progettazione delle strutture dovrebbe prevedere per legge, e non lasciato al caso o alla volontarietà, che tutti i cavalli ospitati vivano in comodità, sicurezza, ma con ampie opportunità di socializzare tra loro e abbastanza spazio per muoversi, il che consente loro di rilassarsi.

Siamo ancora nell'ambito delle raccomandazioni, senza nessuna pianificazione normativa neppure per quanto riguarda le nuove strutture che dovessero sorgere, se non si può incidere sul passato.

Infine è da registrarsi il ritardo nell'organizzazione di eventi e circuiti aperti esclusivamente ad approcci etologici al cavallo, che potrebbero fare da volano alla visione contemporanea e simpatetica del cavallo come compagno di vita dotato di diritti riconosciuti per legge e con un livello di tutela che sottopone a punizioni certe, in penale, per i trasgressori delle norme.

Persino per il doping, che in teoria è vietato, in penale si ha molta difficoltà a giungere alla condanna. Gli esami antidoping sono per lo più qualitativi, e favoriscono l'impunibilità per ipotesi di contaminazione ambientale, tra prime e seconde analisi in paesi offshore che invalidano le prime ipotesi di doping, errori procedurali, ritardi della giustizia, la non condanna in penale è garantita sul piatto d'argento in Italia. Un regalo per i dopatori seriali, che così possono continuare a operare, scontando solo multe e sanzioni per lo più irrisorie, quali quelle commutate dalla giustizia amministrativa sportiva.

Segnale che governo e parlamento non vogliono fare sul serio con la tutela equina, come del resto dimostra la totale assenza di leggi protezionistiche dedicate al cavallo, al di là di tappabuchi come ordinanze rinnovabili di anno in anno per determinati settori di nicchia (come i pallii), piuttosto che linee guida che agiscono come raccomandazioni. Manca un progetto organico, strutturale, di tutela del cavallo. E manca la volontà di arrivarci perché ci si scontrerebbe sempre con un ostacolo giudicato insormontabile: la lesione del profitto nel momento in cui l'etica reclamerebbe la sua parte di investimento.

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