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Il 5xmille a Horse Angels per rovesciare le prospettive. Grazie!

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Alcuni credono che lo specismo, il narcisismo e l'avidità siano la fonte dell'attuale soggiogamento del cavallo all'essere umano. 

Certo, la storia e la tradizione hanno un peso forte nella situazione, dopotutto, quasi 6.000 anni di dipendenza dai cavalli per alcuni settori di attività umana non possono essere scrollati di dosso come semplice malinconia. 

I cavalli hanno avuto come punto di forza (o debolezza, visto che ne ha determinato la perdita di libertà), velocità, agilità, forza e un fascino che ha attirato a sé le mire degli umani ma, finché vi è stata dipendenza, la loro gestione e addestramento era finalizzata a mantenerli come strumenti utilizzabili ad uso e consumo umano.

Oggi, molto di ciò che si faceva un tempo con i cavalli viene definito abuso, ma all'epoca veniva visto come sopravvivenza in un mondo difficile, dove anche la vita umana non è che fosse gentile. 

Oggi, ci si fa pippe mentali, doverose, su salute e benessere del cavallo, che un tempo erano impensabili. Non abbiamo più bisogno di cavalli per la sopravvivenza della nostra specie. E quindi la porta si chiude su quel fine che giustifica i mezzi.

Oggi, è una nostra scelta quella di "possedere un cavallo e cavalcarlo".

Certo, sono rimaste persone ignoranti e primitive, che ancora usano metodi di dominanza per addestrare i cavalli, giustificandosi con il fatto che il cavallo è una bestia ignorante (dovrebbero riferirsi a se stessi, ma mediamente non sono molto capaci di riflessione certi individui, e il loro quoziente intellettivo del resto lascia a desiderare).

Oggi, intrappolare un cavallo in una piccola area e costringerlo a compiere specifici movimenti con una corda, una frusta o un bastone, non è certamente favorevole al raggiungimento di qualsiasi grado di legame speciale interspecie, né può dirsi necessario alla sopravvivenza, se non per quella parte di agonisti che ci vive sulla spalle dei cavalli e che lo fa per scelta e forse provandoci gusto.

Che tipi di persone attira allora il cavallo?

La domanda è lecita, tanto più quando il mondo del cavallo è sotto i riflettori per continui scandali, tra doping, violenze, morti repentine, incidenti, #horsemetoo, macellazione del cavallo (che nessuno vuole più mangiare), corse clandestine, morti in diretta di cavalli in palii e quanto altro.

Quale ego umano può sentirsi attirato dal controllare e 'allenare' un animale grande e potenzialmente pericoloso come un cavallo, attraverso un'infinità di riti di dominanza / sottomissione, trovandosi alle prese con i problemi comportamentali del cavallo, che riempiono quotidianamente social media, blog e forum su Internet.

Tra morsi, imprevedibilità, sgroppate, cadute, calci, malattie, infortuni, allevare cavalli diventa equivalente ad occupare il proprio tempo a fare da carcerieri o badanti ad animali che non ci hanno chiesto di essere rinchiusi e confinati, e che preferirebbero di gran lunga vivere liberi in branco, fintantoché il pascolo fosse disponibile.

Quando ti fermi a pensarci, è piuttosto ridicolo dedicare la propria vita a ogni aspetto di cura della loro. A meno che non si sia impossibilitati ad avere figli e compagni di cui prendersi cura, e allora il grande vuoto può essere colmato da un maxi pet, il cavallo, che diventa il centro del proprio universo, come membro della famiglia.

Decidiamo cosa mangeranno, dove mangeranno, quando mangeranno, quando devono stare dentro, quando devono stare fuori, metti la coperta, togli la coperta, il loro ambiente di vita e la loro gestione, cura e tipo di 'allenamento'. Sembra assurdo, per quanto tempo e denaro occupa.

Poi ci sono quelli che lo fanno solo per se stessi, perché ci trovano qualche giovamento, e quindi cambiano cavallo come cambiano di guardaroba, perché del cavallo come individuo frega loro molto poco, al di là di quello che può garantire nelle competizioni. Sono quelli che soffrono - o godono - dipende dai punti di vista, di orgasmo da eventing, che nella sindrome di carcerieri ci si trovano bene, e quanto più dominano cavalli e gare, quanto più si gasano.

Nel mentre, per la maggior parte delle persone coinvolte con i cavalli e le gare, la guida del comportamento rimane la paura e il controllo attraverso il dolore.

Poi ci sono gli opponenti. Quelli che vogliono dimostrare di poter vincere con il cuore, la mente e lo spirito come chiavi di una relazione armoniosa. Si contrappongono ai primi come i migliori custodi possibili, per dare al cavallo la vita migliore offribile, e così giustificare lo stato di prigionia in cui comunque è asservito il cavallo. Tra costoro prendono luce anche i radicali libertisti, che rimuovono l'intrappolamento / restrizione persino del campo di addestramento, per evocare il sacro connubio con il cavallo in un'area aperta, dove il cavallo in teoria ha scelta, dimostrando di arrivare a risultati di relazione straordinari, ma guarda a caso quei cavalli non sono impiegabili in agonismo.

La libertà ha il suo contrapprezzo.

L'agonismo per il cavallo, oggi, rappresenta l'ambito di maggiore schiavitù, asservimento e costrizione, anche contro l'interesse del cavallo, spesso spinto oltre misura, fino ad arrecarsi male, per poi essere scartato.

Riassumendo, ci sono quelli che la fanno difficile, ponendo se stessi e il cavallo da due parti diverse delle barricata, nemici, dunque contenimento, costrizione, imposizione, abuso, forza, e sono quelli più interessati all'agonismo. E ci sono quelli che la fanno facile, ponendo se stessi e il cavallo dallo stesso lato della barricata, che costruiscono una relazione reciprocamente cooperativa, dove si esce in passeggiata o si fa monta in piano in rettangolo, magari biteless, barefoot e ogni altra metodologia alternativa, per dimostrare la propria volontà di andare incontro al cavallo come amico, non come padrone.

Dato da non sottovalutare, i trend danno i secondi a meno rischio di essere ammazzati dai cavalli dei primi, perché pare che i cavalli abbiano dopotutto una loro logica interna, e soggetti non spaventati, che non temono dolore, costrizione, imposizione e abuso, sono più prevedibili e paciocconi, anche se il rischio con i cavalli non può mai essere eliminato del tutto.

Esiste poi un terzo gruppo, per lo più esterno al mondo del cavallo, che è forse il più vasto, che vede tutto questo fare e disfare perfettamente inutile, che non spenderebbe i propri soldi e tempo per dilettarsi alla figura di carceriere o badante di cavalli, visto che l'animale non si presta a passatempo mordi e fuggi, e che è paradossale fare tanti sacrifici per un animale, che poi starebbe meglio lasciato a se stesso libero (posto che ci fossero le riserve per cavalli a crescita infinita, che invece non ci sono).

In tutto questo, per ora il cavallo continua ad accompagnare la vita degli umani, fintantoché ci saranno persone che soffrono di nostalgia perché si sentono nei geni il richiamo del cavallo. Ma non è detto che, con il passare dei secoli, quella chiamata sarà sempre così forte, è più probabile che di generazione in generazione si annacqui, tanto più ci si allontana dall'epoca di dipendenza dai cavalli.  

Nel frattempo, il mondo del cavallo ci mette molto del suo per accelerare l'evanescenza. Sono sempre più le persone che lo abbandonano schifate, perché lo percepiscono come deliquenziale. Fino a poco tempo fa questa percezione riguardava solo l'ippica "degenerata" da una presunta epoca di fasti (non di certo per il cavallo, casomai come rendita economica) per disaffezione del pubblico alla scommessa su questi animali; ora l'ombra è scesa anche sull'equitazione agonistica, che si tratti di monta western o discipline all'inglese. 

In un certo senso sembra la rivincita del cavallo, una rivincita amara perché la riconquista della libertà su questa terra, potrebbe coincidere con l'estinzione. Del resto essere schiavi è già come essere morti.

"Ho sentito che ci vogliono chiudere nelle riserve vicino alle montagne, ma non voglio ubbidire perché mi piace vagare per le praterie, lì mi sento libero e felice, ma quando mi chiudono e limitano, è lì che impallidisco e muoio." Satanta, Kiowa Capo

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