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Questo discorso è incentrato sul ciclo di vita al femmine, nulla vieta però che possa riguarda anche gli uomini.

I cavalli, nella società moderna, sono diventati un sostegno pastorale per giovani fanciulle. Certo, fanno anche altro. Ma la base dell'equitazione contemporanea è quella.

Prima o poi però arriva per tutte l'autunno. La maggior parte di noi viene colpita dal passare del tempo, in un modo o nell'altro, e bisogna imparare a stare su con le proprie gambe, per poi poter diventare sostegno pastorale per altri, persone o animali che siano.

Non che cavalcare sia crudele, tutto dipende da come viene tenuto il cavallo, come viene montato, se è rispettato, nei suoi infortuni, malattie, invecchiamento, perché anche per l'animale viene prima o poi il tempo per cui gli acciacchi richiedono uno stile di vita più rilassato e meno performante.

Quasi tutti i cavalli, da una certa età in poi, non hanno più il turbo, e preferiscono un rallentamento a una placida vita sedentaria basata solo sulle relazioni sociali. 

La vita di un cavallo, e quella di una persona, idealmente, non sono e non devono essere viste come gare fino all'ultimo respiro. O, almeno, se la vita si riduce a lotta continua, lascia tante cicatrici. Tutti sperano prima o poi di poter tirare su le staffe e avere un decoroso pensionamento. 

Amare un cavallo, come amare se stessi, significa essere in grado ad un certo punto di dire basta al "ciclo produttivo" di inseguimento di risultati, senza sensi di colpa. 

Equitare non è la stessa cosa a 14 anni, a 30 o a 50. Più passa il tempo, più sono gli impegni anche diversificati, tra famiglia, lavoro, casa, meno energie si hanno da dedicare all'equitazione, meno flessibile è il corpo, più pericoloso cadere.

Ad un certo punto è inevitabile cominiciare a mettere rischi e benefici sul piatto della bilancia. Si fa una lista di cose e persone che dipendono dal proprio essere in forma. Così come si fa una lista di cose e persone che dipendono dalla disponibilità economica del nucleo familiare e, notoriamente, fino a che un cavallo è attivo assorbe gran parte delle risorse dedicate al tempo libero. Si finisce per concludere, inevitabilmente, che vivere i cavalli in un certo modo non ne vale più la pena, almeno per i più, coloro che devono fare i conti con risorse limitate: di tempo e soldi.

Un altro sintomo di stanchezza che si registra spesso è la percezione diversa della paura e del rischio connessi all'equitazione. Da una certa età in poi, quella percezione per molte finisce per essere disabilitante. Non c'è da sentirsi in colpa.

I cavalli hanno un istinto per la paura innato, perché è la loro valvola di salvaguardia in natura. Anche per le persone, i cambi ormonali che seguono l'età, servono la causa della sopravvivenza. Il corpo è saggio e manda dei segnali per guidare le scelte all'autoconservazione. Gli istinti, anche ormonali, che danno incoscienza e coraggio da giovani, vengono a diminuire nel tempo, sostituiti da quelli che danno ponderatezza e prudenza. 

Significa diventare maturi. Non si può combattere contro una cosa naturale, né ha senso sentirsi in colpa o fallimentari per qualcosa che è giusto così, voluto da madre natura come istinto di autoconservazione.

La maggior parte delle donne lascia, però, molto prima di raggiungere la mezza età, perché altri interessi diventano prioritari.

Per quelle che vanno avanti, perché i legami affettivi con i loro cavalli sono preponderanti, la visione del rapporto con il cavallo tende a mutare e le attività più dinamiche e avventurose perdono di interesse, a favore di attività da terra, attività sociali, di accudimento e di compagnia. 

Quando si appende la sella al chiodo si può essere certi che il proprio cavallo non avrà alcun risentimento fintantoché è preservata la relazione, la compagnia, l'attività sociale con persone e altri cavalli. 

Quindi non è il caso né di sentirsi in colpa, né di pensarlo come un fallimento, è semplicemente il cerchio della vita: da figlie e compagne di giochi, con il cavallo come bastone pastorale, a madri e tutrici, con il cavallo come animale d'affezione, figlio putativo e compagno.

La cosa più bella è fare tutto il percorso di vita con lo stesso cavallo, solo così la longevità dell'animale non è un peso, bensì un guadagno. 

Per comprenderlo basterebbe mettersi nei suoi panni. A quale donna piace essere scartata da un compagno per donne più giovani e performanti? Se si arriva a capire questo, di non fare agli altri ciò che non si desidera sia fatto a se stesse, si è più disposte a vivere l'intero arco della vita con lo stesso cavallo, accettando le limitazioni di uso e di performance, proprie e del cavallo, come un fatto naturale, non un difetto che prevede scartare o essere scartate, ma un arricchimento per approfondire la relazione, perché i risultati da raggiungere sono anche affettivi. E per una relazione profonda occorre tempo, molto tempo.

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