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Sad reality facebook drawing

I cavalli sono molto più che sport, non solo per la vastità di impieghi, ma per ciò che di inorganico imbrigliano come simboli di gerarchie sociali e lotte di classe.

Gli impieghi dei cavalli, lungi da essere espressione di mero gusto personale, sono influenzati grandemente dalle strutture di identità di classe e dalle ambizioni di salto interclasse delle persone che frequentano il mondo del cavallo.

I cavalli in questo senso sono concettualizzati e usati come simboli per l'appartenenza a enclave sociali ed economiche, dove il rapporto con l'animale, e lo sport condotto con esso, possono essere interpretati come sottoprodotti dell'affiliazione alla classe sociale di appartenenza o di rappresentanza. 

Questo non è vero solo oggi, ma lo è sempre stato storicamente, contrapponendo due accezioni del cavallo. 

  • Il cavallo come espressione di ricchezza e dominio, che attira l'attenzione su chi ci sta sopra, il dominatore
  • Il cavallo come espressione del popolo, che attira l'attenzione a ciò che sta sotto, il dominato

C'è quindi sempre stato chi con i cavalli si dedicava ad attività "da ricchi", e chi invece con il cavallo si dedicava ad attività "popolari". E quindi:

  • i cavalli da soldi
  • i cavalli del popolo

Oggi come ieri queste gerarchie socio economiche, di razza e di classe, sono riprodotte all'interno del mondo del cavallo, che lungi dall'essere unito, un popolo e un cuore che battono all'unisono e nella stessa direzione, è un bacino di interessi diversificati e conflittuali.

La classe socio economica svolge un ruolo centrale nelle relazioni umano-cavallo contemporanee.

Quello che si evidenzia nelle scelte sui cavalli è il mantenimento e la promozione di gerarchie basate su classe, razza, etnia e genere, il tutto mescolato a mercificazione del cavallo e sua performance, come la redditività del suo proprietario.  

La ricchezza e il potere economico si esprimono meglio in alcune discipline equestri piuttosto che altre, così come l'assenza di potere economico se non si esprime in alcune scelte, le forza.

Chi vuole esprimere ricchezza e potere sceglie solitamente, almeno in Europa, il salto ostacoli, piuttosto che il completo o il dressage, e lo fa collegandolo a un percorso definito di concorsi, con un abbigliamento specifico non strettamente necessario ma assai costoso, e tutto un entourage di servizi diretti a definire il potere di spesa. Costoro definiscono in modo dispregiativo "cavallari" tutti gli altri, ovvero coloro che non hanno le stesse possibilità economiche per quel circuito, e magari si orientano su discipline meno costose da sostenere, come l'equitazione di campagna.

Dall'altra parte, chi non ha il potere economico - o chi ha maggiore interesse nel sociale - cerca la sua rivendicazione ponendosi all'avanguardia nella gestione naturale e nella proposizione di un nuovo approccio al cavallo che lo rende meno oggetto di dimostrazione del potere economico, e più soggetto con cui condividere una vita non necessariamente improntata alla dimostrazione di potere di spesa attraverso la competizione, mostrando quell'empatia verso il cavallo che lo riconosce come espressione del popolo, dell'oppresso o del ferito: io e te uguali, io e te solitamente vittime del sistema, salvare per essere salvati. Tutto questo è ben visibile anche a livello internazionale nel movimento per salvare i cavalli bradi, icone di libertà, inutili perché non producono alcun reddito per il mondo capitalista, e per questo ancora più preziosi come simbolo del popolo e dei vinti, fuori dal ciclo di produzione.

Le linee di divisione intorno al mondo del cavallo si esprimono anche attraverso il genere, con le femmine che dominano numericamente la base dell'equitazione, anche se ai più alti livelli professionali, gli uomini costituiscono una maggioranza dei concorrenti.

Tutto questo a riproporre sempre il solito modello sociale, capitalista e maschilista, che ha contraddistinto la storia contemporanea, benché oggi in crisi di consenso, per via della globalizzazione, che sta spostando le ricchezze e le sta accentrando.

La stratificazione del mondo del cavallo per razze è un altra enclave fondamentale. I partecipanti alla cultura equestre sono in gran parte bianchi, di origine europee, con lavoratori di base, addetti ai lavori più umili di scuderia, che sono spesso di colore, extracomunitari, o provenienti dai ceti sociali più disagiati dell'est Europa quando non dell'India, dove sono esponenti di quelle caste addette all'allevamento di base del bestiame.

Il livello di potere di spesa è un fattore che influenza la partecipazione allo sport sin dalle prime battute, con maneggi per ricchi e maneggi per meno ricchi. I cavalli vengono acquistati, venduti e affittati come proprietà privata dipendente dal livello di reddito. Cavalli e pony che competono nel circuito "A" costano decine o centinaia di migliaia di euro per l'acquisto, e appartengono a razze particolari, sono cavalli con pedigree, perché devono dimostrare ai proprietari la loro superiorità genetica e giustificare il prezzo. 

Sono cavalli dispendiosi da mantenere, da educare, da addestrare, e si contrappongono ai cavalli rustici, che i ceti sociali più abbienti deliberatamente sminuiscono chiamandoli "ronzini", quindi di valore inferiore, riproponendo stratificazioni sociali antiche, dove la casta è data dallo status di nascita, non dal merito. 

Le persone ricche che possiedono "i cavalli da soldi" spesso non sono in grado di fare nulla da sole. Abbisognano di operatori specifici che pagano per l'equitazione, l'istruzione, la formazione, la stabulazione e la gestione ordinaria dei cavalli,  inclusa la gestione straordinaria, quella che segue gli eventi legati a far carriera a cavallo, distinguendosi nelle competizioni. Per scuderie, trainers, operatori professionali di fama, i proprietari sono disposti a spendere fortune, pagando mediamente molto poco chi sta alla base del sistema e magari si occupa di pulire le stalle, addetti che spesso sono poco più che schiavi, neppure regolarizzati con contratti di lavoro a tempo indeterminato e pagamento dei contributi previdenziali.

L'indotto che gira attorno ai proprietari abbienti fa girare un'ampia gamma di relazioni economiche e sociali che richiedono una certa forma, anche estetica, e definiscono il tipo di esperienza culturale annessa, identificando uno stile di vita, dei gusti e delle preferenze che sono gerarchicamente costruiti, diffusi, incarnati, ma più che altro consumati, perché alla fine si tratta di un prodotto.

Questo tipo di equitazione è appannaggio dei ricchi. Proibitiva per le persone delle classi sociali meno abbienti. Vi può essere però tutto un entourage di persone che aspirano a questo stile di vita e fanno da contorno a loro modo a questo sistema, occupando caselle lavorative di offerta di prodotti e servizi, o facendo da pubblico.

I battitori di mano a comando servono per il circuito luxury, che è anche un circuito di vanità fini a se stesse. E sono formati da coloro con meno soldi ma volontà, attraverso molti sacrifici, di partecipare, magari a margine con circuiti costruiti a somiglianza per persone meno ricche e che si accontentano di far parte, di partecipare da comparse, di girare intorno al bel mondo dei cavalli da soldi, di conoscere chi conta, sperando attraverso favori e relazioni di poter essere "incluso" o comunque di  assorbire parte di quel prestigio che li attrae.

Nel complesso, la cultura equestre convenzionale, quella degli sport equestri e oggi anche della monta americana da spettacolo, è numericamente dominata dai ricchi, ma non è esclusivamente il dominio della classe superiore, perché per far funzionare la macchina, occorrono molti attori sociali.

La politica di classe della cultura equestre si manifesta nella creazione di un'economia simbolica in cui vengono indossati i distintivi di privilegio. I cavalli sono una parte fondamentale di questa economia di icone di ricchezza in vari modi. Innanzi tutto, il numero di cavalli che possiede qualcuno è un modo per dimostrare la ricchezza e la posizione di classe. Ovviamente anche la tipologia di cavallo ha il suo peso.

Spesso, a questi cavalli oggetto, simbolo di denaro, vengano negati i più elementari bisogni di specie, come il pascolo, il contatto con i loro simili. I soldi non sono necessariamente sinonimo di felicità, né per cavalli né per persone, ma soprattutto per i cavalli, visto che non sono padroni delle proprie vite e delle scelte connesse ad esse. D'altra parte, il cavallo rappresenta il subalterno che deve soddisfare i bisogni, anche del tutto infondamentali, ovvero di materialità, status, sfoggio di ricchezza e potere, di chi ci sta sopra.

Questo settore luxury del cavallo ha pochi contatti e relazioni con altre enclave del cavallo.

Esiste infatti l'altro mondo dei cavalli, quello fatto dalle persone comuni che per scelta o per necessità con gli sport equestri convenzionali non ha nulla a che fare. I cavalli "popolari" sono normalmente più rustici, non hanno bisogno di genealogia per essere apprezzati, costano assai meno, sono gestiti e impiegati diversamente rispetto ai cavalli da soldi.

I proprietari, salvo l'eventuale istruttore di equitazione, e gli operatori per le cure di base, sono più autonomi nella gestione dei loro cavalli. I maneggi di cui si servono offrono meno servizi. C'è bisogno di meno entourage per giustificare il mantenimento del cavallo. Si può montare a cavallo anche in jeans e scarpe da tennis. Non necessarimente i cavalli di questo circuito popolare se la passano peggio, anzi, spesso meglio. Godono di maggiore libertà, più spazi verdi, più possibilità di passare il tempo con i propri simili e meno stress da gara, giacché i proprietari non possono permettersi di competere spostandosi qua e là per la ricerca di eventi con cavalli in cui "brillare".

Il circuito popolare dei cavalli non definisce gli ammiratori o sostenitori del circuito luxury dei cavalli, anzi, magari i detrattori di tale circuito. E' nel circuito popolare dei cavalli che si reinvengono la maggior parte delle avanguardie culturali e intellettuali che movimentano con proposte, innovazioni, tutele strutturali, il mondo culturale del cavallo. 

Sono tante le discipline che è possibile praticare con i cavalli al di fuori del circuito luxury e sono queste che costituiscono la base dell'equitazione. Certo, lungi da essere l'equitazione popolare il "paradiso perduto" dell'innocenza, visto che i problemi - incluso di maltrattamento di cavalli - si manifestano anche tra i non ricchi a cavallo.

Preso nel complesso il mondo del cavallo è diviso, non ha unità di valori, di intenti, di politiche e di narrative. Quello che prevale al suo interno è una rappresentazione del cavallo che ricalca la lotta di classe, dove ciascuno rivendica i suoi interessi, anche di riconoscimento ai fini di apprezzamento sociale.

In tutto questo, è più facile identificare il cavallo con la classe degli oppressi, come del resto è sempre stato. E chi utilizza il cavallo a fini di dimostrazione di potere e ricchezza come lo sfruttatore, che pretende di starci sopra e ammansire il cavallo con un armamentario degno del sadico collezionista. Tra doppie redini, morsi severi, martingale, redini di ritorno, fruste e speroni, sembra che quello che si mette in scena è il dominio grazie alla forza, non grazie alla relazione e collaborazione volontaristica, che è imprescindibile dalla reciprocità, dare per ricevere, concetto proprio della giustizia sociale. 

Sopra, sotto o a fianco dei cavalli non sono terminologie innocenti e definiscono oggi tante lotte di classe che si vedono nel "mondo del cavallo".

C'è chi rivendica la liberalizzazione del cavallo, la sua gestione naturale (che guarda a caso è più economica), un mondo di discipline adatte anche a portafogli non particolarmente ricchi, il cavallo come terapeuta, soggetto empatico adatto all'inclusione di minoranze, disadattati, ma anche di maggioranze impoverite e intristite da questo, e chi rivendica il diritto di continuare a vivere il cavallo secondo una tradizione "monarchica", il cavallo dei re e delle regine, e tutti gli altri a guardare e ad applaudire. Senza dimenticare quei lavoratori che al cavallo stanno sotto, spesso anche come dignità, extracomunitari trattati come schiavi nel mondo del cavallo, dove nessuno rivendica il loro diritto alla pensione, a un numero definito di ore di lavoro, al giorno libero, a un trattamento etico, alla previdenza e assicurazione. Tutti concetti di fatto rivendicati per i cavalli dei ricchi caduti in disuso, ma non per chi deve pulire le deiezioni dei cavalli ogni giorno.

In questo contesto, parlare di gente di cavalli, come se si trattasse di un popolo unito concettualmente, è del tutto improprio. 

I cavalli sono una delle fonti simboliche delle più antiche stratificazioni sociali degli umani

L'associazione tra cavalli e ricchezza è stata codificata per millenni. I cavalli sono stati usati per celebrare le gerarchie del potere, le cui disuguaglianze di ricchezza sono la variabile principale di divisione sociale.

In questo senso, il cavallo non può essere visto come animale di inclusione, integrazione sociale e razziale, al suo contrario, persiste il simbolismo del cavallo come connaturante la diseguaglianza sociale ed economica.

Se non fosse che pionieri della giustizia sociale sono stati storicamente paladini a cavallo, da personaggi immaginari, come Don Chisciotte, a personaggi realmente esistiti, come Pancho Villa, sembrerebbe impossibile poter rivendicare il cavallo come espressione del popolo e di giustizia sociale.

Ma già Karl Marx ammoniva che "il padrone compra gli schiavi come compra i cavalli", ponendo una fattiva analogia del ruolo dei soccombenti con il ruolo dei cavalli e aprendo la strada alla rivendicazione dei "cavalli" di liberarsi da chi sta loro sopra con troppo peso.

l cavallo capitalista e il carro socialista

La nostra società sta vivendo un'estrema polarizzazione ideologica e un abbandono di filosofie morali sociali che serve solo i padroni, dove il cavallo sta tornando a rappresentare quell'1% di ricchezza in poche mani, perché continuando così, solo quella è la percentuale di persone che si potranno permettere il cavallo e lo vivranno come ostentazione di ricchezza e potere, come fonte di esclusione e non di inclusione.

Possiamo però prendere esempio dai cavalli e dalla loro comunità più giusta, rispetto a quella eretta dagli uomini, riassumendo i principi sociali dell'organizzazione comunitaria dei cavalli, con quelli di filosofia politica socialista espressi da John Locke:

1. Non prendere più del necessario.
2. Non sprecare ciò che si prende.
3. Lasciare abbastanza per gli altri.

Mentre oggi prevale il clima di paura e odio, perché la percezione più diffusa è quella che non ci sia abbastanza per soddisfare tutti, per dare a tutti un lavoro, perché l'ideologia della crescita infinita è terminata e si vive nell'incubo della scarsità, che provoca quel risentimento, invidia, odio, che poi va spesso a peggiorare la posizione dei più deboli, per cui gli emigranti sembra che siano diventati il nemico, ci si dimentica che l'unico modo per creare giustizia sociale è rispondere a dei principi di filosofia morale, darsi dei limiti: secondo reale bisogno, in assenza di spreco e con un occhio verso la sostenibilità. 

Certo, non ci si può preoccupare dei bisogni superiori se la pancia non è prima soddisfatta. I bisogni fondamentali sono rilevanti per la dignità umana minima.

In una società dove il cavallo rappresenta solo l'1% della popolazione è chiaro che non c'è giustizia sociale e che agli occhi di chi sta sotto non è giustificata l'esistenza di coloro che possiedono e guadagnano tutto, sprecano tutto, vivono in modo insostenibile, a danno degli altri, rubando loro il minino che gli spetterebbe di diritto e senza alcuna meritocrazia. 

Il cavallo dell'1%

Questo è un concetto che si riferisce in filosofia politica all'1%delle persone più ricche della società che hanno una quota sproporzionata di capitale, influenza politica e mezzi di produzione. E' il cavallo da show.

Fin dall'antichità il carretto trascinato dal cavallo rappresenta il popolo, quel 99% sul cui lavoro si basa la società.

Il cavallo dei giusti (i poveri) può portare avanti la società, ma solo se il peso non è troppo. Se sono eccessive le tasse, gli oneri normativi, la burocrazia eccede sulla giustizia e serve solo a portare avanti i già privilegiati, non creando occasioni di ricambio sociale e meritocrazia, allora il cavallo non può portare avanti il carro e il carro senza cavallo non è in grado di andare da nessuna parte.

Per questo la forza trainante è il cavallo, cioè il popolo, e chiunque abbia a cuore la società dove rivendicare che il cavallo non sia appannaggio solo di quell'1% di popolazione. Rivendicare il cavallo non significa voler fare le stesse cose che ci farebbero i ricchi con il cavallo, scimmiottandone vizi e agi.

Stiamo sempre parlando di simbolismo sociale, ma chi ci tiene alla giustizia, avrebbe più caro a liberarlo il cavallo dal fardello del carro, che a montargli in groppa per fargli portare ulteriore peso. 

Nessuna rivoluzione sociale ha veramente modo di avverarsi se chi sale sul carro finisce per ripetere le stesse gesta di chi li ha preceduti, pensando solo all'arricchimento personale e a emulare i ricchi di nascita nei loro hobby e caricature sociali di ricchezza. 

Se il popolo che rivendica i diritti minimi è un cavallo selvaggio, in senso iconico, occorre che non si lasci domare facilmente, e che rifiuti false profferte di inclusione, ovvero entrare nel rettangolo predisposto, sì, ma solo per farsi macellare.

Tutti coloro che non fanno parte dell'1% sono carne da macello, non solo i cavalli. Ma si può sfruttare il potere delle sfide aperte e della conoscenza dell'innovazione sociale al fine di accelerare il tasso di cambiamento per problemi sociali critici.

Il cavallo al popolo e il popolo dei cavalli

Noi siamo il 99% è lo slogan di un movimento che rivendica che la maggioranza stia pagando il prezzo per gli errori di una minoranza all'interno della classe superiore, quella che può permettersi i cavalli da soldi e che si autocompiace del proprio egoismo, sbeffeggiando tutti gli altri tacciandoli come cavallari e ronzinanti, merce avariata. Vorrebbero anche che li applaudissimo? 

Viviamo in una società dove il cavallo sta tornando ad essere appannaggio dell'1% e mai "la gente di cavalli" negli ultimi decenni è stata così divisa al suo interno, tra chi il cavallo non ce l'ha più, perché non si può più permettere di mantenerlo, e chi continua a chiosare la propria beltà a cavallo, pretendendo anche l'approvazione di chi è stato privato del tutto del cavallo e vagheggiando progetti di inclusione che sono come voler curare la setticemia con il cerotto, in quanto a valenza sociale strutturale su larga scala, perché giustizia sociale non può essere ricondotta a fare l'elemosina, ritornando a vecchi schemi mediovali dove i ricchi gettavano monetine ai poveri per farli stare buoni. Giustizia sociale significa cambiare strutturalmente la società perché non sia l'1% a cavallo contro il 99% a piedi.

Speriamo che le cose possano cambiare. Nel frattempo, se siete gente di cavalli, e appartenete a quelli che sono già rimasti a piedi, o rischiano di non potersi più permettere di mantenere neppure il cavallo da passeggiata, o potete permettervi più cavalli ma ci tenete alla giustizia sociale, rivendicate la vostra meritocrazia, liberando il cavallo dai troppi fardelli che gli ingiusti vogliono mettergli sopra: gestione naturale, horsemanship, cavallo scalzo, biteless, stalla attiva, etologia e tutto quanto è affine, sono state innovazioni sociali di chi aveva cuore per i cavalli, più che il portafoglio ingombrante per essi.

L'innovazione sociale, per portare maggiore giustizia, è possibile, nel mondo del cavallo è già visibile ed è qualcosa di cui essere orgogliosi.

Tempi duri per gli uomini tradizionali in equitazione. Oggi si può sognare solo il branco libero di cavalli, o il cavallo maltrattato in attesa di incontrare la donna che gli cambierà il destino.

Un nuovo studio, pubblicato dal Journal of Sports Science 5 (2017) 119-137 D doi: 10.17265 / 2332-7839 / 2017.02.007 - David Publishing, titolo:

"Storie di cavalli popolari e l'invenzione della relazione contemporanea umano-cavallo attraverso un paradigma di Alter Ego"

Autrice: Sylvine Pickel Chevalier, professore associato, PhD, del Dipartimento del Turismo (ESTHUA), Università di Angers, Laboratorio Eso Espaces & Sociétés UMR 6590 CNRS, Angers, Regione della Loira, Francia...

riassume la situazione odierna del cavallo.

Premesse: dalla fine del 19° all'alba del ventesimo secolo, lo sviluppo tecnologico ha reso progressivamente obsoleto l'uso del cavallo come fonte di energia e potere, promuovendo lo slittamento dalle funzioni utilitaristiche (trasporto, lavoro e guerra) a quelle sociali.

E' stato soprattutto l'avvento della società del tempo libero che ha incoraggiato la ridefinizione del cavallo e delle sue rappresentazioni sociali, un processo guidato dalle arti popolari, specialmente quelle destinate al pubblico dei bambini e dei giovani. Lo scopo di questo studio è duplice:

  • Il primo è quello di promuovere una comprensione del ruolo storico delle arti popolari (letteratura, film) nell'evoluzione della concettualizzazione del rapporto umano/equino e negli orientamenti attuali dell'equitazione.
  • Il secondo è quello di esaminare l'effettiva influenza dell'arte popolare sull'impiego dei cavalli, in particolare attraverso il paradigma diffuso del cavallo come alter ego.

Parole chiave:

  • Relazione umano/equino,
  • cavallo come alter ego,
  • arte popolare,
  • narrativa sui cavalli,
  • bambini e giovani,
  • femminilizzazione dell'equitazione.

Svolgimento, sintesi

Lo studio è stato condotto attraverso la disamina di centinaia di opere popolari sui cavalli prodotte dalla civiltà occidentale (tra le quali 60 libri, 92 film e 10 serie televisive). Lo studio ha coinvolto operatori di settore, associazioni ed enti in più paesi, anche attraverso lo strumento dell'intervista.

Quello che emerge è un quadro piuttosto limpido della società moderna. Con l'era del benessere, dei meno figli, specialmente nelle famiglie più agiate, le donne hanno del tempo libero da dedicare a se stesse e ai propri hobby. Anche infanzia e adolescenza sono più curate e la gioventù è valorizzata con arte popolare ad essa dedicata che esalta l'infanzia e le sue esigenze, gusti, necessità di intrattenimento tarato. 

Avendo meno fratelli, i bambini hanno accesso agli animali come compagni privilegiati d'infanzia. Ne consegue che alcuni animali ricevono uno status migliorativo, diventano animali d'affezione, membri della famiglia, con diritti di tutela maggiorati rispetto ad altri animali. 

Nei film e letteratura per l'infanzia, gli animali ricevono un'anima. Il cavallo diventa uno degli animali preferiti per le storie di bambini. In queste storie, spesso viene additato il maltrattamento del cavallo, si favorisce l'identificazione del bambino con il cavallo e si suggerisce di salvarlo come parte del salvare se stessi.

Questa rappresentazione ha trovato il suo punto di riferimento più aulico e di successo nel romanzo di Anna Sewell del 1877 "Black Beauty, l'autobiografia di un cavallo". Un libro inteso principalmente per i bambini, che ha affrontato il mondo degli adulti non solo attraverso la denuncia di maltrattamento dei cavalli, ma anche quella di sfruttamento delle classi lavoratrici dell'Inghilterra vittoriana, facendo identificare per la prima volta il cavallo con il popolo, i guai del primo con le paturnie del secondo. Il libro, un successo dal momento stesso in cui è stato pubblicato, è stato tradotto in tutte le lingue ed è rimasto da allora imbattuto nelle vendite (nel panorama dei libri sui cavalli), mettendo in discussione le rappresentazioni tradizionali del cavallo.

Infatti, ridefiniva il cavallo, non più come un significante di lusso o un'icona del selvaggio libero ma, piuttosto, come il più fedele e coraggioso amico della persona comune e soprattutto dei bambini. Attraverso il viaggio di iniziazione di un animale passato da una famiglia all'altra - con le difficoltà connesse - Sewell inventò una storia d'amore tra ragazzo e cavallo, mettendo i semi di un rapporto altamente idealizzato tra animali - simultaneamente forti, coraggiosi e vulnerabili (che invecchiano, si ammalano e richiedono cura e protezione) e bambini che devono affrontare le proprie difficoltà e le prove e le tribolazioni della giovinezza prima di diventare adulti maturi e nel processo devono difendere il cavallo come parte dello sviluppo del sé.

A partire da allora, il cavallo è divenuto soggetto di amore / oggetto di trasgressione per nugoli di bambini e bambine attraverso i libri per l'infanzia.

Questo è il contesto che ha dato vita al romanzo di John Steinbeck, The Red Pony, pubblicato nel 1937 e adattato per il film nel 1949. Il romanzo pone notevole enfasi sul ruolo del bambino, continuando l'eredità scolpita da Sewell un secolo prima. Questa volta il giovane ragazzo, Jodi, deve addestrare il pony, e questo gli permette di superare i problemi di un'infanzia travagliata. All'interno del contesto turbolento degli anni Trenta raffigurato da Steinbeck, il passaggio alla maturità induce il giovane ad accettare la morte del suo amato animale.

Successivamente la narrativa per l'infanzia perde il pessimismo per diventare avventurosa.

Flycka di Maria O'Hara è uno degli esempi del nuovo storytelling.  I romanzi My Friend Flicka (1941), il sequel Thunderhead Son of Flicka (1943) e infine The Green Grass of Wyoming (1946),  rapidamente adattati anche per i film, arrivando al grande schermo negli anni 40, riprendono il tema del bambino in difficoltà: un ragazzo che affronta la sfiducia di un padre che favorisce il figlio maggiore e che supera il fallimento attraverso la sua capacità di relazionarsi con i cavalli selvaggi, prima Flicka e poi in seguito il figlio di Flicka, lo stallone Thunderhead.

Queste nuove tendenze diventano una caratteristica marcata delle opere degli autori successivi. L'assenza del cavallo e il desiderio per esso portano innumerevoli autori a prodursi sui cavalli. L'oggetto della ricerca di se stessi, mediato dal cavallo, diventa un tema dominante sorattutto della narrativa femminile sui cavalli.  Lo schema diventa sempre lo stesso. Un cavallo in difficoltà, magari trattato male da un proprietario maschio mediocre, è salvato da un ragazzo, l'unico capace di capirlo.

Le opere di narrativa che sono responsabili della creazione di nuovi codici di relazioni umano/equino sono frutto degli scrittori urbani e spesso di sesso femminile (Anna Sewell, Enid Bagnold, Maria O'Hara, Marguerite Henry per citare le più tradotte), che non provenivano da famiglie coinvolte con cavalli, ma avevano sognato sin dall'infanzia di poter avere un pony o cavallo e hanno dovuto attendere l'età adulta, scrivendo di cavalli, per poter realizzare il sogno.

Queste scrittrici, libere da ogni dipendenza con il mondo "reale" del cavallo, lo hanno sognato come lo volevano loro e hanno imposto i loro sogni alla comunità equestre, ristrutturandola fin dalle radici.

Hanno inventato un ideale romantico di relazione basato su un paradigma di alter ego in cui il cavallo era una lettura del sé riflessa in uno specchio narrativo. La loro percezione del cavallo favoriva il romanticismo sulla tecnica equestre. E, da questa configurazione, nacque l'ispirazione per un altro tipo di rapporto con il cavallo che nasceva da un punto di vista urbano e non professionale.  Quello di un cittadino che non deve vivere del sudore del cavallo e che percepisce il cavallo non attraverso le sue funzionalità ma come allegoria dell'integrità etica e morale. La distanza di questi autori dalla pratica equestre terra terra del periodo ha permesso loro di ribaltare il senso del possesso del cavallo, mettendo il legame emotivo con l'animale al centro e incoraggiando a evocare il rapporto dell'amore e della reciprocità con il cavallo (come queste autrici/autori avevano fantasticato sin dall'infanzia).

In questo contesto, questi autori e soprattutto autrici, si sono aizzati contro il maltrattamento cui i cavalli secondo loro erano sottoposti, reso ancora più insopportabile alla luce di uno sguardo antropomorfo in cui il cavallo è diventato un'altra versione del "sé".

In Cowhorse, Will James ha preso posizione contro la brutalità dei tradizionali metodi di addestramento dei cavalli da lavoro per il bestiame in USA, sottolineando come la doma tradizionale violava le capacità dell'animale di dare fiducia all'essere umano. Questa condanna è stata ripresa in seguito da molti autori e ha portato alla nascita e divulgazione del modello prima ancora letterario, poi reale, dei sussurratori di cavalli: addestratori voluti, finanziati, sponsorizzati, soprattutto dal pubblico femminile equestre, quello stesso pubblico cresciuto e socializzato nel contesto di libri come Black Beauty.

Quindi possiamo sostenere che l'addestratore etologico di cavalli, che propone rispetto e pazienza in opposizione alla forza bruta, ha le sue radici 100 anni prima che questi professionisti venissero effettivamente sulla scena. Nasce dai sogni di un gruppo di scrittori. Lo avevano immaginato, era nei loro sogni d'infanzia, lo hanno prodotto in libri e hanno creato un modello. 

Ciò ha consentito una rivoluzione graduale a suon di inchiostro stampato, film, altra arte popolare.  Il modello emerso ha permesso di evolvere l'equitazione dall'archetipo prettamente maschile del centauro (il cavallo come estensione del sé, del proprio corpo, per un ideale di maggiore potenza) a quello dell'alterismo femminile (il cavallo come proiezione del compagno ideale). Questo cambiamento di paradigma è stato caratterizzato da un modello narrativo che è stato sempre messo insieme sulla base dello stesso schema da un gruppo sempre più vasto - e connesso agli stessi ideali - di autori:

(1) La somiglianza: l'alienazione sociale del figlio è rispecchiata dalla solitudine del cavallo incompreso. (2) Il salvataggio della vita: in ogni narrazione, il cavallo soffre di una vulnerabilità momentanea (svilimento nel contenimento eccessivo, ferita, malattia) e viene poi salvato dal bambino che vince la sua fiducia. (3) La singolarità dell'amore reciproco: la fragilità del bambino impedisce l'uso della forza con il cavallo. Così il bambino conquista l'animale attraverso l'amore e l'assistenza, creando un legame singolare tra i due: il cavallo accetta la volontà del bambino grazie all'amore, senza sottomissione. (4) Il sacrificio: l'amore del bambino per il cavallo raggiunge il suo parossismo attraverso il sacrificio che fa per lui: rinuncia alla gloria di gare e concorsi, rinuncia anche al salirci in groppa, se è necessario, purché lui possa vivere secondo natura (Thunderhead, The Black Stallion return- Film, Fiamma, Misty di Chincoteague), fino a mettere a repentaglio la propria vita per l'amore supremo (My Friend Flicka: Ken trascorre la notte sul fiume per salvare il suo cavallo e si avvicina a perdere la propria vita per lui).

Osserviamo inoltre che il bambino che ama il cavallo è quasi sempre un ragazzo. La fusione di sé tra una ragazza e un cavallo doveva rimanere un'eccezione per ancora quasi un mezzo secolo.  Il ribaltamento è avvenuto con il dopoguerra e l'incorporazione dell'equitazione in una nuova società di svago e di consumo, allineandosi all'affermazione della ricerca femminile per l'affermazione sociale.

A partire dalla fine del XIX secolo, fino alla prima metà del XX secolo, è stato introdotto un nuovo paradigma culturale per le relazioni tra persona e cavallo caratterizzato dalla duplice individuazione del cavallo come soggetto dell'amore e vettore di trasgressione. Questa ricodifica del significato del cavallo, attraverso il mito dell'alter ego, ha preceduto e promosso l'ingresso dell'equitazione per svago. Questa crescita deriva dall'appropriazione dell' equitazione da parte dei membri della classe media, grazie ai loro crescenti livelli di reddito disponibile, fino ai giorni attuali, dove gli equestri sono essenzialmente giovani e caratterizzati da una forte presenza del sesso femminile che costituisce il tessuto portante dell'equitazione in tutto il mondo occidentale. 

Intervistate dall'autrice dello studio, il 65% delle donne riferisce che libri e film che hanno influenzato la loro infanzia continuano ad avere un impatto sul loro rapporto attuale con i cavalli, mentre solo il 27% dei maschi sostiene di essere stato influenzato da quella stessa narrativa.
 
Il rapporto con il cavallo attraverso il doppio paradigma del soggetto dell'amore / oggetto della trasgressione corrisponde più alle proiezioni femminili - sentimenti d'amore sublimati dalla mediazione del cavallo / vettore della realizzazione sociale - rispetto agli uomini. Queste rappresentazioni di genere sono illustrate nelle risposte delle interviste femminili, giustificando l'influenza che queste opere hanno sul rapporto con i cavalli attraverso l'dealizzazione dell'osmosi, una relazione basata cioè sul reciproco affetto e comprensione (il mito dell'alterismo).

Le risposte gravitano in gran parte intorno al campo semantico del "sogno" e mostrano come i film e i libri abbiano contribuito al loro desiderio di un rapporto con i cavalli che va ben oltre gli aspetti pratici e tecnici dell'equitazione.

Queste donne intervistate hanno anche insistito sull'importanza di questi libri e film per la loro crescita personale, per trovare modelli cui ispirarsi, per conquistare l'autonomia e indipendenza nella vita. 

Conclusione

Questo studio ci permette di catturare il ruolo fondatore di opere popolari di film e letteratura, in particolare quelle destinate a bambini e giovani e che, dalla fine del XIX secolo, hanno cominciato a ricodificare il cavallo in termini di un effetto formativo che avvolge il bambino in via di sviluppo o giovane. Favoriscono una rivoluzione concettuale nei significati attribuiti al cavallo: dall'archetipo del centauro (il cavallo come prolungamento del corpo umano: proiezione del sé) all'archetipo dell'alterego (il cavallo come complice: proiezione dell'altro idealizzato).

Così la reinvenzione del cavallo come soggetto dell'amore e oggetto della trasgressione, favorendo l'impegno e la realizzazione sociale, è diventato più importante per bambine e ragazze rispetto a quanto non lo sia diventato per i giovani uomini.

Nella misura in cui donne che hanno letto queste storie e ne sono state formate, trasformate, si avvicinano all'equitazione, dettano i loro valori per l'approccio al cavallo. Lo studio dimostra che la maggior parte delle amazzoni si rifiuta di essere separata dai miti dell'infanzia e vuole vivere il cavallo secondo i valori che ha appreso attraverso libri e film dedicati. 

Questo fatto, che può sembrare sorprendente, può essere visto come prova della durevolezza nella coscienza dei miti fondanti come ispirazione per la vita e come prova dell'importanza dell'arte popolare nel plasmare la società.

Così l'influenza delle storie equine popolari ha ricodificato il ruolo attuale del cavallo nella società occidentale secondo un'agenda soprattutto femminile.

Questa profonda evoluzione, realizzata in gran parte attraverso la ridefinizione del cavallo nell'immaginario collettivo, sfida ancora, paradossalmente, anche se dalla direzione opposta, la capacità dell'equitazione di costituire veramente "l'unico sport misto ” per diventare, come probabilmente succederà, uno sport a prevalenza femminile.

Link allo studio originario

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