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Ikigai  (生き甲斐) è un termine giapponese che, tradotto in italiano,  significa  “qualcosa per cui vivere” o “una ragione per esistere”. Un  ikigai  è essenzialmente un motivo per alzarsi la mattina.

I giapponesi lo hanno tradotto in uno schema che è una sorta di fior di loto, dove per avere successo sul lavoro occorre trovarsi al centro.

Il concetto è semplice e può essere applicato a qualsiasi settore professionale.

Se si desidera lavorare nel mondo dei cavalli, occorre amare il proprio mestiere, altrimenti prima o poi ci si troverà a fare altro, perché è difficile ingranare e resistere alle sfide del mondo odierno, trovando un proprio terreno fertile dove sedimentarsi e crescere. Ci possono volere anni per trovare la gratificazione - anche economica - nel mondo del lavoro con i cavalli.

Il talento e la predisposizione per determinate mansioni, l'amore per i cavalli, portano a non sentire il peso delle ore passate lavorando, quasi come se fosse un passatempo.

Ciò non di meno, il mercato - per quanto saturo di figure medie che si dedicano ai mestieri sui cavalli - ha sempre bisogno di figure altamente qualificate, che coniughino la passione e il talento per una determinata professione, alle competenze e alla tecnica per svolgerlo al meglio, che si acquisicono negli anni, attraverso la formazione e l'esperienza sul campo.  

  Trovarsi al centro di questo schema, vuol dire aver trovato il proprio IKIGAI, un primo passo verso il successo professionale nel mondo del cavallo.

Esercizio per trovare il proprio IKIGAI

1. Per definire ciò che ami rifletti su queste domande:

C'è un sogno che facevi da bambino?

Se potessi fare un'unica cosa tutto il giorno, cosa faresti?

C'è un'attività che ti fa perdere la cognizione del tempo mentre la svolgi?

2. In che modo puoi contribuire al mondo?

Hai mai fatto qualcosa che può rendere felici le persone attorno a te?

Ti capita che le persone ti chiedano aiuto per svolgere un compito?

C'è stata un'occasione in cui ti sei sentito veramente utile?

3. In che cosa puoi fare la differenza?

In che cosa le altre persone pensano che tu sia speciale?

Quali problemi sei in grado di risolvere alle persone della tua comunità?

Di che cosa sei veramente fiero di te stesso?

4. Cosa ti riesce bene?

Cosa ti riesce dignitosamente anche sotto stress?

Per che cosa ti fanno i complimenti?

Hai un difetto che può essere trasformato nella tua forza?

Se sei riuscito a rispondere a tutte queste domande e a fare una sintesi delle risposte, hai trovato il tuo IKIGAI.

Tolstoj: ogni passo in avanti verso l'intelligenza si deve a degli eretici.

Il processo di apprendimento è generalmente il nucleo dell'attività educativa. Ciò richiede quindi non solo un'attenzione speciale, ma anche la creazione di un ambiente adatto che supporti i partecipanti a non limitarsi alla parte di sperimentazione pratica in modo passivo, bensì ad impegnarsi pienamente - cognitivamente - per ottenere l'equitazione fatta bene: a beneficio di equestre e di cavallo.

Per rafforzare la dimensione di apprendimento delle attività educative è importante analizzare e confrontare i diversi contorni, situazioni e possibili scenari in cui si verifica il processo di apprendimento sia del cavallo, sia del cavaliere, perché nell'equitazione i partecipanti sono sempre due.

Un processo di apprendimento che è stato attentamente considerato - ma che non include la cura per il suo ambiente e ciò che offre - ha un impatto sul modo in cui i partecipanti si impegneranno con la loro esperienza di apprendimento. Svolge un ruolo, per quanto riguarda la motivazione ad apprendere, la fiducia nell'impegnarsi nel processo, il senso di benessere, di appartenenza, di avere spazio per le emozioni in termini di sicurezza, sia personale sia di gruppo. Questo è il motivo per cui è importante curare sia l'approccio umano, sia l'approccio sull' animale, sia la tecnica, sia l'ambiente in cui si deve svolgere l'apprendimento equestre.

Lo scopo principale di questo post è far comprendere agli operatori equestri che essi devono arricchire e differenziare gli ambienti di apprendimento per la formazione per migliorarne la fruizione da parte di equestri e cavalli, rendendo tali set di formazione più coinvolgenti, stimolanti e più affidabili.

Obiettivi da porsi:

    - scambiare con altri operatori nel proprio target di equitazione, e anche oltre, pratiche e approcci per creare ambienti di apprendimento ideali in un contesto di formazione,
    - esplorare quali siano i fattori che supportano la creazione di un ambiente di apprendimento affidabile, stimolante e coinvolgente (ad esempio sicurezza, autocoscienza, fiducia, motivazione, lealtà, etica ...),
    - fornire opportunità per ulteriori attività di formazione per raggiungere buone pratiche e per ampliare la soddisfazione economica che deve derivare dall'aver investito in questa professione,
    - collegare l'esperienza in campo e in stalla con feedback motivazionali sull'apprendimento, per correggere gli errori e motivare alla crescita di esperienza e relazione, dunque alla fidelizzazione dell'utenza,
    - stare connessi agli obiettivi per non fare errori di superficialità che poi possono costare caro alla professione.

Agli istruttori e formatori vari. Sieti sicuri di avere già un'esperienza a lungo termine con la formazione nel campo della gioventù? Non si tratta - unicamente - di stabilire un numero minimo di anni di esperienza o di limitarsi a ottenere i brevetti a seguito di una serie di corsi di formazione, ma occorre anche concentrarsi sulla necessità per i candidati di avere la capacità di riflettere sulla propria pratica di formatori, che in genere richiede diversi anni d'esercizio. Essere capaci di relazionarsi ai cavalli, di formare cavalli, di equitare, non significa necessariamente essere in grado di trasferire l'apprendimento alle pratiche nel lavoro con gli utenti, e in particolare con i giovani, in modo corretto, secondo la sensibilità contemporanea della platea di potenziali interessati.

Il successo di un'attività di maneggio passa anche attraverso la capacità di relazionarsi alla platea di potenziali interessati nel modo giusto, nell'ambiente consono.

Non basta una struttura, magari fatiscente, e cavalli rimediati, magari squilibrati, per avere successo nell'attività. Più si investe nell'ambiente di formazione, fatto da strutture, dai cavalli, e anche dai rapporti interpersonali gestiti correttamente, maggiore il ritorno. Sostenere lo sviluppo delle competenze dei formatori è un aspetto importante per garantire l'alta qualità della formazione e dunque la sopravvivenza o successo dell'attività rivolta al pubblico di offerta di equitazione.

Normalmente gli enti di promozione sportiva offrono un sistema modulare di apprendimento, definendo una serie di competenze essenziali che possono essere acquisite in corsi specifici e servono a costituire un gruppo di operatori certificati. Purtroppo, i brevetti non bastano, specialmente come sono rilasciati al giorno d'oggi, per garantire successo nell'attività. Tutto ciò che i corsi di formazione non offrono, deve arrivare mediante l'esperienza in campo e l'autoformazione, che richiede continuo aggiornamento.

La ricerca dimostra che un casco da equitazione omologato per la sicurezza può ridurre drasticamente il rischio di lesioni alla testa.

Quando un cavaliere cade, la testa di solito è la prima cosa a colpire il terreno. Il cranio umano può essere frantumato ad un impatto di 7-10 chilometri all'ora, e i cavalli sono in grado,  in fuga, di raggiungere la velocità di 60 km / h. Secondo stime internazionali, tre decessi su cinque con i cavalli sono causati da lesioni cerebrali e il rischio di mortalità è quattro volte superiore per coloro che non usano l'elmetto da equitazione. I cavalli sono responsabili di oltre la metà di tutti gli infortuni causati da animali di grandi dimensioni e circa un terzo di questi infortuni sono caratterizzati da lesioni cerebrali o alla testa.

Dunque è fondamentale indossare il casco, o farlo indossare specialmente ai più piccoli, ai minorenni, a coloro che dipendono per la loro sicurezza e formazione dagli adulti che li circondano.

Tieni conto di quanto segue:

1. Ci sono elmetti da equitazione di tutti i colori, materiali, fogge e costi oggi. L'importante è che si tratti di un elmetto omologato e della misura giusta per la testa.

2. Il casco non è obbligatorio per tutte le discipline equestri, ma questo succede perché il mondo del cavallo è una giungla scarsamente regolamentata. Si tratta di un errore da correggere, non di cui approfittarsi per liberarsi da incomodi, specialmente quando si tratta di bambini e minori ancora in formazione in equitazione, non dunque di cavalieri o fantini professionisti.

3. Nella monta western - ancora - non si usano elmetti, ma è una "tradizione" da correggere, specialmente per i minorenni. I mandriani di un tempo non usavano l'elmetto perché allora non c'era. Non c'era neppure il casco per i ciclisti, oggi però tutti i ciclisti professionisti indossano l'elmetto da bicicletta, e anche i bambini che devono imparare ad andare in bicicletta, perché non dovrebbero indossarlo gli equestri stile western?

4. I caschi disponibili oggi in commercio sono molto comodi, leggeri, e quelli con materiali innovativi sono per giunta lavabili. Dunque non danno fastidio, e sono dotati di ventilazione per il flusso d'aria per quanto riguarda i modelli estivi.

5. Alcune assicurazioni non rimborsano se l'equestre ha deciso di omettere le protezioni e dunque di essere incauto volontariamente.

Inutile girarci intorno, la scelta dell'istruttore fa la differenza per il divertimento, il benessere, la salute e anche il successo in equitazione, per te e per il tuo cavallo.

Sceglierne uno o un altro può aprire o chiudere un mondo. E' importante trovare la giusta commistione tra integrità, etica del lavoro e speranze per il futuro, il più possibile a km zero e al prezzo equo per la propria tasca. E lo è il doppio se si affida a questa persona un minorenne, sperando che quella persona lo protegga, come tuteli il cavallo, ai fini di non dover buttare via dei soldi in cure o per cambiare l'animale, con rischi affettivi per la pace mentale del proprio pupillo, per non parlare di rischi di incidenti, con tutto ciò che comportano.

Un cavallo per qualcuno è solo un animale di servizio, ma anche in questo caso non gli dovrebbe mancare nulla per il benessere, perché un cavallo che sta bene è una cavalcatura più sicura per l'incolumità dell'equestre e per la gioia dell'equitazione. L'istruttore giusto guida al cavallo giusto e aiuta a tenerlo in salute.

VARIABILI DA CONSIDERARE PER VALUTARE LA PROFESSIONALITA' DI UN ISTRUTTORE


1. La maggior parte degli istruttori sono squattrinati, ma non è l'abito che fa il monaco

Considerate il costo per mettere su una struttura funzionale per l'equitazione con personale attivo 365 giorni l'anno. Quella dell'istruttore non è oggi una professione particolarmente redditizia, tranne che in un settore di lusso che è l'eccezione, non la regola dei maneggi. Un istruttore si giudica dalla puliza dei box, dalle condizioni di salute ed equilibrio mentale dei suoi cavalli, dalla sua capacità di insegnare a persone e a cavalli, e dalla sua capacità di evitare il più possibile infortuni, non dalla sua macchina, dalla firma sulla sua maglietta o dal costo dei suoi stivali. 

2. Personale all'opera in maneggio

Gestire un maneggio è un mestiere difficile, solo per veri appassionati, perché tra rischi, ore di lavoro, reddito scarso quando si amano veramente i cavalli e si fa gli istruttori, non i commercianti di bestiame, i margini sono risicati. Tuttavia, perché ci sia un buon servizio, occorre che in maneggio ci sia chi fa i box, chi prepara i cavalli, chi forma gli equestri. Un bravo istruttore generalmente lavora in una struttura funzionale, dove - che ci siano due o più persone a lavorarci - bastano per il numero di cavalli presenti a far sì che tutto funzioni correttamente.

3. Impegno affinché gli allievi imparino veramente

Un bravo istruttore si impegna perché i suoi allievi imparino, compatibilmente con le ambizioni, talenti e rirsorse individuali, al loro meglio. Se non si impara nulla, se dopo mesi e mesi si è sempre fermi allo stesso punto, forse all'istruttore manca la motivazione, o la competenza, per favorire un apprendimento di successo. O forse il ramo di equitazione scelto non è quello giusto per le proprie attitudini.

4. Specializzazione verso obiettivi particolari

Generalmente gli istruttori si specializzano e vantano i loro brevetti, occorre vedere se si sono specializzati nella direzione dei propri bisogni. C'è chi è bravo nell'addestrare, chi prepara alle competizioni in una determinata disciplina, chi si occupa di equiturismo e via dicendo. Occorre trovare l'istruttore giusto per le proprie aspettative, tasca, inclinazioni.

Aspettative e valutazioni congrue

Sport equestri agonistici: in questi ambienti l'istruttore, se l'allievo è motivato e ambizioso, potrebbe dire che il cavallo non è adatto e spingere verso l'acquisto di un cavallo che ritiene aumenti le possibilità di vincita. Addebiterà il proprio tempo per trovare e provare i vari cavalli, e vorrà ricevere una commissione dalla vendita. Non solo, negli sport equestri i giudici non valutano solo la performance, ma esprimono giudizi anche politici, per i quali sono pagati. Se un allievo con il suo reddito sostiene un maneggio, quindi un sistema economico, forse riceverà valutazioni migliori a parità di prestazione rispetto a chi si allena indipendentemente a casa propria con un cavallo salvato dal macello che non ha arricchito nessuno. Se questo modo di essere degli sport equestri agonistici non ti piace, forse gli sport equestri ad alto livello non sono l'ambiente giusto per te. Può sembrare un'affermazione cinica, ma l'equitazione si divide tra agonismo e amatoriali, e nell'agonismo vige un modo di pensare, di agire e di relazionarsi iper specifico, che non fa sconti al romanticismo.

Istruttori per giovani leve: è un mestiere difficile. I giovani non sono in grado di comprendere la complessità del sistema cavallo, che va dalle abilità personali dell'equestre, a quelle del cavallo, ai vincoli economici. Un buon istruttore per giovani allievi fa del suo meglio per evitare il bullismo in scuderia, per far sentire tutti inclusi, per formare persone, non per sfruttarle. E sicuramente evita rapporti troppo intimi o amicali con le giovani leve.

Autovalutazione: conosci te stesso e saprai quale istruttore fa per te. Trova la disciplina in cui puoi dare il tuo meglio relativo divertendoti e in quell'ambito cerca l'istruttore, lasciando perdere tutto il resto. Visita il maneggio, osserva l'istruttore al lavoro, fai domande e discuti sui metodi di allenamento in modo da sapere in anticipo se sarai a tuo agio a lavorare con quella persona. Riconosci i tuoi limiti, anche come abilità e attitudini. Non pretendere che il cavallo o l'istruttore facciano per te l'impossibile. Tutto si può migliorare, ma un coniglio non può diventare un leone e una capra non può diventare una gazzella.

Settare i limiti: anziché farti trascinare chiarisci gli obiettivi. Decidi a quale livello vorresti partecipare e lavora per raggiungere l'obiettivo. Comunica all'istruttore cosa ritieni inaccettabile per tracciare le linee di confine per te e per il tuo cavallo. Sii realistico su quanto vuoi o puoi investire economicamente e comunicalo a scanso di equivoci.

Pippe mentali: gli equestri tendono a portare in maneggio le loro fisime e a trasferire sui cavalli i propri problemi. E' il peggio che si possa fare per progredire nella vita e con i cavalli. Renditi conto che per costruire veramente una partnership valida con un cavallo, occorre rispettare i suoi parametri e lasciarlo vivere a suo modo, al suo meglio, secondo le sue specificità di razza, temperamento, età, condizioni di salute.

Localizzazione: l'occhio del padrone ingrassa il cavallo. Generalmente parlando, meglio trovare un istruttore locale, tenere il cavallo frequentemente sott'occhio, assistere al suo addestramento a scanso di abusi. La localizzazione è ancora più importante quando il portafoglio detta legge e la disponibilità non è illimitata. Quindi occorre valutare l'istruttore migliore - relativamente alle proprie esigenze - nella zona in cui si vive, relegando a workshop occasionali la formazione particolare con istruttori itineranti.

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La psicologia è applicabile agli animali anche se non sono pari all'essere umano dal punto di vista cognitivo.

In particolare i cavalli, rispetto all’umano, funzionano in modo più semplice e istintivo e forse anche per questo non è impossibile leggerne i comportamenti e dare ad essi un'interpretazione in base al senso di causa ed effetto.

I cavalli parlano attraverso tutto il loro corpo, oltre che esprimendo suoni vocali. Esprimono in linguaggio fisico disagio, stress, desideri, intenzioni, fastidi, felicità. Tutto un universo di emozioni che permette alle persone interessate alla relazione con il cavallo di entrarci in comunicazione.

Lo studio della psiche animale è relativamente recente e ancora non troppo diffuso ma la pet therapy poggia in gran parte su questa scienza sociale l'aspettativa indotta di recare beneficio e poiché può muovere investimenti pubblici, le ricerche e le sperimentazioni in questo senso sono in aumento.

Se accettiamo il presupposto che anche il cavallo abbia una psiche e un soma, dobbiamo accondiscendere anche alle conseguenze: possono esistere psicopatologie equine.

Come per l’uomo, molte patologie mentali possono affliggere i cavalli, tra queste in primis la solitudine e la depressione.

L’etologia, in particolare, si occupa dell’identificazione e cura di tali patologie.

Una volta identificato un problema, si dovrebbe procedere, se si è nelle condizioni di poterlo fare, alla risoluzione della patologia influendo sulla gestione dell'animale e dunque sulla relazione che il cavallo ha con il suo ambiente e con l'umano che se ne occupa.

Spesso, infatti, queste patologie possono essere causate da comportamenti errati o mancanza di risposta ai bisogni dell’animale da parte di chi se ne prende cura.

Il cavallo manifesta il disagio psichico attraverso il linguaggio corporeo e il comportamento. Essere in grado di riconoscere i segnali di allarme dovrebbe essere basilare quando si decide di volere un cavallo e di fare del proprio meglio per accudirlo in benessere fisico e mentale.

Amare un cavallo significa anche comprenderlo nella sua totalità. Conoscere questi segnali può essere un primo passo verso la comprensione e la prevenzione di eventuali disagi psichici.

IL CAVALLO, psicologia evolutiva

Il cavallo in passato era un animale assai più comune e diffuso di quanto non lo sia oggi. Era infatti funzionale a molte attività umane di lavoro e trasporto. Con l'avvento delle macchine e dell'urbanizzazione sopravvive solo negli sport e come pet terapista. C'è da dire che non è un animale che si adatta facilmente al ritmo e connotazione della vita contemporanea. Richiede spazi ampi e tempi lunghi di apprendimento. Ha costi di gestione non banali e un'aspettativa di vita che crea più disagio che non in chi non vede il cavallo come animale da macello, ma non è disposto ad accollarsene il peso di mantenimento vita natural durante.

Il cavallo deriva dagli ungulati, tutti animali che hanno la tendenza a vivere selvatici in branco, in quanto prede. Il cavallo vive in branco, con i simili, per cooperare alla floridità della propria comunità e per aumentare le possibilità di sopravvivenza del singolo.

E' riuscito ad evolversi in modo da adattare questo attaccamento e questa necessità di vivere in branco alle esigenze umane, imparando a riconoscere le persone che si occupano di lui positivamente come “parte del branco”.

Il puledro dal quarto mese di vita entra in un periodo di transizione che gradualmente lo porta a un'indipendenza sempre maggiore sia dalla fattrice, sia dagli altri cavalli del branco.

L’allontanamento dalla madre viene determinato dallo svezzamento che, in natura, avviene quando nasce un altro puledro, quindi intorno a un anno o due di età. La fattrice è disponibile a un nuovo accoppiamento già dopo una decina di giorni dal parto, e la gravidanza dura 11 mesi.

In cattività quasi mai questa tempistica è rispettata e quasi sempre il puledro è avviato a uno svezzamento precoce intorno ai 6 mesi di vita. 

La separazione precoce non è piacevole: puledro e fattrice si cercano ripetutamente con forti richiami vocali e spesso il puledro diventa iperattivo e irrequieto. Nei casi più fortunati il puledro viene messo in recinto con altri puledri, oppure la separazione è solo parziale perché la fattrice è nel paddock attiguo.

L'ideale, per quanto non funzionale all'economia umana sul cavallo, sarebbe sempre quello di cercare di rispettare madre natura con lo svezzamento tardivo, che porta a soggetti più equilibrati.

E’ importante sin dalla nascita che il puledro possa stare con altri puledri con i quali apprende attraverso il gioco i comportamenti di sottomissione e dominanza e anche la capacità di comunicare.

Il contatto precoce con l’essere umano - imprinting - previene comportamenti di difficile gestione in età adulta. Un cavallo non abituato al contatto con l’umano potrebbe mostrarsi impaurito, diffidente, nervoso o particolarmente imprevedibile.

Cavalli allevati in ambiente domestico si mostrano più fiduciosi e mansueti rispetto ai cavalli allevati bradi e catturati al pascolo. Sono infatti più disposti a interpretare l’essere umano come “parte della famiglia”.

Entro i 3 anni di vita si forma la personalità del cavallo. Saltano fuori comportamenti di dominanza o sottomissione, nonché le inclinazioni, le tare genetiche e quanto altro, di cui tenere conto per il successivo impiego.

COMPORTAMENTI COMUNICATIVI DEL CAVALLO

Il cavallo possiede una serie di comportamenti specie specifici che hanno lo scopo di comunicare agli atri informazioni importanti sul suo stato d’animo e su ciò che sta per compiere.

Bisogna prestare attenzione a questi specifici movimenti e gesti che possono indicare stress, disagio, malattia. Questa attenzione serve più scopi: dalla sicurezza e incolumità di cose e persone, a più salute e benessere per il cavallo.

I cosidetti vizi di stalla, che discendono da un eccessso di isolamento in scuderizzazione, sono indice - ad esempio - di depressione, ansia e stress. Prevenirli è assai più facile che curarli.

Imparare a comunicare con il proprio cavallo tramite il comportamento non verbale è utile ad affinare l'armonia del binomio, a imprimere maggiore sicurezza e prevedibilità nel rapporto e a ricorrere a meno a strumenti coercitivi per il controllo dell'animale. In definitiva, solo diminuire i rischi, dato che l'equitazione è uno sport implicitamente pericoloso, dovrebbe essere una motivazione più che sufficiente per desiderare apprenderne di più di psicologia comportamentale del cavallo.

Chi ha paura dei cavalli, ad esempio, lo trasmette con movimenti bruschi, manifestazioni inappropriate, persino odori corporei aspri, un insieme di parametri che possono spaventare il cavallo, indurlo ad arretrare o all'opposto a cercare di dominare la situazione come strumento di autodifesa, facendo perdere all'essere umano il controllo.

Il cavallo muove le orecchie in funzione del suo stato d’animo e delle sue emozioni. Se sono puntate in avanti in genere il cavallo è attento, interessato e curioso, ma può denotare anche solo voglia di comprendere ciò che accade in fronte a lui. Quando sono rilassate in una posizione neutrale allora il cavallo è tranquillo. Se sono divaricate agli angoli della testa può essere che il cavallo sia in dormiveglia. Se le orecchie sono leggermente all’indietro il cavallo potrebbe esprimere nervosismo. Quando sono abbassate allora il cavallo può esprimere aggressività.

Particolarmente gli occhi di un cavallo trasmettono le sue emozioni. Lo sguardo di sbieco indica sottomissione, le pupille dilatate indicano paura e agitazione. Uno sguardo languido è sempre amorevole.

Tutto il corpo parla e ogni sintomo è un messaggio, è questo il concetto base da non dimenticare mai.

Se il cavallo appoggia il muso sul proprio padrone (o incrocia il collo con quello di un simile) è un gesto di affetto, conforto e appartenenza alla stessa famiglia.

I segnali posturali sono forme di comunicazione molto evidenti e ci aiutano a interpretare l’ "umore” del cavallo: un collo teso, con orecchie appiattite e testa inclinata di lato è segno di minaccia. Quando un cavallo si prepara a scalciare arrotonda leggermente la schiena e alza entrambi gli arti posteriori o uno solo. La tendenza a calciare coi posteriori è soprattutto una prerogativa della femmina per sistemare i ruoli. I maschi aggrediscono frontalmente mostrando i denti, morsicando, rampando o impennandosi, ma neppure loro disdegnano una doppietta assestata con i posteriori se necessario a difendere le proprie prerogative acquisite.

Anche la coda ha una funzione comunicativa importante: quando il cavallo la alza come una bandiera comunica l’eccitazione che precede di solito una dimostrazione di baldanza e possenza. Gli stalloni alzano invece la coda dopo un rapporto sessuale e le giumente quando sono in calore. Una coda bassa e aderente al corpo può indicare timore. Quando la coda viene agitata in modo aggressivo o fatta ruotare con un movimento circolare, allora il cavallo potrebbe essere scocciato, come quando deve scacciare una mosca o un tafano che lo importunano.

FUNZIONI ANATOMICHE E COMUNICAZIONE

Per i cavalli l'olfatto è un mezzo comunicativo importante. I cavalli percepiscono odori fuori dalla portata dell'essere umano.

Dall'odore, già a distanza, il cavallo comprende se ha a che fare con un uomo o una donna, una persona sapiente di cavalli o priva di esperienza e magari nervosa all'approccio. Dall'odore il cavallo sa se ha di fronte un carnivoro o meno; se si tratta di una persona da temere o di cui non è necessario avere rispetto. E' dall'odore che il cavallo percepisce lo “stato sociale” dell’altro (dominante/sottomesso).

L’udito è pure un senso importante. Il cavallo "parla" attraverso i nitriti, il brontolio, le grida, gli sbruffi, i gemiti, i ruggiti e gli strilli. I nitriti sono usati per segnalare la presenza di un individuo e sono importanti per mantenere la coesione del branco. I brontolii vengono usati per incoraggiare un individuo ad avvicinarsi, soprattutto si sentono dalle fattrici nei confronti della loro prole. Le grida si pensa siano segnali difensivi di minaccia usati nell’incontro tra individui che non si conoscono oppure possono essere risposte al dolore acuto.

CONCLUSIONI

Imparare a “leggere” e comprendere il linguaggio verbale e non verbale del cavallo facilita la relazione e la rafforza.

L’abilità di capire i segnali inviati dal proprio cavallo è utile anche per prevenire comportamenti indesiderati ed eventuali disturbi del comportamento, nonché per comprendere quanto prima l'insorgenza di un disagio, di una malattia, di un problema fisico.

La personalità di un cavallo, seppur individuale e unica, dipende spesso dalla personalità del proprietario. Se questo è pauroso, insicuro, gode di scarsa autostima o ha una posizione sociale bassa tra gli umani che gli provoca un disagio psicologico, presto il cavallo, se è un tipo dominante, potrebbe prendere il sopravvento, divenire indolente, refrattario a eseguire il lavoro e alle volte anche aggressivo, specialmente se non si sente adeguatamente protetto. Se il cavallo è invece sottomesso, potrebbe diventare imprevedibile e ancora più timoroso, assorbendo le emozioni di incertezza del proprietario.

La psicologia in ambito animale si differenzia dall’addestramento e dalle tecniche di formazione per l'equitazione. Tuttavia, costituisce per queste un valore aggiunto per costruire una sintonia più naturale e meno artificiale o bisognosa di aiuti meccanici come finimenti di particolare contenimento.

I cavalli possono sviluppare sintomi depressivi, di ansia, di dolore che ci vengono comunicati tramite comportamenti atipici (non mangiare, isolamento, imprevedibilità, aggressività, vizi di stalla).

Conoscere a fondo il cavallo e la sua psiche aiuta a trovare immediatamente una spiegazione e dunque una possibile soluzione se si è interessati alla lunga vita e benessere del compagno equino, o a maggiorare comunque la sicurezza nel rapporto cavallo/cavaliere.