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In natura, già ad un mese d'età, il puledro è pronto per avere delle sessioni di allontanamento dalla madre durante le quali giocare con i coetanei per sviluppare le competenze pratiche ed emotive che innalzeranno le sue possibilità di sopravvivenza e di posizionamento sociale nel branco. Il gioco è costituito da corse, simulazioni di lotta, competizioni virtuali, prendersi cura l'uno dell'altro con il grooming, soddisfacimento della curiosità verso ciò che è nuovo. 

Questo spirito giocoso persiste come il puledro cresce in età adulta, se gli è consentito da un habitat di allevamento adeguato e può essere, anzi, una chiave di successo nell'educazione del soggetto all'interazione con gli umani. Il cavallo giovane al quale è consentita un'educazione sotto forma di gioco, sarà più propenso a lavorare in modo cooperativo e a rispondere ai rinforzi positivi della formazione.

Se invece il gioco è represso, neutralizzato con il contenimento e le punizioni, anche nel tempo libero del cavallo, ci si può aspettare che ciò incida sul carattere dell'animale, andando a formare un soggetto più introverso ed ombroso. 

Il gioco più ambito di un cavallo è quello che può esercitare liberamente con un suo pari, cioè un altro cavallo, in ambiente consono come un recinto ampio a sufficienza per consentire le varie andature del cavallo in azione. I cavalli potranno inseguirsi a vicenda, stuzzicarsi in vari modi che non vanno percepiti, necessariamente, come azioni pericolose e intese a ledere seriamente l'un l'altro. Infatti, quando i cavalli sono equilibrati, abituati al gioco e a momenti di libertà, difficilmente diventano aggressivi a tal punto da farsi del male a vicenda.

Ciò non esclude che l'inserimento di due o più cavalli nello stesso recinto vada valutato e fatto in modo progressivo, con vigilanza sulle interazioni da parte di un responsabile nelle battute iniziali di confluimento negli stessi spazi di cavalli che tra di loro non si conoscono, o non sono mai stati insieme. Non tutti i cavalli saranno adatti a stabulare insieme e ci possono essere soggetti che hanno vissuto sempre isolati, per caratteristiche di impiego, che il gioco e la convivenza stretta con altri cavalli sembrano non gradirli o, anche, non accettarli. In questi casi andranno fatte delle scelte, valutando le affinità e sintonie, le simpatie e le antipatie, e approcci di maggiore gradualità nell'inserimento e appaiamento di cavalli per stabulazione sincronica. I cavalli possono comunque giocare insieme anche attraverso recinti prossimali e questa può essere la scelta migliore, quando si tratta di cavalli ancora attivi in impieghi equestri, per evitare che si imbranchino a punto tale da causare problematiche se separati per sessioni di lavoro.

Nessun cavallo dovrebbe essere privato del gioco, specialmente in età da puledro, perché la frustrazione da intrattenimento ludico può portare a diversi problemi. Il cavallo dovrà intrattenersi da solo magari in ambiente non adatto, sviluppando vizi o cattivi atteggiamenti poi difficili da debellare. Oppure diventerà apatico, ombroso, poco interessato a collaborare senza sproni ad attività che ritiene noiose. 

Analizziamo la situazione di un cavallo annoiato e frustrato. Un cavallo ad esempio confinato in box per una settimana intera, quando poi esce per essere montato, senza opportuno preliminare di sfogo, ci si può aspettare che sia come minimo difficile da cavalcare e che possa mettere in discussione il cavaliere. I cavalli abbisognano di esercizio regolare, di diversificazione di attività e di libero sfogo per essere equilibrati e pacifici per conto loro, e come vantaggio non trascurabile in umana, quando gli si mette la sella o li si mette al lavoro altrimenti. 

E' sempre buona norma dare a un cavallo che esce da un periodo di confino rigido il modo di sfogarsi in un recinto o tondino, prima di cavalcarlo, specialmente se l'obiettivo è ludico ricreativo, se il pilota è giovane e inesperto, se il contesto non è agonistico e la pressione non serve, anzi è un ostacolo. 

La psicologia del cavallo è assimilabile a quella di un essere umano da questo punto di vista. Più il cavallo ne fa, ne vede, ne assimila di situazioni ed esperienze, meno è pauroso, imprevedibile, stressato, irascibile, introverso e fragile. 

Per prevenire un eccesso di monotonia, magari alleviato solo da un'ora al giorno di duro lavoro "comandato", il recinto di sgambamento è salvifico e in mancanza di quello il proprietario dovrà inventarsi altri modi, possibilmente quotidiani, come uscire in passeggiata o altro, per alleviare ansia, frustrazione e noia del cavallo.

In alcuni paesi del mondo - per regolamento - non si può erigere o gestire un luogo di allevamento di cavalli senza gli opportuni spazi di sgambamento, perché le stalle siano attive e non luoghi di confino e prigionia. 

In Italia è dato ai proprietari e detentori fare le scelte opportune di benessere, non solo fisico, ma anche psicologico. Un cavallo al quale è consentito il gioco e libero sgambamento è sempre un soggetto più equilibrato e facilmente gestibile, sia a terra sia a sella. Per accettare questa realtà non è necessario essere dei romantici o animalisti idealisti, è sufficiente riconoscere l'ovvietà: il comportamento di un essere vivente è influenzato dall'habitat in cui vive e più questo è monotono e restrittivo, meno il carattere sarà aperto e solare.

Certo, non c'è solo il paddock a vivacizzare la vita di un cavallo. Tanto fa il rapporto con il suo proprietario, la conformazione della scuderia in quanto a luci, odori, suoni, ampiezza dei box, servizi attorno per movimentare i cavalli, vita nei corridoi, tipologia di persone e loro carattere con cui il cavallo interagisce, tempi di interazione.

Tutto questo dovrebbe essere un motivo supplementare per attardarsi ad acquisire un cavallo per comprendere se si hanno le possibilità di donargli una vita dignitosa. Sono tanti gli elementi da valutare e nessuno di questi va preso con superficialità, tanto più che l'equitazione è uno sport con insiti dei pericoli per l'incolumità del pilota e che il cavallo vive a lungo, ben oltre, spesso, la voglia di equitare del suo proprietario o le sue esigenze di crescita agonistica. 

Un'equitazione dal profilo puramente materialistico condanna il cavallo alla schiavitù, anche se ciò avviene contro le intenzioni e le premesse iniziali di chi si avvia all'attività. Solo un atteggiamento non menefreghista e non superficiale, attento anche ai bisogni del cavallo, eleva l'equitazione ad attività propedeutica anche alla crescita personale dell'essere umano.

La possibilità di gioco e interazione spontanea del cavallo può essere il metro di misura di quanto il cavallo sia libero, o viceversa schiavo. Un'ultima considerazione, nessuna persona che schiavizza una creatura vivente può essere libera spiritualmente. Schiavo e schiavista sono legati dalle stesse catene, cosa peggiore perché non si abbatte solo sul fisico, ma anche sullo spirito. 

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