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Le corse clandestine di calessi su strada non sono un fenomeno solo italiano, proprio di alcune regioni, quelle con una forte comunità rom. In linea di massima, si disputano ovunque esista la comunità degli zingari cavallari per problematiche che esulano - anche - il discorso dei cavalli vero e proprio, trattandosi di questioni di integrazione che generano, tra le altre cose, una propensione a quella che è definita "piccola devianza" (propensione a reati minori, dei quali le corse clandestine di cavalli sono solo uno degli aspetti).

Queste comunità, che vivono con regole interne che possono differire dalle consuetudini della comunità dominante in cui sono inserite, l'ippodromo tradizionalmente se lo fanno "itinerante", occupando di volta in volta il suolo pubblico, le strade, per le loro corse con cavalli con scommesse. 

Ogni settimana queste comunità, ove vivono, organizzano i loro sport, che si svolgono fuori dai "circuiti ufficiali". Per quanto riguarda le corse di cavalli, esse si svolgeranno su strade aperte.  E attireranno centinaia di persone, particolarmente della comunità rom, che andranno a guardare/scommettere. Le associazioni animaliste reagiranno sempre sostenendo che tali corse siano illegali e mettano in pericolo sia i cavalli che potenzialmente altri utenti stradali.

L'atteggiamento ambiguo delle autorità

Non sempre le autorità sono ligie nel voler reprimere questo che è un problema culturale e di integrazione, prima ancora che un problema di pericolo pubblico. Il fatto che possa costituire maltrattamento per i cavalli, non spinge affatto le autorità a volersene interessare più di tanto. Primo, perché va provata la sofferenza degli animali e secondo, perché tale situazione riflette le caratteristiche del sistema giudiziario italiano, basato sulla punizione di certe pratiche ma senza risorse rieducative (progetti di inclusione sociale e recupero che possano far cambiare determinate tradizioni). In pratica per le autorità non serve a nulla reprimere, in quanto quelle persone sono refrattarie di base alle leggi italiane e continueranno esattamente come prima dopo i tentati interventi di giustizia. 

Alcuni studiosi ritengono che il giustificazionismo culturale della devianza dei rom sia la causa principale della deresponsabilizzazione degli operatori della giustizia e dei servizi sociali, mentre l'incidenza dei reati (tra i quali furto, ricettazione, spaccio, corse e scommesse clandestine in genere, evasione fiscale etc...) andrebbero considerati come un fenomeno fisiologico per una comunità che tende ad essere esclusa. In quanto fattore endemico, gli andrebbero corrisposti strumenti socio assistenziali calibrati sulle caratteristiche specifiche di marginalità sociale ed economica proprie di quei clan. In pratica, se non si agisce sull'educazione dei giovani, con la prevenzione... a nulla possono servire gli interventi tardivi. Si andrà a formare solo una classe di pregiudicati e recidivi. 

Insomma, in questo contesto le corse dei cavalli su strada sarebbero il meno, da qui la mancata diligenza nel prevenirle o correggerle. 

L'opposizione

Ma non tutti sarebbero d'accordo. Alcune associazioni animaliste, specialmente quelle dedicate alla tutela degli equini e altri utenti del mondo del cavallo, che non appartengono alla comunità rom, e che sono tenuti al rispetto di regole e norme, statali o proprie dei circuiti sportivi, si sentono oltraggiati dal fatto che la polizia non intervenga nel fermare le corse clandestine di cavalli su strada. E' comunque assai difficile sensibilizzare i membri dei clan di zingari cavallari. Essi costituiscono "uno stato nello stato", con regole proprie e un diverso metro di riferimento di giustizia, sul quale poco possono incidere gli strumenti consuetudinari di giustizia italiana. 

Gli oppositori si appellano al fatto che scientificamente è stato provato che la natura stessa del fondo stradale, cementificato, può compromettere il benessere delle articolazioni dei cavalli, se lanciati in corsa.

L'ipotesi di maltrattamento di cavalli, che ne deriva, è difficile che alla comunità rom cavallara interessi, visto il loro stile di vita complessivo. La comunità rom cavallara vive anche di commercio di cavalli e ha una tradizione culinaria nel cibarsene. Questa è la loro tradizione, che vogliono preservare. Se un cavallo si fa male, lo macellano. Ne macellerebbero comunque di cavalli, visto che l'equino fa parte della loro alimentazione abituale, dunque macellarne uno infortunato può apparire più logico che macellarne uno sano, dal loro punto di vista. Si parla di tradizioni secolari di comunità scarsamente integrate nelle realtà ove sono inserite e dunque tradizioni assai complesse da superare. Se loro non sentono il bisogno, internamente, di evolvere quelle consuetudini, poco può fare il resto della comunità per spingere in tal senso, se non partire dall'educazione primaria dei giovani, posto che sia loro concesso di integrarsi nel resto della società attraverso il percorso scolastico.

Inoltre, nulla può loro vietare di usare le strade pubbliche con i calessi. O le strade pubbliche vengono vietate a tutti i cavalli o è difficile fare norme "razziali" che vietino solo a particolari etnie di usare le strade pubbliche con cavalli e calessi al fine di prevenire le corse illegali su strada, cui partecipano e scommettono, in ogni caso, quasi esclusivamente persone della stessa comunità rom.

Eppure, tutto ciò incoraggia il gioco d'azzardo illegale. Esistono gli ippodromi e le piste private di allenamento per le corse con i calessi, se questo è uno sport irrinunciabile per loro. Ma non è così semplice. Laddove hanno cercato di integrarsi negli ippodromi ufficiali hanno portato con sé tutta una serie di problemi, ivi inclusi la difficoltà ad adattarsi alle regole dettate dal circuito e la volontà di fare degli ippodromi una loro appendice, con norme non scritte dettate dai capi clan.

Le ippomafie

Esistono clan specializzati in reati con cavalli che noi chiamiamo le ippomafie. Convenzionalmente si tratta di cavallari che se ne infischiano del DPA/NON DPA (etichettatura del cavallo come macellabile o non macellabile), di quali farmaci possono o non possono essere somministrati, dei tempi di sospensione per la salubrità delle carni, per non parlare della possibilità che le corse siano truccate, sia come doping che come determinazione aprioristica di chi debba vincere. Queste ippomafie, tra le altre cose, si occupano di fare attività di "spazzinaggio" dei cavalli indesiderati. Hanno i propri macelli affiliati, i propri mezzi di trasporto, una rete di cooperazione che attraversa tutta la penisola. E tendono a correre anche negli ippodromi legali portando, alle volte, non pochi problemi.

Certo, la responsabilità di alcune illeceità che di volta in volta la cronaca ha portato alla luce nel mondo dell'ippica ufficiale (non da ultimo la chiusura dell'Ippodromo di Palermo per la possibilità di corse pilotate da clan mafiosi, vedesi Link) non può essere imputata solo alla comunità rom, ma è storia come parte della crisi dell'ippica italiana sia dovuta a infiltrazioni di gruppi di etnia rom, refrattari all'accettazione delle regole e di come ciò abbia contribuito, nel tempo, ad allontanare il bel mondo, i ben pensanti, gli sponsor privati e, in generale, a fomentare pregiudizi difficili poi da combattere, tanto che è stato coniato un detto, "darsi all'ippica", che in certa accezione popolare è diventato equivalente a un degrado del proprio status sociale.

Il ruolo dell'ippica ufficiale e il problema dell'esubero dei cavalli a fine carriera

Il punto è che qualsiasi tentativo di "buttare fuori" questi clan dagli ippodromi li versa sulle strade, "nel mondo segreto del trotto", dove comunque finiscono per fare danni al prestigio dell'ippica, perché ci sarà sempre chi punterà il dito sul resto della filiera, parlando di consenso passivo, che si realizza consegnando i cavalli a fine carriera a questi clan di zingari cavallari che corrono su strada, che sono poi pressapoco gli unici interessati a riciclare quei cavalli quando diventano in esubero. Quali alternative? La macellazione di cavalli che prima facevano agonismo, senza "leggi" che agevolino a questo destino, toccando punti focali come il periodo di sospensione dai farmaci utilizzati comunemente nell'agonismo, per la salubrità delle carni e dunque la tutela dei consumatori, è stato finora un argomento ostico se non tossico da affrontare. Comunque, a tale regolamentazione sembra ora che l'Unione Europea ci voglia mettere mano entro il 2019, e non solo per salvare l'ippica, ma per trasformare in reddito - in qualche modo legalmente - tutti i cavalli in esubero da qualsiasi impiego, vedesi questo link.

Si tratta di una situazione dove apparentemente non ci sono soluzioni prét-a-porter, ma solo una convivenza difficile e un'implosione dalla quale pare non semplice uscire, che richiederebbe una riforma strutturale che in questi ultimi anni occupa anche lo spazio della cronaca con le lotte intestine su chi debba gestire il futuro dell'ippica italiana, che è entrata nell'ultimo decennio in un tunnel di crisi assai grave, dove a candidarsi per dettare le nuove regole - tutte ancora da costruire - e gestire il comparto così riformato sono varie fazioni, dagli appoggi i più diversi, mentro lo stato sembra voler dare forfait, incapace di riforme credibili, rinunciando così all'ipotesi che ci possa essere un'educazione primaria che porti nel tempo a un'integrazione positiva tra l'attuale mondo segreto del trotto e l'ippica ufficiale. 

Origini ed evoluzioni degli zingari cavallari

Le origini degli zingari sono tutt'altro che note. Vi sono diverse ipotesi difficili da verificare, poiché questo popolo ha una tradizione orale più che scritta e molti dei racconti sono leggendari più che storici. Per quanto riguarda gli zingari che vivono in Italia, li si fa discendere principalmente da due etnie, i rom e i sinti, che si portano dietro una tradizione di allevamento e di commercio di bestiame, giostre, circhi, mercati delle pulci e similari.  Alcuni clan di zingari nel tempo si sono arricchiti e hanno acquisito potere anche sulle persone estranee alla loro etnia, cioè la comunità intera, ma per poterlo fare hanno dovuto far ricorso ad attività criminali tipiche dell'ndragheta e della camorra, emulandone il modus operandi.  Il clan dei Casamonica, in origine zingari cavallari, insediati nel Lazio, è l'esempio forse più noto, negli ultimi anni, di quanto gli zingari possano aver fatto fortuna tanto da controllare la politica (caso Mafia Capitale). E sono ancora, attualmente, proprietari di cavalli, quasi a significare che è difficile rinunciare alle proprie origini. 

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