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Berlinde De Bruyckere, nata a Ghent, Belgio, 1946, ha nei cavalli morti uno degli emblemi più conosciuti della sua opera. Rappresentano per l'artista la crudeltà umana e la solitudine della morte. Ha cominciato a rappresentarli così nel 1999, quando le fu commissionato un lavoro sulla Prima Guerra Mondiale. Guerra che ha lasciato a terra un'infinità di vittime innocenti. Per l'artista il lutto per quelle morti poteva essere rappresentato solo dal corpo di un cavallo, che è così grande e forte, ma indifeso di fronte alle «necessità o utilità» che portano alle barbarie commesse dagli umani.

Questa morbosa attrazione per la carne fatta a pezzi si spiega solo in parte con la sua biografia. Figlia di un padre macellaio e di una madre che aiutava il marito alla cassa del negozio, non avendo tempo per crescerla, i genitori allontanano la piccola, mandandola in un collegio di suore, dove soffrirà molto di solitudine. 

Berlinde acquisirà poi l'interesse per l'arte, che la porterà ad andare a studiare all'estero, dove s'interesserà alla trasformazione della vita in morte, in una circolarità perpetua che non conosce, per l'artista, la speranza della resurrezione.

Invece di mostrare, come sarebbe più semplice e più banale, l'orgoglio, la gloria, la dignità del lato bello, l'artista porta in scena la carneficina e la crocifissione del lato oscuro, rivelando ciò che resta quando il mondo è mostrato nella sua interezza, comprendendo in ciò la crudeltà.

I cavalli, nella fattispecie, hanno aiutato l'umanità nel corso della storia a uscire dalla povertà, organizzare i trasporti e i commerci, conquistare nuove terre, combattere i nemici. Hanno significato bellezza e potere, ma senza essere risparmiati dalla spietatezza, insensibilità, atrocia, essendo brutalmente uccisi quando la loro utilità a fini di lavoro, reddito, sport o ricreazione cessa.

Il coraggio dell'artista sta nel non mostrare i cavalli delle leggende, delle saghe, delle storie di guerra, delle vittorie. Nel non mostrare le solite immagini classiche di cavalli conquistatori, vincitori, in pose artefatte, magnificenti, a baluardo delle vanità umane.

Al contrario, l'artista mostra i cavalli che sono uccisi, quelli che finiscono al macello, quasi a denunciare il mondo per quello che è. In questo modo porta in scena una meditazione sul dolore e sul rapporto vita-morte, non rinunciando, per perbenismo o ipocrisia, a indagare e ricordare la sofferenza, che si tratti di umani o di animali.

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