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Il Cavallo di Przewalski (Equus ferus przewalskii, Cavallo Dzungariano), così chiamato in onore dell'esploratore russo e geografo Nicolai Przewalski, è un emblema vivente del cavallo selvaggio antico ed è stato descritto per la prima volta nel 1881 da L.S. Poliakov. L'attuale popolazione mondiale conta su qualche migliaio di esemplari, tutti discendenti da nove cavalli tenuti in cattività per preservare la specie la cui progenie è stata poi liberata nell'antico habitat nativo in Mongolia, nonché in Ungheria, in Cina e in Ucraina; in quest'ultima nazione, in particolare, nella zona di Askania-Nova e nella Zona di Alienazione, quella cioè abbandonata dopo il disastro di Chernobyl.

A distanza di oltre 30 anni dal disastro (1986), che ha portato all'evacuazione di un'area di 2.600 chilometri quadrati tra Ucraina, Russia e Bielorussia - zona di esclusione- l'area si è ripopolata di fauna selvatica e vi abbondano i cavalli Przewalski, la progenie di 21 esemplari ivi liberati alla fine degli anni 90.

I cavalli appaiono felici e in piena salute, così come tante altre specie selvatiche che hanno trovato giovamento dall'esclusione di umani dall'area per reinselvatichire questa sezione d'Europa. 

Oggi c'è chi pensa a trasformare la zona di esclusione umana in un parco europeo protetto. Altri, pensano che la condizione di zona di alienazione rappresenti una maggiore protezione per la fauna selvatica dal predatore più temibile e pericoloso al mondo: l'essere umano.

Finché l'ombra di Chernobyl peserà sulla zona di alienazione, gli animali selvatici potranno proliferare senza temere di essere in esubero per le "esigenze" umane. 

Quanto durerà ancora questa zona franca? Per quanto tempo i cavalli selvatici di Przewalski potranno correre liberi nella zona franca, insieme ad altra fauna selvatica, senza incorrere nelle strategie dell'uomo di lucrare sulla loro esistenza o altrimenti ammazzarli perché in esubero?

 

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