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Insostituibile mezzo di trasporto e strumento di lavoro nel passato, oggi compagno di sport, terapia e ricreazione, il cavallo rimane ancora in Italia un alimento.

L'impiego del cavallo anche come animale domestico, d'affezione, per sport e terapia, ha prodotto in molte persone, a partire dal dopoguerra, il pregiudizio al consumo di carne equina e favorito numerosi progetti di legge negli ultimi 10 anni, neppure mai calendarizzati per una discussione in Parlamento, per riconoscere il cavallo come animale d'affezione, alla pari di cane e gatto.

Si deve aggiungere che, a fomentare maggiormente la fobia della carne equina nel piatto, ha contribuito la cattiva abitudine di condurre al macello esemplari a fine carriera lavorativa, spesso in età avanzata, in cattivo stato nutrizionale o sfruttati per lavori pesanti o competizioni sportive, registrati all'anagrafe come non macellabili.

Questa abitudine di smaltire il cavallo nella macellazione è ovviamente di lunghissima data. Nei secoli scorsi non vi era neppure la differenza tra equino macellabile e non macellabile.

I primi accenni del legislatore per la tracciabilità animale nel piatto risalgono solo al 1928, ma è nel 1999, con la l. 526 contenente "Disposizioni per l'adempimento di obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia alle Comunità europee - legge comunitaria 1999", che vengono introdotti i primi controlli nella filiera alimentare.

Solo nel 2009, tramite DM, viene istituita un'anagrafe equidi che permette di tracciare tramite passaporto la vita intera dell’animale e quindi di ricostruirne la vita dalla nascita alla morte. Successivi provvedimenti hanno tentato di rafforzare anagrafe e tracciabilità, senza mai riuscire a sconfiggere il fenomeno della macellazione abusiva dei cavalli in Italia, quella cioè che riguarda equini registrati come non macellabili, perché fanno farmaci in vita non compatibili con la filiera alimentare umana.

Si parla di 8.000 cavalli scomparsi nel 2018 (tra furti reali e smarrimenti opportunistici), quasi tutti presumibilmente finiti nel racket della macellazione senza tracciabilità.

Contemporaneamente, si assiste a un crollo verticale dei dati statistici ufficiali della macellazione equina: da oltre 99mila soggetti macellati nel 2008 a poco più di 20mila soggetti nel 2018.

Il calo dei soggetti macellati, corrisponde però all'indebolirsi della consistenza degli allevamenti equini in Italia. La crisi economica ha decimato la possibilità degli italiani di possedere e mantenere cavalli, da cui l'ultimo censimento di Banca Dati Nazionale Sanitaria registrava nella primavera 2019 circa 187mila soggetti vivi. Meno cavalli in circolazione, meno cavalli "abbisognano" di essere smaltiti nel circuito alimentare a fine carriera.

Oggi, la carne di cavallo non gode ancora degli standard di sicurezza alimentare pari alle altre carni per impiego alimentare umano, e a testimoniarlo sono i numerosi casi di cronaca di macellazione abusiva equina, che riguardano solitamente cavalli sportivi, provenienti dai circuiti agonistici, che a fine carriera, pur essendo trascritti in anagrafe come non macellabili, terminano la loro vita al macello, in assenza di trattamenti previdenziali istituiti dai proprietari o loro enti di rappresentanza per il ricollocamento di quei cavalli che i proprietari stessi si rifiutano o non possono realmente più mantenere al termine del rendimento sportivo.

Quindi rimangono inalterate le difficoltà a fare accettare universalmente il consumo di carne equina agli italiani e possiamo aspettarci che all'insediamento di ogni nuova legislatura i rappresentanti politici di gruppi animalisti depositino un progetto di legge per il riconoscimento dell'equino "sportivo, ricreativo e terapeutico" come animale d'affezione.

L’apertura della prima macelleria equina in Italia risale al 1865, e i macellai di cavalli hanno un loro sindacato, il Gruppo Italiano Carni Equine, che raggruppa circa 900 macellerie e che cerca di promuovere una filiera di qualità partendo dal Cavallo Agricolo Italiano da tiro rapido: nato, allevato e macellato in territorio italiano attraverso precisi requisiti di allevamento e ingrasso, controlli su commercializzazione, confezionamento ed etichettatura. La zona d’origine della razza è rappresentata dalla pianura veneta, ferrarese e friulana, ma l’area di allevamento si è progressivamente estesa ad ampia fasce dell’Italia centrale e meridionale.

Normalmente, i TPR vengono allevati allo stato brado in terreni collinari e vengono macellati annualmente i puledri maschi, lasciando al pascolo le femmine che possono riprodursi e gli stalloni da morfologia, con i quali gli allevatori fanno gare di "bellezza".  Assieme ai TPR, altre razze di cavalli italiane allevate per la carne sono i bardigiani, i norici, i maremmani, i tolfetani, gli haflinger, i catria, i murgesi. A differenza dei TPR però, in queste altre razze equine vengono selezionati anche soggetti da avviare all'equitazione.

E' la Puglia a guidare il consumo di carne equina in Italia: lì si concentra il 32% del consumo nazionale e il grosso degli stabilimenti di macello e lavorazione di carne equina. 

Altre regioni in cui ancora vi è tradizione culinaria legata al cavallo sono: Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Veneto, Lazio, Sicilia e Sardegna.

Il numero di cavalli italiani che vanno al macello sono insufficienti alla domanda equina ancora espressa dal paese, per questo vengono importati cavalli dall'estero, particolarmente dall'est Europa, a terminare il loro ciclo di vita nei macelli italiani.

I dati statistici contano in 24.887 gli equini vivi importati in Italia nel 2018.

Più del numero dei cavalli ufficialmente macellati. Dati inspiegabili. Sicuramente tra gli equini importati ci sono anche soggetti sportivi regolarmente acquistati da italiani, oltre agli equini importati dall'estero per morire nelle nostre macellerie. Per lo stesso anno, il 2018, sono registrati solo 338 equini vivi in esportazione definitiva.

Dobbiamo allora pensare che in Europa i cavalli italiani sono veramente poco apprezzati, se noi ne importiamo a migliaia dall'estero ma nessuno vuole i nostri.

Oltre agli importati vivi, ci sono poi le mezzane di equini importati "morti".  Le mezzane provengono generalmente dalle Americhe (dove l'allevamento equino è fiorente ma pochi vogliono mangiare cavalli) per la lavorazione di prodotti a base di carne equina, che vanno a colmare l'esigenza italiana di questo tipo di carne. E sono 27.647 le tonnellate di carne equina fresca, refrigerata o congelata importate nel 2018 in Italia.

A nostro avviso, è sulla promozione del cavallo sportivo e ricreativo italiano, che nulla ha da invidiare ai cavalli esteri, a fini di esportazione, che dovrebbe concentrarsi il Mipaaf per il 2020, mentre Horse Angels chiede alle Dogane maggiori verifiche sullo stato di salute dei cavalli importati vivi e la loro destinazione finale in Italia.

Fonti dei dati: ISTAT e BDN.

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