Traduci

Italian Afrikaans Albanian Arabic Armenian Azerbaijani Basque Belarusian Bulgarian Catalan Chinese (Simplified) Croatian Czech Danish Dutch English Estonian Filipino Finnish French Galician Georgian German Greek Haitian Creole Hebrew Hindi Hungarian Icelandic Indonesian Irish Japanese Korean Lithuanian Norwegian Persian Polish Portuguese Romanian Russian Serbian Slovak Slovenian Spanish Swahili Swedish Thai Turkish Ukrainian Welsh Yiddish

Si chiama ippomafia e fa circolare parecchi soldi tra corse, indotto e macellazioni abusive.

Nata da branchie della criminalità organizzata che avevano già il cavallo nel sangue, gli zingari cavallari per esempio, ha compreso subito come infiltrare l'ippica, in certe zone d'Italia in modo particolare, per generare profitti facili, lavare denaro sporco, darsi un tono.  E si è trovata nella posizione - specialmente in zone a rischio - di poter truccare le corse, drogare i cavalli, convincere chi non ci stava attraverso pressioni di stampo criminale per averla vinta e determinare di volta in volta chi dovesse essere il vincitore.

Quali le possibilità di contrasto effettivo? In parte a loro si deve la crisi, morale ancora prima che economica, dell'ippica italiana che si è trovata incapace ad epurare dall'interno il male della piovra che la stava divorando, facendone perdere il prestigio, l'affezione del pubblico, dunque il giro di scommesse (legali). Il resto è storia.

Certo, le ippomafie non si occupano solo di cavalli da corsa da riciclare. Hanno una rete di "smaltimento" che attraversa tutta la penisola e prelevano tutti quei cavalli, specialmente quelli registrati come non macellabili, che sono diventati un problema, perché mantenerli costa, ai proprietari non interessa farlo, reintrodurli per altre attività di tipo equestre non è semplice, trovare chi voglia rilevarli come animali da compagnia sempre più difficile in tempi di crisi. Ecco allora che ci sono gli "spazzini". D'ippodromo in ippodromo, di maneggio in maneggio, di stalla in stalla. Ovunque ci siano cavalli in esubero che, convertiti in carne, attraverso i macelli affiliati, quelli che non guardano troppo in faccia al cavallo, e ancora meno danno peso al suo passaporto, possano rendere denaro facile.

Se, prima di finire al macello, il cavallo può correre, finisce su strada.

Le corse su strada hanno un loro copione, si svolgono di solito alla domenica, alle prime ore del mattino, perché ci siano meno possibiità di segnalazioni alle autorità. Le convocazioni vengono fatte con sms, le strade vengono bloccate da vedette, si fanno correre due o tre cavalli per volta, ma anche un cavallo solo contro cronometro. La cronaca ha evidenziato financo corse pseudo-legittimate, inserite in tradizionali feste religione in onore dei santi e non sono mancate corse su strada fatte in piena luce del giorno, autorizzate da Sindaci, evidentemente ignari o menefreghisti della tipologia di reato e con tanto di premiazione ufficiale finale. Con l'Ordinanza che vieta le manifestazioni con equidi fuori dai circuiti ufficiali (dal 2011), la corsa di cavalli su strada autorizzata o "benedetta" è stata arginata, ma non così per le corse clandestine che, per altro, in alcune località si continuano a disputare tranquillamente per le vie del paese (vedesi Catania), con un pubblico ad applaudire, come se nulla fosse. 

I cavalli impiegati in queste attività stabulano in stalle più che altro abusive, dove spesso non ci sono i benché minimi criteri di benessere animale. Stalle come garage, prive di acqua corrente, di sufficiente luce e circolazione d'aria, di spazio in cui i cavalli possano muoversi agevolmente, di aree di sgambamento. I sequestri hanno messo in luce come, in siffatte stalle, sia frequente trovare sostanze illecite utilizzate ai fini di aumentare le prestazioni dei cavalli: antinfiammatori, stimolanti, broncodilatatori, sostanze agenti sul sistema nervoso centrale, sostanze miorilassanti e tranquillanti e altre sostanze non specificate, somministrate più che altro per auto prescrizione e da persone del tutto ignoranti, e indifferenti, non solo del benessere animale, ma anche dei pericoli per la salute quando poi i cavalli finiscono nel circuito alimentare umano.

La criminalità organizzata usa queste competizioni non solo per fare soldi illeciti, ma anche come strumento di controllo del territorio, per avvicinare nuova manovalanza, adolescenti privi di prospettive alettanti di lavoro, che abbandonano la scuola per iniziare ad allenare i cavalli, attraverso i quali possono ottenere denari facili, rispetto ad un lavoro ottenuto attraverso lo studio o una gavetta professionale. E' così che il fenomeno delle corse clandestine di cavalli ha più probabilità di diffondersi nei quartieri di periferia più poveri e nelle zone di Italia più a rischio di contaminazione delle mafie.

Perché il contrasto è difficile o insufficiente? Le autorità italiane si sono dimenticate di istituire un regime di circolazione dei cavalli quando hanno creato l'anagrafe degli equidi. Chissà perché, svista o altro?!?!

Inoltre, grazie all'assenza di norme specifiche a tutela del cavallo, che rendano inelluttabile il riconoscimento del maltrattamento, diventa giuridicamente più difficile provarlo, soprattutto perché, neanche a farlo apposta, i processi sono lunghi, il maltrattamento non è nulla di più che un reato minore nell'ordinamento italiano, la prescrizione è dietro l'angolo, il che significa che non c'è alcuna certezza della pena. Viene allora punito solo l'organizzatore con un'ammenda neppure troppo significativa, che spesso viene stilata a persone dichiarate nullatenenti (e dunque di fatto inesigibile).  

Il codice della strada non vieta la circolazione di calessi da corsa, piuttosto che di cavalli da corsa montati a sella, né prevede, dunque vieta, la tipologia specifica di allenamento su strada,  con tutto quello che questo significa per il cavallo e per la circolazione stradale. Quindi, qualora le autorità si trovino davanti ad un cavallo che viene allenato per strada, se non c'è pericolo evidente per l'integrità fisica dell'animale, può non essere prevista alcuna sanzione. Se la corsa tra più cavalli risulta "organizzata" perché è possibile rilevare la presenza di pubblico, di incitatori, di vedette a bloccare il traffico, di broker a riscuotere scommesse, diventa un reato più rilevante il danno all'erario che il maltrattamento animale, il quale ultimo va provato in un tribunale, nel corso di processi spesso lunghi, dove il reato di maltrattamento, nel nostro ordinamento considerato tra i reati minori, si prescrive in 7 anni e rischia dunque di non arrivare mai a punizione. Per avere la certezza della pena, il reato di maltrattamento andrebbe scorporato da tutto il resto e gli andrebbe dato un percorso più rapido, avvallato da precisa normativa che profili, in modo ineluttabile, cosa sia il maltrattamento equino, lasciando poco spazio all'interpretazione discrezionale. 

Le lacune nel regime sono un caso o piuttosto il frutto di una sorta di condono a monte a non procedere efficacemente, cioè a non contrastare con fermezza, questo tipo di reati? Dopotutto basterebbe poco per legittimare un contrasto adeguato, istituire finalmente il regime di circolazione dei cavalli, che rafforzerebbe l'anagrafe equidi e renderebbe oggettivamente più difficile non punire immediatamente tutta una serie di reati e più facile dunque segnalare con certezza della pena. 

Iscrizione alla newsletter Horse Angels

Grazie per l'adesione|

Dona online

Considera di sostenerci!

Offerta libera:
 EUR

Sei arrivato fino a qui, perché non sostenere il network?

Pubblica il tuo manoscritto con Horse Angels!

Partecipa al concorso letterario annuale