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La psicologia è applicabile agli animali anche se non sono pari all'essere umano dal punto di vista cognitivo.

In particolare i cavalli, rispetto all’umano, funzionano in modo più semplice e istintivo e forse anche per questo non è impossibile leggerne i comportamenti e dare ad essi un'interpretazione in base al senso di causa ed effetto.

I cavalli parlano attraverso tutto il loro corpo, oltre che esprimendo suoni vocali. Esprimono in linguaggio fisico disagio, stress, desideri, intenzioni, fastidi, felicità. Tutto un universo di emozioni che permette alle persone interessate alla relazione con il cavallo di entrarci in comunicazione.

Lo studio della psiche animale è relativamente recente e ancora non troppo diffuso ma la pet therapy poggia in gran parte su questa scienza sociale l'aspettativa indotta di recare beneficio e poiché può muovere investimenti pubblici, le ricerche e le sperimentazioni in questo senso sono in aumento.

Se accettiamo il presupposto che anche il cavallo abbia una psiche e un soma, dobbiamo accondiscendere anche alle conseguenze: possono esistere psicopatologie equine.

Come per l’uomo, molte patologie mentali possono affliggere i cavalli, tra queste in primis la solitudine e la depressione.

L’etologia, in particolare, si occupa dell’identificazione e cura di tali patologie.

Una volta identificato un problema, si dovrebbe procedere, se si è nelle condizioni di poterlo fare, alla risoluzione della patologia influendo sulla gestione dell'animale e dunque sulla relazione che il cavallo ha con il suo ambiente e con l'umano che se ne occupa.

Spesso, infatti, queste patologie possono essere causate da comportamenti errati o mancanza di risposta ai bisogni dell’animale da parte di chi se ne prende cura.

Il cavallo manifesta il disagio psichico attraverso il linguaggio corporeo e il comportamento. Essere in grado di riconoscere i segnali di allarme dovrebbe essere basilare quando si decide di volere un cavallo e di fare del proprio meglio per accudirlo in benessere fisico e mentale.

Amare un cavallo significa anche comprenderlo nella sua totalità. Conoscere questi segnali può essere un primo passo verso la comprensione e la prevenzione di eventuali disagi psichici.

IL CAVALLO, psicologia evolutiva

Il cavallo in passato era un animale assai più comune e diffuso di quanto non lo sia oggi. Era infatti funzionale a molte attività umane di lavoro e trasporto. Con l'avvento delle macchine e dell'urbanizzazione sopravvive solo negli sport e come pet terapista. C'è da dire che non è un animale che si adatta facilmente al ritmo e connotazione della vita contemporanea. Richiede spazi ampi e tempi lunghi di apprendimento. Ha costi di gestione non banali e un'aspettativa di vita che crea più disagio che non in chi non vede il cavallo come animale da macello, ma non è disposto ad accollarsene il peso di mantenimento vita natural durante.

Il cavallo deriva dagli ungulati, tutti animali che hanno la tendenza a vivere selvatici in branco, in quanto prede. Il cavallo vive in branco, con i simili, per cooperare alla floridità della propria comunità e per aumentare le possibilità di sopravvivenza del singolo.

E' riuscito ad evolversi in modo da adattare questo attaccamento e questa necessità di vivere in branco alle esigenze umane, imparando a riconoscere le persone che si occupano di lui positivamente come “parte del branco”.

Il puledro dal quarto mese di vita entra in un periodo di transizione che gradualmente lo porta a un'indipendenza sempre maggiore sia dalla fattrice, sia dagli altri cavalli del branco.

L’allontanamento dalla madre viene determinato dallo svezzamento che, in natura, avviene quando nasce un altro puledro, quindi intorno a un anno o due di età. La fattrice è disponibile a un nuovo accoppiamento già dopo una decina di giorni dal parto, e la gravidanza dura 11 mesi.

In cattività quasi mai questa tempistica è rispettata e quasi sempre il puledro è avviato a uno svezzamento precoce intorno ai 6 mesi di vita. 

La separazione precoce non è piacevole: puledro e fattrice si cercano ripetutamente con forti richiami vocali e spesso il puledro diventa iperattivo e irrequieto. Nei casi più fortunati il puledro viene messo in recinto con altri puledri, oppure la separazione è solo parziale perché la fattrice è nel paddock attiguo.

L'ideale, per quanto non funzionale all'economia umana sul cavallo, sarebbe sempre quello di cercare di rispettare madre natura con lo svezzamento tardivo, che porta a soggetti più equilibrati.

E’ importante sin dalla nascita che il puledro possa stare con altri puledri con i quali apprende attraverso il gioco i comportamenti di sottomissione e dominanza e anche la capacità di comunicare.

Il contatto precoce con l’essere umano - imprinting - previene comportamenti di difficile gestione in età adulta. Un cavallo non abituato al contatto con l’umano potrebbe mostrarsi impaurito, diffidente, nervoso o particolarmente imprevedibile.

Cavalli allevati in ambiente domestico si mostrano più fiduciosi e mansueti rispetto ai cavalli allevati bradi e catturati al pascolo. Sono infatti più disposti a interpretare l’essere umano come “parte della famiglia”.

Entro i 3 anni di vita si forma la personalità del cavallo. Saltano fuori comportamenti di dominanza o sottomissione, nonché le inclinazioni, le tare genetiche e quanto altro, di cui tenere conto per il successivo impiego.

COMPORTAMENTI COMUNICATIVI DEL CAVALLO

Il cavallo possiede una serie di comportamenti specie specifici che hanno lo scopo di comunicare agli atri informazioni importanti sul suo stato d’animo e su ciò che sta per compiere.

Bisogna prestare attenzione a questi specifici movimenti e gesti che possono indicare stress, disagio, malattia. Questa attenzione serve più scopi: dalla sicurezza e incolumità di cose e persone, a più salute e benessere per il cavallo.

I cosidetti vizi di stalla, che discendono da un eccessso di isolamento in scuderizzazione, sono indice - ad esempio - di depressione, ansia e stress. Prevenirli è assai più facile che curarli.

Imparare a comunicare con il proprio cavallo tramite il comportamento non verbale è utile ad affinare l'armonia del binomio, a imprimere maggiore sicurezza e prevedibilità nel rapporto e a ricorrere a meno a strumenti coercitivi per il controllo dell'animale. In definitiva, solo diminuire i rischi, dato che l'equitazione è uno sport implicitamente pericoloso, dovrebbe essere una motivazione più che sufficiente per desiderare apprenderne di più di psicologia comportamentale del cavallo.

Chi ha paura dei cavalli, ad esempio, lo trasmette con movimenti bruschi, manifestazioni inappropriate, persino odori corporei aspri, un insieme di parametri che possono spaventare il cavallo, indurlo ad arretrare o all'opposto a cercare di dominare la situazione come strumento di autodifesa, facendo perdere all'essere umano il controllo.

Il cavallo muove le orecchie in funzione del suo stato d’animo e delle sue emozioni. Se sono puntate in avanti in genere il cavallo è attento, interessato e curioso, ma può denotare anche solo voglia di comprendere ciò che accade in fronte a lui. Quando sono rilassate in una posizione neutrale allora il cavallo è tranquillo. Se sono divaricate agli angoli della testa può essere che il cavallo sia in dormiveglia. Se le orecchie sono leggermente all’indietro il cavallo potrebbe esprimere nervosismo. Quando sono abbassate allora il cavallo può esprimere aggressività.

Particolarmente gli occhi di un cavallo trasmettono le sue emozioni. Lo sguardo di sbieco indica sottomissione, le pupille dilatate indicano paura e agitazione. Uno sguardo languido è sempre amorevole.

Tutto il corpo parla e ogni sintomo è un messaggio, è questo il concetto base da non dimenticare mai.

Se il cavallo appoggia il muso sul proprio padrone (o incrocia il collo con quello di un simile) è un gesto di affetto, conforto e appartenenza alla stessa famiglia.

I segnali posturali sono forme di comunicazione molto evidenti e ci aiutano a interpretare l’ "umore” del cavallo: un collo teso, con orecchie appiattite e testa inclinata di lato è segno di minaccia. Quando un cavallo si prepara a scalciare arrotonda leggermente la schiena e alza entrambi gli arti posteriori o uno solo. La tendenza a calciare coi posteriori è soprattutto una prerogativa della femmina per sistemare i ruoli. I maschi aggrediscono frontalmente mostrando i denti, morsicando, rampando o impennandosi, ma neppure loro disdegnano una doppietta assestata con i posteriori se necessario a difendere le proprie prerogative acquisite.

Anche la coda ha una funzione comunicativa importante: quando il cavallo la alza come una bandiera comunica l’eccitazione che precede di solito una dimostrazione di baldanza e possenza. Gli stalloni alzano invece la coda dopo un rapporto sessuale e le giumente quando sono in calore. Una coda bassa e aderente al corpo può indicare timore. Quando la coda viene agitata in modo aggressivo o fatta ruotare con un movimento circolare, allora il cavallo potrebbe essere scocciato, come quando deve scacciare una mosca o un tafano che lo importunano.

FUNZIONI ANATOMICHE E COMUNICAZIONE

Per i cavalli l'olfatto è un mezzo comunicativo importante. I cavalli percepiscono odori fuori dalla portata dell'essere umano.

Dall'odore, già a distanza, il cavallo comprende se ha a che fare con un uomo o una donna, una persona sapiente di cavalli o priva di esperienza e magari nervosa all'approccio. Dall'odore il cavallo sa se ha di fronte un carnivoro o meno; se si tratta di una persona da temere o di cui non è necessario avere rispetto. E' dall'odore che il cavallo percepisce lo “stato sociale” dell’altro (dominante/sottomesso).

L’udito è pure un senso importante. Il cavallo "parla" attraverso i nitriti, il brontolio, le grida, gli sbruffi, i gemiti, i ruggiti e gli strilli. I nitriti sono usati per segnalare la presenza di un individuo e sono importanti per mantenere la coesione del branco. I brontolii vengono usati per incoraggiare un individuo ad avvicinarsi, soprattutto si sentono dalle fattrici nei confronti della loro prole. Le grida si pensa siano segnali difensivi di minaccia usati nell’incontro tra individui che non si conoscono oppure possono essere risposte al dolore acuto.

CONCLUSIONI

Imparare a “leggere” e comprendere il linguaggio verbale e non verbale del cavallo facilita la relazione e la rafforza.

L’abilità di capire i segnali inviati dal proprio cavallo è utile anche per prevenire comportamenti indesiderati ed eventuali disturbi del comportamento, nonché per comprendere quanto prima l'insorgenza di un disagio, di una malattia, di un problema fisico.

La personalità di un cavallo, seppur individuale e unica, dipende spesso dalla personalità del proprietario. Se questo è pauroso, insicuro, gode di scarsa autostima o ha una posizione sociale bassa tra gli umani che gli provoca un disagio psicologico, presto il cavallo, se è un tipo dominante, potrebbe prendere il sopravvento, divenire indolente, refrattario a eseguire il lavoro e alle volte anche aggressivo, specialmente se non si sente adeguatamente protetto. Se il cavallo è invece sottomesso, potrebbe diventare imprevedibile e ancora più timoroso, assorbendo le emozioni di incertezza del proprietario.

La psicologia in ambito animale si differenzia dall’addestramento e dalle tecniche di formazione per l'equitazione. Tuttavia, costituisce per queste un valore aggiunto per costruire una sintonia più naturale e meno artificiale o bisognosa di aiuti meccanici come finimenti di particolare contenimento.

I cavalli possono sviluppare sintomi depressivi, di ansia, di dolore che ci vengono comunicati tramite comportamenti atipici (non mangiare, isolamento, imprevedibilità, aggressività, vizi di stalla).

Conoscere a fondo il cavallo e la sua psiche aiuta a trovare immediatamente una spiegazione e dunque una possibile soluzione se si è interessati alla lunga vita e benessere del compagno equino, o a maggiorare comunque la sicurezza nel rapporto cavallo/cavaliere.

La definizione che segue dei 4 archetipi indica un arco temporale progressivo, dai paradigmi più vecchi a quelli più recenti. Gli archetipi costituiscono un modello statico di generalizzazione per semplificare la realtà, che è spesso più complessa.


Il modello utilitaristico, stile “militare”: il cavallo è un oggetto di servizio.
E’ quello del passato, quando tutti i cavalli erano definiti come beni allevati per specifiche funzioni di servizio. Trae le sue origini nelle radici dello stile “inglese”, che si traduce in un'ossessione per l’aspetto, l’estetica, le regole rigide e un controllo pieno sul cavallo.
Ne discende uno stile di equitazione focalizzato sull'esecuzione di disegni geometrici in rettangolo, dove viene premiata la precisione del cavaliere e l'obbedienza del cavallo. Tradizionalmente il modello tendeva alla sottomissione incondizionata dell'animale prevedendo acciocché fosse possibile l’impiego di strumenti coercitivi: frustini, speroni, morsi, redini di ritorno, abbassatesta, gogues, pessoa, martingale fisse, chiudibocca… tutti potenzialmente dolorosi e tesi a costringere il cavallo a fare quello che domanda il cavaliere, anche quando ciò comporta disagio e dolore al cavallo. Questo modello non è diverso da quello da lavoro spagnolo che ha gettato le basi per la monta classica e il dressage.

Il modello antropomorfico: Il cavallo è un oggetto di piacere.
E' forse il più diffuso e si basa sul pensare che l'essere umano sia al centro del mondo, e ciò che va bene per gli umani debba andare bene anche per gli animali, nati per accontentare i primi. In cambio il cavallo riceve beni compensativi, non sempre indispensabili: la capezza nuova, la copertina nuova, la sella nuova, l'ultima lettiera in commercio, granaglie e altre leccornie. I beni compensativi soddisfano la mente del proprietario del cavallo e facilitano le sue inclinazioni di impiego, oltre a poter diventare occasione di vanto con gli amici; possono dare maggior comfort anche al cavallo, ma non rispondono necessariamente ai bisogni reali di quest’ultimo. Ovvero, il cavallo potrebbe rimanere scuderizzato in isolamento anche 24 ore al giorno 7 giorni a settimana, per uscire solo quando il proprietario deve fare equitazione. I bisogni naturali dell’animale sono spesso ignorati e quando il cavallo non serve più viene ceduto o smaltito senza problemi di coscienza.

Il modello etologico: il cavallo è un oggetto da comprendere per controllarlo meglio.
Sviluppato particolarmente negli ultimi 20 anni, mette al centro il comportamento osservato dei cavalli in natura, in modo da ottenere molto di più dalla cooperazione e dalla comprensione del cavallo, piuttosto che dalla paura, dal dolore e dall'intimidazione. 
Dal punto di vista dell'addestramento, in genere questo prende la forma di pressione e di rilascio, o di avanzamento e arretramento, ma anche di condizionamenteo per assuefazione. Tutti modi legittimi nella formazione di un cavallo che hanno spinto l’equitazione a evolversi e sono applicabili a qualsiasi disciplina equestre o ippica. Non si tratta di metodi infallibili, perché sottintendono risposte meccaniche del cavallo, ovvero se applicati per lunghi periodi di tempo, in modo ripetitivo, possono generare risposte di fuga.

Il modello naturale: il cavallo è un soggetto di diritto.
E’ definito come il modello olistico, che tiene cioè conto del cavallo nella sua interezza: corpo, mente, spirito. Pone il cavallo e le sue esigenze primarie al centro. Porta a farsi domande del tipo: il cavallo è felice o non felice? Questo piace o non piace al cavallo? Gli fa bene o non gli fa bene? Dove solo ciò che rende il cavallo felice, sereno o appagato diventa legittimo per giustificare il suo possibile impiego in un'attività a beneficio per umani. 
Per funzionare questo modello si basa sulla relazione personale tra cavallo e persona e sull’ambiente in cui il cavallo è inserito, che prevede la gestione del cavallo in recinti all'aperto, magari in compagnia di propri simili, opponendosi alla scuderizzazione tradizionale che isola il cavallo e gli impedisce la socializzazione primaria. Chi aderisce a  questo modello, può finire per rifiutare gli impieghi tradizionali del cavallo per preferire l'animale come soggetto solo da compagnia o montabile ma non in un percorso di agonismo, gare o concorsi. 

 La formazione assertiva è un tipo di educazione progettata per aiutare le persone a essere consapevoli delle cause effetto nella relazione e quindi prone ad assumersi delle responsabilità nell'educazione del cavallo e nelle sue eventuali problematiche

Si configura come un insieme di risposte appropriate a valutare l'attitudine del cavallo e dell'allievo equestre, lontano dalla passività e dall'aggressività.

Inoltre, promuove l'equità e l'uguaglianza nelle interazioni umano-cavallo, basate su un senso positivo di rispetto per se stessi e gli altri, indipendendetemente dalla specie di appartenenza.

Un formatore assertivo proteggerà i suoi confini, senza calpestare quelli degli altri, umani o cavalli che siano, trattandoli con rispetto e compassione.

Scopo:

Lo scopo della formazione assertiva è di insegnare all'altro - persona e cavallo - alcune strategie appropriate per identificare bisogni e richieste nel rispetto reciproco.

La formazione all'assertività è un approccio ampio che può essere applicato a tutte le discipline. È importante imparare a comunicare in modo chiaro e onesto, perché porta a un miglioramento delle relazioni umano-cavallo.

L'educazione assertiva non può prescindere da un approccio positivo (essere sicuri di sé, forti, determinati). È molto importante conoscere se stessi e le proprie capacità, prima di imporre una disciplina agli altri. Quindi occorre conoscere i propri limiti, gli spazi personali da rispettare ed essere in grado di essere empatici (capire i problemi dell'altro).

Il ruolo delle emozioni

L'educazione assertiva dell'altro tiene conto delle emozioni in gioco. L'istruttore assertivo, che educa persone a montare a cavallo, e le vuole assertive, si pone e pone delle domande. L'allievo è in grado di fare quanto gli viene richiesto? E il cavallo? L'educazione assertiva combatte pregiudizi e e steretipi ed educa a saper dirimere in prima persona le problematiche che possono esserci tra chi vuole fare equitazione e il cavallo, consentendo l'espressione di sé e riconoscendo limiti invalicabili che sono una questione di rispetto.

Nell'educazione assertiva i perdenti non esistono, perché i limiti sono riconosciuti e rispettati. 

L'importanza dei limiti, dello spazio personale e dell'empatia

Il valore di creare una relazione forte ed empatica consente di mettersi nelle scarpe e zoccolo degli altri.

Questa è la missione del protocollo educativo, basato sui seguenti scopi:

  • Considerare le caratteristiche del binomio persona cavallo.
  • Prendere decisioni riguardanti il benessere di entrambi.
  • Lasciare una traccia per il futuro, perché l'allievo e il cavallo possano andare avanti, indipendentemente da chi è o sarà l'allenatore, il quale agisce per il bene di chi gli si è affidato, e non solo per interesse personale.
  • Un leader positivo non ha paura di perdere il cliente e quindi fa la cosa giusta, non quella più conveniente a breve termine, perchè offre un programma di formazione di qualità, non di quantità.

Il ruolo della critica assertiva

Essere un formatore e allenatore assertivo non significa rinunciare al proprio ruolo critico, ma offrire un giusto compendio di complimenti e critiche mirate, non generalizzate.

  • L'educatore assertivo è in grado di dire NO, questo non si fa o non si fa così, perché è in grado di dare una spiegazione logica, tecnica, empatica.
  • L'educatore assertivo non ricorre a nessuna violenza, né fisica né verbale né emotiva, per la formazione del binomio umano-cavallo.
  • L'educatore assertivo tiene conto delle circostanze, dell'età, dei problemi, del tempo della dinamica, delle risorse a disposizione.
  • L'educatore assertivo sa leggere la comunicazione non verbale, del corpo, etologica, sia per quanto riguarda i cavalli, sia per quanto riguarda le persone.

Tono di voce

Le emozioni spesso vengono offerte non tanto da quello che le persone dicono, ma da come lo dicono. Il cavallo ad esempio, non capisce le parole, ma comprende perfettamente il tono di voce. Lo stesso per l'allievo umano che in più comprende anche il contenuto del discorso.

Ad esempio, parlare a voce alta o urlare gli ordini può mostrare aggressività, parlare gentilmente e dare sorrisi e incoraggiamento può mostrare premure perché il linguaggio del corpo è importante.

Il ruolo delle conferme

Un educatore assertivo cerca la conferma positiva del suo allievo umano e cavallo. Si preoccupa del loro stato d'animo. Ricerca l'approvazione e il consenso, non il dominio ingiustificato. Non usa tecniche di oggettivazione dell'altro per renderlo succube. Offre una motivazione eticamente valida a quanto richiede di fare. Non approfitta mai della sua posizione di formatore per nuocere all'altro. Non insegna a nuocere al cavallo per un obiettivo sportivo, mettendo il rispetto alla base di tutto il lavoro e della relazione che deve essere di lavoro, senza mai sforare in atteggiamenti o azioni che violano l'integrità dell'altro.

Tutto ciò è molto importante per lo sviluppo sociale e personale del cavallo e dell'allievo umano, ma anche per la dignità dei luoghi in cui si lavorano i cavalli per sport, turismo, attività ludico, ricreativa o assistenziale, e degli operatori addetti alla formazione di persone e cavalli all'equitazione.

Per definire la felicità, occorre prima definire il suo contrario. La soddisfazione dei bisogni fondamentali, sola, non reca felicità.

Bastasse, tutti potrebbero accontentarsi di acqua e alimento e igiene di base, potendo valutare come qualitativa la vita in uno stabulario, che si trattasse di animali o di umani. Si combatte, invece, per eliminare le gabbie. 

Perché dovrebbe volervi vivere un cavallo, in un carcere o stabulario, se non perché non conosce altrimenti e non gli è mai stata data la possibilità di scelta?

E' evidente che la soddisfazione dei bisogni primari consente la vita, non il benessere psicofisico o spirituale, i quali abbisognano di soddisfazione di beni secondari per trovare una realizzazione.

Un cavallo relegato a vita in un box non può essere felice, perché i suoi bisogni sociali non sono soddisfatti. L'uscita per l'ora d'aria, con movimenti eteroguidati da un umano, non è il non plus ultra della felicità per un cavallo.

A voi piacerebbe vivere in una stanzetta stile carcere con l'ora d'aria predeterminata da altri, per giunta da trascorrere legati in ogni modo con movimenti obbligati? La schiavitù è stata abolita in occidente, non per i cavalli però.

Un cavallo scuderizzato che gode sì e no di un'ora d'aria è uno schiavo mantenuto vivo solo per servire i bisogni egoistici del suo padrone. E' il suo padrone che ha bisogno di correre, di saltare, di fare gli inchini o altro, da quell'ora a quell'altra in quel preciso luogo. Il cavallo ha bisogno di movimento, ma il movimento che apprezzerebbe di più è quello fatto in libertà con i suoi simili, frutto della libera espressione.

Il cavallo esegue i movimenti preordinati perché non ha alternative. E' già tanto se non è un cavallo disturbato, socialmente pericoloso, che si da alla fuga ogni qual volta trova uno spiraglio di auto espressione.

Quali sono, dunque, i bisogni secondari la soddisfazione dei quali permette di andare oltre il concetto di conservazione della vita nuda e cruda, per consentire la felicità?

Il seguente elenco di bisogni non è né esaustivo né definitivo.

È inteso come un punto di partenza per sostenere chiunque desideri intraprendere un processo di approfondimento della scoperta di sé e per facilitare una maggiore comprensione e connessione tra le persone e tra di queste e i cavalli o qualsiasi altro animale per il quale si desidera ben più della conservazione della vita per servire uno scopo egoistico, bensì un animale percepito come essere senziente e perciò dotato di propri diritti che esulano i bisogni degli umani che lo circondano.

  • BISOGNI FISICI
  • aria
  • acqua
  • cibo
  • movimento / esercizio
  • riposo / sonno
  • sicurezza
  • riparo
  • stimolazione di tutti i sensi
  • integrità
  • BISOGNI SOCIALI
  • accettazione
  • affetto
  • apprezzamento
  • appartenenza
  • cooperazione
  • comunicazione
  • vicinanza
  • compagnia
  • compassione
  • considerazione
  • empatia
  • inclusione
  • intimità
  • mutualità
  • rispetto
  • stabilità
  • supporto
  • comprensione del linguaggio reciproco
  • fiducia
  • BISOGNI MENTALI
  • comunione
  • armonia
  • ispirazione
  • ordine
  • scelta
  • spazio
  • spontaneità
  • celebrazione della vita
  • sfida
  • chiarezza
  • competenza
  • coscienza
  • contributo
  • creatività
  • scoperta
  • crescita
  • speranza
  • apprendimento
  • partecipazione
  • scopo
  • espressione di sé
  • stimolazione
  • avere importanza per il proprio branco sociale

Laddove i vari bisogni non sono soddisfatti, c'è forse conservazione della vita, ma non espressione qualitativa della stessa.

Usate la Check- List per fare il punto della situazione sulla vostra vita e su quella del vostro cavallo.

Saper muovere il cavallo alla corda consente di porre le basi per il movimento corretto dal punto di vista atletico.

Muovere i cavalli alla corda non è però né banale, né scontato. Come in tutte le cose, farlo correttamente richiede apprendistato tramite l'istruzione e anche una certa dose di sensibilità personale al cavallo, per capire se, come, quando, con quale frequenza o intensità, variabili fondamentali per la tutela del cavallo. 

I benefici per il cavallo del lavoro alla corda svolto correttamente:

  • Portare peso senza effetti dannosi sul suo corpo a lungo termine, che richiede la capacità di arrotondare la schiena, saper lavorare di spalle e spingere con i quarti posteriori.

Cosa significa tutto questo?

La flessibilità dei movimenti del cavallo montato non è "naturale", ovvero un risultato a cui arrivano tutti i cavalli, checché equestre stia sopra il loro dorso.

La flessibilità va appresa, insegnando al cavallo a inarcuarsi correttamente, tenendo sollevata la schiena, lavorando di spalle, morbido e flesso il collo e impegnando il posteriore per la spinta. 

Allenare correttamente il cavallo alla corda può equivalere a fare uno sport equilibrato e completo per un umano. Il fisico che ne esce è diverso. Un corpo muscolato è sicuramente più atletico e questo è tanto più importante per i cavalli ai quali viene effettivamente richiesto un impegno agonistico.

Inoltre, il lavoro alla corda, fatto correttamente, agisce anche sulla motivazione del cavallo, inducendolo a collaborare con piacere poi al lavoro in piano. 

Esistono diversi tipi di lavoro alla corda?

Sì, c'è anche chi semplicemente fa girare in cerchio il cavallo spossandolo, per renderlo più arrendovole poi montato in piano, lavoro che significa che l'equestre che dovrà stare sul cavallo è un incapace, o semplicemente un principiante, e si teme che il cavallo sia troppo energico per le competenze di chi desidera cavalcarlo.

Girare un cavallo alla corda per spossarlo, o per educarlo, sono due impieghi completamente diversi. 

L'educazione presuppone esercizi cognitivi in cui viene dato modo al cavallo di comprendere che, scegliendo un determinato modo di incedere o di portamento, allevierà la fatica e sentirà meno i rinforzi

La conoscenza difettosa e la mancanza di metodo-know-how portano a un lavoro alla corda che è solo sfiancamento.

Come fare un lavoro corretto alla corda?

Purtroppo non è automatico, occorre affidarsi ai giusti maestri, coloro cioè che sono abili in questa mansione e possono dimostrarlo con cavalli da loro educati che sono mentalmente e fisicamente equilibrati, eleganti nel portamento, collaborativi negli esercizi.

Come capire la differenza?

Occorre farci l'occhio. Dopo un pò non è così difficile riconoscere un cavallo che gira in tondo e basta, da uno che tira la pancia in dentro, inarca la schiena, alza la spalla, prende una curva corretta verso l'interno, spingendo con il posteriore giusto.

E' come vedere la differenza tra una persona che accenna a dei passi di danza scoordinati e l'altra che ha studiato danza e si vede. 

Ovviamente, non tutti i cavalli si danno all'agonismo e hanno bisogno di diventare dei "figurini" da rettangolo.

Ma, nella misura in cui si hanno le basi per muovere il cavallo secondo i giusti principi biomeccanici, si sta facendo ciò che è meglio per la salute e lo spirito del partner animale: gli si dona un mezzo di apprendimento che è come un corredo che nella vita gli sarà utile perché gli fornirà una chiave di interpretazione, di comprensione e di pazienza per respingere la forza e l'uso di misure correttive di coercizione.

Ciò è tanto più importante visto che molti cavalli nella vita fanno passaggi di mano. Se hanno imparato a svolgere correttamente il lavoro alla corda, hanno degli strumenti per capire meglio le richieste che gli verranno fatte. 

In altre parole, l'educazione, anche per un cavallo, non solo per la persona, è sempre un plus che nella vita può tornare utile. Quindi se si è nella condizione di poter apprendere per sé e/o per il cavallo il lavoro corretto alla corda, sarebbe un'occasione propizia di investimento per la salute, il benessere e la tutela del cavallo, presente e futura, da non perdere.

Se, invece, non si è nelle condizioni di poter lavorare correttamente il cavallo alla corda, né di potergli dare un'educazione corretta al lavoro in piano, meglio cimentarsi in discipline equestri dove non si danneggia il cavallo neppure se non si è in grado di dargli chissà quale preparazione. 

Come per gli esseri umani, esistono nel mondo del cavallo discipline che richiedono atleticità, e discipline per tutti. Basta sapersi orientare. 

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