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I cavalli sono molto più che sport, non solo per la vastità di impieghi, ma per ciò che di inorganico imbrigliano come simboli di gerarchie sociali e lotte di classe.

Gli impieghi dei cavalli, lungi da essere espressione di mero gusto personale, sono influenzati grandemente dalle strutture di identità di classe e dalle ambizioni di salto interclasse delle persone che frequentano il mondo del cavallo.

I cavalli in questo senso sono concettualizzati e usati come simboli per l'appartenenza a enclave sociali ed economiche, dove il rapporto con l'animale, e lo sport condotto con esso, possono essere interpretati come sottoprodotti dell'affiliazione alla classe sociale di appartenenza o di rappresentanza. 

Questo non è vero solo oggi, ma lo è sempre stato storicamente, contrapponendo due accezioni del cavallo. 

  • Il cavallo come espressione di ricchezza e dominio, che attira l'attenzione su chi ci sta sopra, il dominatore
  • Il cavallo come espressione del popolo, che attira l'attenzione a ciò che sta sotto, il dominato

C'è quindi sempre stato chi con i cavalli si dedicava ad attività "da ricchi", e chi invece con il cavallo si dedicava ad attività "popolari". E quindi:

  • i cavalli da soldi
  • i cavalli del popolo

Oggi come ieri queste gerarchie socio economiche, di razza e di classe, sono riprodotte all'interno del mondo del cavallo, che lungi dall'essere unito, un popolo e un cuore che battono all'unisono e nella stessa direzione, è un bacino di interessi diversificati e conflittuali.

La classe socio economica svolge un ruolo centrale nelle relazioni umano-cavallo contemporanee.

Quello che si evidenzia nelle scelte sui cavalli è il mantenimento e la promozione di gerarchie basate su classe, razza, etnia e genere, il tutto mescolato a mercificazione del cavallo e sua performance, come la redditività del suo proprietario.  

La ricchezza e il potere economico si esprimono meglio in alcune discipline equestri piuttosto che altre, così come l'assenza di potere economico se non si esprime in alcune scelte, le forza.

Chi vuole esprimere ricchezza e potere sceglie solitamente, almeno in Europa, il salto ostacoli, piuttosto che il completo o il dressage, e lo fa collegandolo a un percorso definito di concorsi, con un abbigliamento specifico non strettamente necessario ma assai costoso, e tutto un entourage di servizi diretti a definire il potere di spesa. Costoro definiscono in modo dispregiativo "cavallari" tutti gli altri, ovvero coloro che non hanno le stesse possibilità economiche per quel circuito, e magari si orientano su discipline meno costose da sostenere, come l'equitazione di campagna.

Dall'altra parte, chi non ha il potere economico - o chi ha maggiore interesse nel sociale - cerca la sua rivendicazione ponendosi all'avanguardia nella gestione naturale e nella proposizione di un nuovo approccio al cavallo che lo rende meno oggetto di dimostrazione del potere economico, e più soggetto con cui condividere una vita non necessariamente improntata alla dimostrazione di potere di spesa attraverso la competizione, mostrando quell'empatia verso il cavallo che lo riconosce come espressione del popolo, dell'oppresso o del ferito: io e te uguali, io e te solitamente vittime del sistema, salvare per essere salvati. Tutto questo è ben visibile anche a livello internazionale nel movimento per salvare i cavalli bradi, icone di libertà, inutili perché non producono alcun reddito per il mondo capitalista, e per questo ancora più preziosi come simbolo del popolo e dei vinti, fuori dal ciclo di produzione.

Le linee di divisione intorno al mondo del cavallo si esprimono anche attraverso il genere, con le femmine che dominano numericamente la base dell'equitazione, anche se ai più alti livelli professionali, gli uomini costituiscono una maggioranza dei concorrenti.

Tutto questo a riproporre sempre il solito modello sociale, capitalista e maschilista, che ha contraddistinto la storia contemporanea, benché oggi in crisi di consenso, per via della globalizzazione, che sta spostando le ricchezze e le sta accentrando.

La stratificazione del mondo del cavallo per razze è un altra enclave fondamentale. I partecipanti alla cultura equestre sono in gran parte bianchi, di origine europee, con lavoratori di base, addetti ai lavori più umili di scuderia, che sono spesso di colore, extracomunitari, o provenienti dai ceti sociali più disagiati dell'est Europa quando non dell'India, dove sono esponenti di quelle caste addette all'allevamento di base del bestiame.

Il livello di potere di spesa è un fattore che influenza la partecipazione allo sport sin dalle prime battute, con maneggi per ricchi e maneggi per meno ricchi. I cavalli vengono acquistati, venduti e affittati come proprietà privata dipendente dal livello di reddito. Cavalli e pony che competono nel circuito "A" costano decine o centinaia di migliaia di euro per l'acquisto, e appartengono a razze particolari, sono cavalli con pedigree, perché devono dimostrare ai proprietari la loro superiorità genetica e giustificare il prezzo. 

Sono cavalli dispendiosi da mantenere, da educare, da addestrare, e si contrappongono ai cavalli rustici, che i ceti sociali più abbienti deliberatamente sminuiscono chiamandoli "ronzini", quindi di valore inferiore, riproponendo stratificazioni sociali antiche, dove la casta è data dallo status di nascita, non dal merito. 

Le persone ricche che possiedono "i cavalli da soldi" spesso non sono in grado di fare nulla da sole. Abbisognano di operatori specifici che pagano per l'equitazione, l'istruzione, la formazione, la stabulazione e la gestione ordinaria dei cavalli,  inclusa la gestione straordinaria, quella che segue gli eventi legati a far carriera a cavallo, distinguendosi nelle competizioni. Per scuderie, trainers, operatori professionali di fama, i proprietari sono disposti a spendere fortune, pagando mediamente molto poco chi sta alla base del sistema e magari si occupa di pulire le stalle, addetti che spesso sono poco più che schiavi, neppure regolarizzati con contratti di lavoro a tempo indeterminato e pagamento dei contributi previdenziali.

L'indotto che gira attorno ai proprietari abbienti fa girare un'ampia gamma di relazioni economiche e sociali che richiedono una certa forma, anche estetica, e definiscono il tipo di esperienza culturale annessa, identificando uno stile di vita, dei gusti e delle preferenze che sono gerarchicamente costruiti, diffusi, incarnati, ma più che altro consumati, perché alla fine si tratta di un prodotto.

Questo tipo di equitazione è appannaggio dei ricchi. Proibitiva per le persone delle classi sociali meno abbienti. Vi può essere però tutto un entourage di persone che aspirano a questo stile di vita e fanno da contorno a loro modo a questo sistema, occupando caselle lavorative di offerta di prodotti e servizi, o facendo da pubblico.

I battitori di mano a comando servono per il circuito luxury, che è anche un circuito di vanità fini a se stesse. E sono formati da coloro con meno soldi ma volontà, attraverso molti sacrifici, di partecipare, magari a margine con circuiti costruiti a somiglianza per persone meno ricche e che si accontentano di far parte, di partecipare da comparse, di girare intorno al bel mondo dei cavalli da soldi, di conoscere chi conta, sperando attraverso favori e relazioni di poter essere "incluso" o comunque di  assorbire parte di quel prestigio che li attrae.

Nel complesso, la cultura equestre convenzionale, quella degli sport equestri e oggi anche della monta americana da spettacolo, è numericamente dominata dai ricchi, ma non è esclusivamente il dominio della classe superiore, perché per far funzionare la macchina, occorrono molti attori sociali.

La politica di classe della cultura equestre si manifesta nella creazione di un'economia simbolica in cui vengono indossati i distintivi di privilegio. I cavalli sono una parte fondamentale di questa economia di icone di ricchezza in vari modi. Innanzi tutto, il numero di cavalli che possiede qualcuno è un modo per dimostrare la ricchezza e la posizione di classe. Ovviamente anche la tipologia di cavallo ha il suo peso.

Spesso, a questi cavalli oggetto, simbolo di denaro, vengano negati i più elementari bisogni di specie, come il pascolo, il contatto con i loro simili. I soldi non sono necessariamente sinonimo di felicità, né per cavalli né per persone, ma soprattutto per i cavalli, visto che non sono padroni delle proprie vite e delle scelte connesse ad esse. D'altra parte, il cavallo rappresenta il subalterno che deve soddisfare i bisogni, anche del tutto infondamentali, ovvero di materialità, status, sfoggio di ricchezza e potere, di chi ci sta sopra.

Questo settore luxury del cavallo ha pochi contatti e relazioni con altre enclave del cavallo.

Esiste infatti l'altro mondo dei cavalli, quello fatto dalle persone comuni che per scelta o per necessità con gli sport equestri convenzionali non ha nulla a che fare. I cavalli "popolari" sono normalmente più rustici, non hanno bisogno di genealogia per essere apprezzati, costano assai meno, sono gestiti e impiegati diversamente rispetto ai cavalli da soldi.

I proprietari, salvo l'eventuale istruttore di equitazione, e gli operatori per le cure di base, sono più autonomi nella gestione dei loro cavalli. I maneggi di cui si servono offrono meno servizi. C'è bisogno di meno entourage per giustificare il mantenimento del cavallo. Si può montare a cavallo anche in jeans e scarpe da tennis. Non necessarimente i cavalli di questo circuito popolare se la passano peggio, anzi, spesso meglio. Godono di maggiore libertà, più spazi verdi, più possibilità di passare il tempo con i propri simili e meno stress da gara, giacché i proprietari non possono permettersi di competere spostandosi qua e là per la ricerca di eventi con cavalli in cui "brillare".

Il circuito popolare dei cavalli non definisce gli ammiratori o sostenitori del circuito luxury dei cavalli, anzi, magari i detrattori di tale circuito. E' nel circuito popolare dei cavalli che si reinvengono la maggior parte delle avanguardie culturali e intellettuali che movimentano con proposte, innovazioni, tutele strutturali, il mondo culturale del cavallo. 

Sono tante le discipline che è possibile praticare con i cavalli al di fuori del circuito luxury e sono queste che costituiscono la base dell'equitazione. Certo, lungi da essere l'equitazione popolare il "paradiso perduto" dell'innocenza, visto che i problemi - incluso di maltrattamento di cavalli - si manifestano anche tra i non ricchi a cavallo.

Preso nel complesso il mondo del cavallo è diviso, non ha unità di valori, di intenti, di politiche e di narrative. Quello che prevale al suo interno è una rappresentazione del cavallo che ricalca la lotta di classe, dove ciascuno rivendica i suoi interessi, anche di riconoscimento ai fini di apprezzamento sociale.

In tutto questo, è più facile identificare il cavallo con la classe degli oppressi, come del resto è sempre stato. E chi utilizza il cavallo a fini di dimostrazione di potere e ricchezza come lo sfruttatore, che pretende di starci sopra e ammansire il cavallo con un armamentario degno del sadico collezionista. Tra doppie redini, morsi severi, martingale, redini di ritorno, fruste e speroni, sembra che quello che si mette in scena è il dominio grazie alla forza, non grazie alla relazione e collaborazione volontaristica, che è imprescindibile dalla reciprocità, dare per ricevere, concetto proprio della giustizia sociale. 

Sopra, sotto o a fianco dei cavalli non sono terminologie innocenti e definiscono oggi tante lotte di classe che si vedono nel "mondo del cavallo".

C'è chi rivendica la liberalizzazione del cavallo, la sua gestione naturale (che guarda a caso è più economica), un mondo di discipline adatte anche a portafogli non particolarmente ricchi, il cavallo come terapeuta, soggetto empatico adatto all'inclusione di minoranze, disadattati, ma anche di maggioranze impoverite e intristite da questo, e chi rivendica il diritto di continuare a vivere il cavallo secondo una tradizione "monarchica", il cavallo dei re e delle regine, e tutti gli altri a guardare e ad applaudire. Senza dimenticare quei lavoratori che al cavallo stanno sotto, spesso anche come dignità, extracomunitari trattati come schiavi nel mondo del cavallo, dove nessuno rivendica il loro diritto alla pensione, a un numero definito di ore di lavoro, al giorno libero, a un trattamento etico, alla previdenza e assicurazione. Tutti concetti di fatto rivendicati per i cavalli dei ricchi caduti in disuso, ma non per chi deve pulire le deiezioni dei cavalli ogni giorno.

In questo contesto, parlare di gente di cavalli, come se si trattasse di un popolo unito concettualmente, è del tutto improprio. 

I cavalli sono una delle fonti simboliche delle più antiche stratificazioni sociali degli umani

L'associazione tra cavalli e ricchezza è stata codificata per millenni. I cavalli sono stati usati per celebrare le gerarchie del potere, le cui disuguaglianze di ricchezza sono la variabile principale di divisione sociale.

In questo senso, il cavallo non può essere visto come animale di inclusione, integrazione sociale e razziale, al suo contrario, persiste il simbolismo del cavallo come connaturante la diseguaglianza sociale ed economica.

Se non fosse che pionieri della giustizia sociale sono stati storicamente paladini a cavallo, da personaggi immaginari, come Don Chisciotte, a personaggi realmente esistiti, come Pancho Villa, sembrerebbe impossibile poter rivendicare il cavallo come espressione del popolo e di giustizia sociale.

Ma già Karl Marx ammoniva che "il padrone compra gli schiavi come compra i cavalli", ponendo una fattiva analogia del ruolo dei soccombenti con il ruolo dei cavalli e aprendo la strada alla rivendicazione dei "cavalli" di liberarsi da chi sta loro sopra con troppo peso.

l cavallo capitalista e il carro socialista

La nostra società sta vivendo un'estrema polarizzazione ideologica e un abbandono di filosofie morali sociali che serve solo i padroni, dove il cavallo sta tornando a rappresentare quell'1% di ricchezza in poche mani, perché continuando così, solo quella è la percentuale di persone che si potranno permettere il cavallo e lo vivranno come ostentazione di ricchezza e potere, come fonte di esclusione e non di inclusione.

Possiamo però prendere esempio dai cavalli e dalla loro comunità più giusta, rispetto a quella eretta dagli uomini, riassumendo i principi sociali dell'organizzazione comunitaria dei cavalli, con quelli di filosofia politica socialista espressi da John Locke:

1. Non prendere più del necessario.
2. Non sprecare ciò che si prende.
3. Lasciare abbastanza per gli altri.

Mentre oggi prevale il clima di paura e odio, perché la percezione più diffusa è quella che non ci sia abbastanza per soddisfare tutti, per dare a tutti un lavoro, perché l'ideologia della crescita infinita è terminata e si vive nell'incubo della scarsità, che provoca quel risentimento, invidia, odio, che poi va spesso a peggiorare la posizione dei più deboli, per cui gli emigranti sembra che siano diventati il nemico, ci si dimentica che l'unico modo per creare giustizia sociale è rispondere a dei principi di filosofia morale, darsi dei limiti: secondo reale bisogno, in assenza di spreco e con un occhio verso la sostenibilità. 

Certo, non ci si può preoccupare dei bisogni superiori se la pancia non è prima soddisfatta. I bisogni fondamentali sono rilevanti per la dignità umana minima.

In una società dove il cavallo rappresenta solo l'1% della popolazione è chiaro che non c'è giustizia sociale e che agli occhi di chi sta sotto non è giustificata l'esistenza di coloro che possiedono e guadagnano tutto, sprecano tutto, vivono in modo insostenibile, a danno degli altri, rubando loro il minino che gli spetterebbe di diritto e senza alcuna meritocrazia. 

Il cavallo dell'1%

Questo è un concetto che si riferisce in filosofia politica all'1%delle persone più ricche della società che hanno una quota sproporzionata di capitale, influenza politica e mezzi di produzione. E' il cavallo da show.

Fin dall'antichità il carretto trascinato dal cavallo rappresenta il popolo, quel 99% sul cui lavoro si basa la società.

Il cavallo dei giusti (i poveri) può portare avanti la società, ma solo se il peso non è troppo. Se sono eccessive le tasse, gli oneri normativi, la burocrazia eccede sulla giustizia e serve solo a portare avanti i già privilegiati, non creando occasioni di ricambio sociale e meritocrazia, allora il cavallo non può portare avanti il carro e il carro senza cavallo non è in grado di andare da nessuna parte.

Per questo la forza trainante è il cavallo, cioè il popolo, e chiunque abbia a cuore la società dove rivendicare che il cavallo non sia appannaggio solo di quell'1% di popolazione. Rivendicare il cavallo non significa voler fare le stesse cose che ci farebbero i ricchi con il cavallo, scimmiottandone vizi e agi.

Stiamo sempre parlando di simbolismo sociale, ma chi ci tiene alla giustizia, avrebbe più caro a liberarlo il cavallo dal fardello del carro, che a montargli in groppa per fargli portare ulteriore peso. 

Nessuna rivoluzione sociale ha veramente modo di avverarsi se chi sale sul carro finisce per ripetere le stesse gesta di chi li ha preceduti, pensando solo all'arricchimento personale e a emulare i ricchi di nascita nei loro hobby e caricature sociali di ricchezza. 

Se il popolo che rivendica i diritti minimi è un cavallo selvaggio, in senso iconico, occorre che non si lasci domare facilmente, e che rifiuti false profferte di inclusione, ovvero entrare nel rettangolo predisposto, sì, ma solo per farsi macellare.

Tutti coloro che non fanno parte dell'1% sono carne da macello, non solo i cavalli. Ma si può sfruttare il potere delle sfide aperte e della conoscenza dell'innovazione sociale al fine di accelerare il tasso di cambiamento per problemi sociali critici.

Il cavallo al popolo e il popolo dei cavalli

Noi siamo il 99% è lo slogan di un movimento che rivendica che la maggioranza stia pagando il prezzo per gli errori di una minoranza all'interno della classe superiore, quella che può permettersi i cavalli da soldi e che si autocompiace del proprio egoismo, sbeffeggiando tutti gli altri tacciandoli come cavallari e ronzinanti, merce avariata. Vorrebbero anche che li applaudissimo? 

Viviamo in una società dove il cavallo sta tornando ad essere appannaggio dell'1% e mai "la gente di cavalli" negli ultimi decenni è stata così divisa al suo interno, tra chi il cavallo non ce l'ha più, perché non si può più permettere di mantenerlo, e chi continua a chiosare la propria beltà a cavallo, pretendendo anche l'approvazione di chi è stato privato del tutto del cavallo e vagheggiando progetti di inclusione che sono come voler curare la setticemia con il cerotto, in quanto a valenza sociale strutturale su larga scala, perché giustizia sociale non può essere ricondotta a fare l'elemosina, ritornando a vecchi schemi mediovali dove i ricchi gettavano monetine ai poveri per farli stare buoni. Giustizia sociale significa cambiare strutturalmente la società perché non sia l'1% a cavallo contro il 99% a piedi.

Speriamo che le cose possano cambiare. Nel frattempo, se siete gente di cavalli, e appartenete a quelli che sono già rimasti a piedi, o rischiano di non potersi più permettere di mantenere neppure il cavallo da passeggiata, o potete permettervi più cavalli ma ci tenete alla giustizia sociale, rivendicate la vostra meritocrazia, liberando il cavallo dai troppi fardelli che gli ingiusti vogliono mettergli sopra: gestione naturale, horsemanship, cavallo scalzo, biteless, stalla attiva, etologia e tutto quanto è affine, sono state innovazioni sociali di chi aveva cuore per i cavalli, più che il portafoglio ingombrante per essi.

L'innovazione sociale, per portare maggiore giustizia, è possibile, nel mondo del cavallo è già visibile ed è qualcosa di cui essere orgogliosi.

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