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Il problema complesso dello sviluppare sistemi etologici per educare il cavallo è insito nella ripetibilità dell'esperienza e quindi nella prevedibilità della performance.

Il cavallo non è una macchina, quindi tutto il suo agire deve tenere in considerazione aspetti complessi come l'incertezza, l'incompletezza delle informazioni (il cavallo può rispondere a uno stimolo ambientale di cui il conduttore non è consapevole), includendo concetti provenienti dalla probabilità, dalla statistica e dall'utilità.

Ovvero, molte persone, anche messe di fronte al bivio di poter scegliere un metodo di educazione codificato o l'altro, per la propria limitatezza di risorse (mentali, economiche, altro..), sceglierebbe il metodo più rapido per arrivare all'obiettivo, anche se non è il metodo migliore nel lungo periodo dal punto di vista del massimale di sviluppo cognitivo del cavallo.

Ergo, neppure l'essere umano è una macchina perfetta, e le sue scelte sono fortemente limitate da fattori i più diversi e non sempre razionali.

La rappresentazione della conoscenza costituisce un contributo centrale per la ricerca nell'ambito dello sviluppo dell'intelligenza cognitiva del cavallo.

Innanzitutto, di cosa si tratta? Ogni creatura vivente, incluso l'uomo, nasce con un determinato set cognitivo, potremmo chiamarlo insieme di sinapsi, ovvero collegamenti, che porteranno ad un'intelligenza più o meno vivace. Quell'organigramma intellettivo, a seconda delle condizioni ambientali di sviluppo, specialmente nell'età evolutiva, può arrivare alla sua massima espressione, rimanere stabile o addirittura regredire.

Solo per esemplificazione a chi non è avvezzo a certe terminologie, potremmo definire il cervello un muscolo, può essere "palestrato" per rendere il suo massimo potenziale in performance, essere muscolato quanto basta per le normali funzioni quotidiane cui è applicato, o rattroppirsi per scarso utilizzo. E' una questione di stimoli ai quali viene sottoposto.

Lo stesso accade per il cervello di un cavallo, come di un umano.

Un cavallo può arrivare a fare imprese straordinarie, o rimanere un cavallo comune con "funzionalità" intellettive e di comprensione della sua realtà medie (quando non mediocri), a seconda di chi lo gestisce e di quali stimoli ha avuto nella sua vita, specialmente nel periodo critico dell'età evolutiva, da 0 a 6 anni per arrivare alla piena maturazione di un cavallo.

Un sistema intelligente di educazione del cavallo è dunque per definizione teso a sviluppare al massimo il potenziale cognitivo del cavallo. Richiede un educatore intelligente, su questo non c'è dubbio. Interessato quindi a sottoporre il cavallo a tutta una serie di stimoli, specialmente quelli positivi, se l'aspettativa è quella di avere un cavallo capace di fare performance straordinarie (definite queste come fuori dall'ordinario, ovvero dalle aspettative medie di performance di un cavallo), ma sicuro, affidabile, collaborativo con l'essere umano.

Tutto questo è tanto più importante per i cavalli domestici, rispetto a quelli selvatici, per i quali valgono i principi dell'ontologia. I cavalli selvatici non vivono in luoghi limitati. Si spostano, hanno tutta madre natura come stimolo, senza né protezione, né mediazione dell'uomo. Ne discende che un cavallo selvatico può essere studiato, dal punto di vista cognitivo, "in quanto tale", in tutti i suoi comportamenti fondamentali, frutto dell'apprendimento naturale, senza commistione dell'uomo.

Nel caso dei cavalli domestici, invece, non possono essere studiati "in quanto tali", perché il loro comportamento è condizionato dall'ambiente umano in cui sono inseriti.

Per l'educazione intelligente del cavallo domestico occorre la presa di coscienza che ambiente e operatore umano che educano sono due varianti fondamentali, dalle quali discenderà il grado di sviluppo cognitivo del cavallo. 

Tutto questo è chiaramente ben lontano dalla normale attività di maneggio "medio", dove l'apprendimento automatico sostituisce quello cognitivo. L'apprendimento automatico è finalizzato a risultati rapidi sui quali si basa l'economia utilitaristica di impiego del cavallo per attività ludico ricreative sportive con l'essere umano. L'apprendimento automatico non punta al pieno sviluppo delle potenzialità cognitive del cavallo, ma ad avere un lavoratore che faccia il giusto, "senza grilli per la testa". 

Perché dunque l'ippica e gli sport equestri, in genere, non sono interessati all'apprendimento cognitivo e all'educazione intelligente? 

Gli sviluppatori di un sistema intelligente di educazione del cavallo difficilmente possono prevedere tutte le possibili situazioni in cui il sistema stesso si può trovare ad operare, eccetto per contesti estremamente semplici.

Gli stessi, difficilmente possono prevedere tutti i possibili cambiamenti dell'ambiente nel tempo e dunque garantire che l'apprendimento cognitivo rimarrà un risultato stabile, chiunque conduttore prenda in mano il cavallo. Anzi, semmai l'opposto, un cavallo anche evoluto dal punto di vista cognitivo, può soffrire molto l'essere messo in mano a persone manesche, poco sensibili ai bisogni del cavallo e poco "cognitive" di base, e rispondere con aggressività al cambiamento in peggio delle condizioni ambientali in cui è posto a vivere.

Infine, l'apprendimento automatico è più facile da insegnare, per il rilascio di brevetti, quindi il grossso degli operatori del settore non ha strumenti educativi "cognitivi" con cui operare, né la forma mentis adatta a prenderli in considerazione. I corsi tradizionali per diventare istruttori o addestratori non forniscono neppure le nozioni elementari per sviluppare un eventuale interesse all'apprendimento cognitivo del cavallo, che si basa sulla conoscenza etologica dell'animale. 

La capacità di elaborare il linguaggio naturale del cavallo è il fondamento dell'apprendimento cognitivo.

Questa capacità si dimostra essenziale in tutte le nozioni che si vogliono dare al cavallo e che richiedono la ricerca di informazioni, la risposta a domande ambientali inclusive della possibilità di scelta e dunque tutto quanto comporta la cosidetta "equitazione naturale o etologica", o sistema di conduzione del cavallo senza coercizione, dove il cavallo deve essere in grado di interpretare l'ambiente e dare risposte collaborative positive per l'essere umano in regime di libero arbitrio. 

La difficoltà principale di questo processo è l'intrinseca ambiguità che caratterizza i linguaggi naturali, per questo motivo le soluzioni richiedono un'estesa conoscenza del mondo da parte del cavallo e una notevole abilità a dare la risposta adeguata a tutte le singolarità complesse che possono presentarsi.

Ovvero, un conto sono le risposte del cavallo in un rettangolo di addestramento, posto che quello sia l'unico ambiente dove gli è concesso di interagire. Altra cosa se le aspettative sono che il cavallo vada in giro in passeggiata, per concorsi, gare, altro.

Inoltre, una cosa è insegnare al cavallo l'esecuzione di poche cose, sempre nello stesso posto, altra la pianificazione ed esecuzione di movimenti particolari che richiedono disciplina, finalizzati a competere in un qualche contesto agonistico equestre. 

Ne vale che l'emozione sia un argomento importante nella formazione. L'emozione ha un impatto enorme sulle azioni o sui comportamenti, e questo è vero per le persone come per gli animali.

Come rincuorare il cavallo, che è una preda, dunque soggetto a spaventarsi di fronte all'ignoto, e farlo tornare rapidamente sereno, quando ne va della sicurezza? Il controllo emotivo è discusso come tema per quanto riguarda la formazione ai rinforzi positivi, o premi, che fanno da contraltare alle punizioni nei metodi contemporanei di educazione che si definiscono naturali, etologici o cognitivi.

Per l'apprendimento cognitivo "l'amore per il cavallo" non basta. Servono adeguati strumenti tecnici, intellettivi e persino morali, per avere un cavallo affidabile in qualsiasi situazione, da rendere piacevole farci anche altro, oltre che spazzolarlo, nutrirlo, curarlo e guardarlo.

Il rinforzo positivo può essere divertente per l'animale e con il divertimento si può ottenere la motivazione e la spontaneità. Queste emozioni fanno parte di ciò che rende efficace il rinforzo positivo, ma con i cavalli dobbiamo stare attenti a queste emozioni. Il training dei cavalli è diverso da quello di altri animali domestici dai quali, al peggio, possiamo semplicemente non aspettarci disciplina ma neppure danni gravi. Il cavallo è grande e pesante, un errore o disattenzione possono essere fatali.

Ne consegue che l'atteggiamento rilassato e poco disciplinato che si può avere nell'educazione di un animale con il quale non ci sono rischi di farsi male, è diverso da quello che ci si può permettere con un animale con il quale la disattenzione può portare a conseguenze gravi, incluso il decesso fortuito.

Questo segna il passo, o bivio, dove l'educazione intelligente del cavallo diventa un'arte o scienza non per tutti.

L'agente (educatore) deve essere infatti così cosciente di tutto ciò che sta succedendo e di quali conseguenze può avere sul cavallo - se sono quelle desiderate o meno - che diventa difficile l'improvvisazione e l'imparare da soli, anche tramite errori, che sono così tipici nell'educazione con altri animali domestici come cani e gatti, ad esempio.

Certo, si può imparare da soli la gestione elementare del cavallo su base cognitiva, ma quando si comincia a parlare di ottimale di sviluppo cognitivo, l'orizzonte è assai più elevato e difficile da raggiungere. 

L'operatore deve essere capace di esercitare innanzitutto un buon controllo e autodisciplina su se stesso, e poi acquisire tutte le conoscenze tecniche ed esperenziali necessarie per andare oltre alla gestione di base se punta al massimale di potenziale di sviluppo cognitivo del cavallo, dove l'ampiezza e la qualità degli stimoli sono il fattore di crescita esponenziale determinante delle sinapsi del cervello del cavallo.

Potremmo definire l'operatore che vuole sviluppare il massimale cognitivo del cavallo come agente intelligente (o agente razionale).

Ovvero, l'agente deve essere in grado di percepire l'ambiente in cui il cavallo è inserito e di agire su di esso attraverso l'utilizzo di attuatori o funzioni per la performance.

Definita la misura della performance una funzione che associa ad ogni stato (o sequenza di stati) dell'ambiente un valore di utilità, un agente è intelligente (o razionale) se, per ogni possibile sequenza di percezioni, la sua funzione agente lo porta a compiere sempre l'azione che massimizza il valore atteso della performance.

Esistono metodologie differenti per l'implementazione concreta della funzione agente, ciascuna più o meno adatta al tipo di ambiente in cui operano agente e cavallo.

Agenti reattivi semplici 

Questa categoria di agenti seleziona l'azione da compiere sulla base della percezione corrente, ignorando completamente la cronologia delle percezioni, ovvero il passato del cavallo e il suo futuro.

Agenti basati su modello 

Questa categoria di agenti è caratterizzata dal volere ottenere delle funzioni che sono delimitate dal futuro impiego del cavallo, e dunque dalla conoscenza pressoché perfetta dell'ambiente di destino.

Agenti basati su obiettivi 

In molte situazioni, tenere traccia dello stato attuale dell'ambiente non è sufficiente per determinare le azioni da compiere, ma l'agente necessita di informazioni che rappresentano situazioni desiderabili, che prendono il nome di obiettivi, o goal. Questo tipo di agenti intelligenti è quello in cui maggiormente vengono impiegati i concetti di pianificazione e ricerca per problem solving. Dunque è un tipo di approccio particolarmente funzionale per la riabilitazione di cavalli con problemi comportamentali.

 Agenti basati su utilità

Il concetto di goal da solo non è sufficiente per ottenere dei comportamenti qualitativamente elevati in molte declinazioni di impiego del cavallo, poiché l'informazione contenuta può essere utilizzata esclusivamente per distinguere gli stati desiderabili dagli stati non desiderabili. Attraverso il concetto di utilità è invece possibile caratterizzare in maniera precisa cosa si vuole ottenere, risolvendo non solo i problemi, ma pianificando un'educazione funzionale poi all'impiego pratico del cavallo nella sua vita.

Ovviamente, l'equitazione non è una scienza esatta, e quasi tutti i concetti esposti in questo articolo hanno preso ispirazione dalla robotica, scienza che prende in forte considerazione la singolarità e quindi l'imprevedibilità di sviluppo di un essere cognitivo che improvvisamente decida di autodeterminarsi.

In definitiva, possiamo semplificare tutto il discorso in due approcci fondamentali:

I modelli funzionali: addestramento basato sull'assimilazione di concetti o educazione basata sull'integrazione di nozioni per l'azione

Nel primo caso si desidera un cavallo automa, e l'animale non è trattato come soggetto di diritto cui si stimola l'educazione con un approccio cognitivo. Le disfunzionalità associate sono quelle visibili da chiunque frequenti il mondo del cavallo: il grosso dei cavalli ce la fa a passare per quell'addestramento e a vivere in quelle condizioni. Chi non ce la fa, va ad ingrossare il numero di cavalli psicotici, dissociati, disequini, difficili, che finiscono per essere scartati e che è probabile che in origine fossero dei soggetti con buone potenzialità cognitive, tradite da un approccio educativo non intelligente. 

Nel secondo caso il cavallo è trattato come soggetto di diritto "etologico", vengono rispettati i tempi di integrazione dei concetti somministrati attraverso l'educazione, con un approccio mediamente più lungo di formazione. Se tutto va bene si ottiene un soggetto capace di imprese straordinarie, ovvero di fare le stesse cose che fanno gli altri cavalli, ma in libero arbitrio. Oppure si ottengono cavalli cognitivi che non sviluppano il massimale perché il conduttore non vuole assumersi dei rischi con il libero arbitrio. Dunque cavalli che limitano la propria performance al maneggio, scuderia dove vivono, e stretti dintorni. 

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