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Il 5xmille a Horse Angels per rovesciare le prospettive. Grazie!

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Le manifestazioni che impiegano equidi in Italia, fuori e dentro i circuiti ufficiali, sono ispirate alle antiche corse di cavalli romane.

Queste erano tutt'altro che manifestazioni pacifiche, vi perdevano la vita di sovente sia umani sia cavalli. Non solo, il sacrificio del cavallo in talune occasioni faceva parte dello spettacolo.

Questo è il caso, ad esempio, del "cavallo d'ottobre" romano, in cui un cavallo veniva appositamente ucciso in piazza in onore di Marte. Al termine delle corse di cavalli, all'epoca condotte principalmente con biche, un cavallo della squadra vincente era trafitto mediante una lancia e quindi sacrificato in onore dei "politici". Il suo corpo veniva smembrato, la testa e la coda in particolare erano reclamate dalle fazioni (antiche contrade). Due quartieri mettevano in scena una lotta per il diritto a mostrare la testa, mentre la coda da poco tagliata era portata alla Regia, per alimentare il fuoco sacro di Roma. E forse le sue ceneri utilizzate in qualche altra funzione sacra.

Il Cavallo di Ottobre non è l’unico esempio di sacrificio di un cavallo per riti di propiziazione legati a tradizioni religiose, alla fertilità o alla celebrazione del potentato.

Sacrifici di cavalli per fondare la supremazia di antichi "Re", piuttosto che per assicurare la fertilità di mogli reali o di raccolti, si ebbero anche nell'antica Grecia, India, Iran e Irlanda. 

D'altra parte, nell'antichità il sacrificio di animali in riti di piazza era la norma, non l'eccezione, e non era risparmiato alcun animale, neppure il cane, quest'ultimo immolato per i riti di purificazione, fondazione e passaggio dalla vita alla morte.

Qualcuno dirà, meglio gli animali che gli umani, visto che l’uccisione di vittime umane non suscitava in epoca arcaica nessun tipo di scandalo o giudizio moralistico, era assolutamente normale e faceva parte della prassi religiosa antica, incluso quella da cui deriviamo direttamente noi, ovvero sia romana sia soprattutto greca.

Ebbene, le tradizioni sono fatte per essere superate dalle innovazioni, e sicuramente il superamento del sacrificio umano è stato un atto dovuto, come lo è oggi il superamento del sacrificio animale per mero spettacolo.

Purtroppo in Italia certe tradizioni faticano ad essere deposte e resti della tradizione dei sacrifici di animali li abbiamo oggi in alcune manifestazioni legate ai cavalli, dove in onore dei santi, o del dio denaro, viene spettacolarizzata la morte preannunciata di animali innnocenti, che non hanno scelto di correre e competere. 

A ben guardare tutta l'industria equestre si fonda sul sacrificio del cavallo per spettacolo. Se questo infatti non è qualificato come animale d'affezione, bensì come macchina non senziente, che se si rompe si cambia, di che altro stiamo parlando!?!

L'ippica non è forse uno spettacolo in cui si scommette sulla vita dei cavalli? Se perdono con ricorrenza, non vanno forse questi cavalli al macero indipendentemente dal fatto che le loro carni siano salubri per la macellazione? E certi palii dove l'incidente è parte del valore aggiunto dello spettacolo, non sono forse sacrifici di piazza di animali innocenti per il pubblico godimento?

L'attrazione per la violenza in certe manifestazioni con i cavalli

C’è un elemento non detto e indicibile nella segreta attrazione di persone alla violenza, alle volte più apparente che reale, che nel mondo del cavallo permette di infrangere le barriere normalmente accettate dell’etica e del vivere sociale.

Facciamo un esempio, se si frusta un cane per incitarlo all'andatura, e ciò viene ripreso e messo sui social ai giorni d'oggi, apriti cielo, come minimo diventa un caso nazionale che smuove anche le coscienze dei parlamentari. I cavalli si frustano regolarmente nelle competizioni e non ci fa caso nessuno.

Labile e quasi evanescente è il confine che separa dalla violenza vera e propria la propensione di parecchi equestri e ippici a "dominare" il cavallo con la forza, mostrando in questo modo il proprio valore dove il confine con il sadismo è vago, incerto, alle volte quasi inesistente.

In altre parole: in alcuni ambienti di cavalli una certa dose di aggressività, a patto che non faccia zapillare del sangue, che non lasci ferite aperte che abbisognano di medicazione, è considerata sostanzialmente innocua e, anzi, è lodata perché "serve" ad esprimere la forza e capacità di prevaricazione dell’uomo e quindi, indirettamente, il potere di attrazione che tale persona "virile" dovrebbe esercitare su donne dall'assetto mentale "tradizionale". 

Questo istinto, seppur più accentuato nella psicologia maschile (e notoriamente certi ambienti, tipo ippica e palii, sono ancora prevalentemente ambienti di uomini), non è assente in quella femminile e si esprime con donne che amano dimostrare la propria potenza e padronanza sottomettendo con la forza i cavalli per gioco, sport, divertimento o spettacolo. 

L'elemento sadico e il contraltare masochista presente nella società 

Tutto questo esprime il piacere per il sacrificio e la sottomissione rituale del cavallo, ma basta uno sguardo alla nostra società per rendersi conto che solamente la più grossolana ipocrisia potrebbe negare che l’elemento sadico, e quello masochista dall'altra parte, sono consapevolmente radicati in essa, tanto da divenire tema di speculazione commerciale, come si vede appunto nell'industria equestre e ippica. 

Laddove una simile tendenza non diventa estrema, anche nella sua volgarità, potremmo definire che questo "mercato" non è patologico. Certamente, per un'equilibrata legislazione dell'industria equestre e ippica occorre avere parecchia conoscenza degli istinti fondamentali su cui si basa la nostra società, ma anche sulla sensibilità contemporanea, sul desiderio di progresso che è innato negli occidentali e con ciò di rivalsa del bene sul male. 

Dalla parte del cavallo

In tutto questo gli animalisti potrebbero esultare ogni qual volta il cavallo scarica l'umano, ribaltando la questione del potere.

Va detto che la vittoria dell'umano sul cavallo alle volte è solo apparente. Molti cavalli proprio là dove, in apparenza, si arrendono e si consegnano inermi allo strapotere dell'equestre, colgono di fatto la propria rivincita e vittoria consistenti nell'asservimento dell'umano ai bisogni del cavallo, che non sono pochi. I cavalli "buoni" tendono ad avere vita più lunga e a morire più spesso di vecchiaia, rispetto a quelli che si ribellano. Dal punto di vista del cavallo è opportunismo. 

La sottomissione del cavallo non è un male in se stessa in assoluto, ma può diventarlo qualora non trovi la giusta contromisura. Ovvero, se il cavallo si guadagna una vita dignitosa, è amato e sostanzialmente trattato bene, ha tutto ciò che gli serve per vivere sereno e in salute e arriva a morire di vecchiaia, il sacrificio si può dire che ne è valso la pena.

Quello che oggi appare sempre più ingiustificabile, ai fini dell'accettazione sociale della sottomissione del cavallo, invece, è il contesto di una cultura che assolutizza il sacrificio negando radicalmente la dimensione spirituale, senza cioè contropartita. 

Che il cavallo perda tutto e non guadagni niente oggi è inaccettabile

La vita interiore degli esseri umani si regge su una trama delicata di compromessi, contrasti, sfaccettature che si vedono riflesse nei giudizi che vengono espressi.

Certo che è contradditorio, dal punto di vista di un alieno razionale, che una persona che mangia carne si indigni perché muore un cavallo in pista o in piazza per "spettacolo", ma dal punto di vista umano - terra a terra - ha tutte le sue ragioni. La struttura dell'essere umano non è fatta per essere monolitica, coerente rispetto a se stessa ed al reale ma, piuttosto, è portatrice di bisogno di giustizia, di nostalgia dell'arca perduta di equilibrio totale con la natura, di assoluto, tutti concetti che mal si abbinano al sacrificio vano di cavalli per puro divertimento, scommessa e spettacolo. Ovvero l'uccisione senza necessità è oggi non solo punita teoricamente dal nostro ordinamento giuridico, ma è punita prima di tutto socialmente con la non accettazione, ponendo l'unica ragione logica per uccidere gli animali, oggi, nell'estrema ratio della fame e dunque dell'allevamento e uccisione per il consumo alimentare.

In pratica, la sensibilità si è evoluta e oggi i sacrifici di cavalli in piazza o in pista in onore di santi o politici non sono più ben accetti.

Il cavallo dalle stelle alla stalle

Che il cavallo si sottometta pur essendo nell'immaginario collettivo, per certi versi, ancora un animale "nobile" è un conto ma, come il popolo, oggi il cavallo allevato per accompagnare l'essere umano in attività ludico sportive rivendica una contropartita, l'essere considerato non tanto un mezzo quanto un fine, il diritto ad essere amato, la pensione, la vita. Il cavallo rivendica i beni terreni, perché dei privilegi astrali dopo il sacrificio per i potenti, agli occhi della gente che se ne fa portavoce, se ne frega. 

Non è il podio che interessa al cavallo, ma la biada. Non è la frusta che desidera, ma la carezza.

Tutte quelle attività che impiegano equidi e che minimizzano "l'irrazionalità umana", paragonando i cavalli ai vitelli e giustificando in questo modo il sacrificio di cavalli con discorsi del tipo "altrimenti andrebbero alla macellazione", sono destinate a scontrarsi con l'antipatia dei più e a perdere dunque di consenso. Solo la piena umanizzazione del cavallo con benefici terreni premia.

Che ognuno paghi per i propri torti e si conquisti il podio con le proprie gambe

Il paradiso per i cavalli dopo la loro morte in onore di santi e potenti non è più una giustificazione considerata valida il sacrificio. Probabilmente perché santi e politici non sono più tanto amati come nella "tradizione", dove era considerato normale che in tanti dovessero soffrire per i benefici di pochi. L'individualismo premia l'umanizzazione degli animali, oltre ad un concetto di giustizia dove ognuno deve pagare per i propri torti, anziché sacrificare un innocente perché gli altri possano continuare a peccare. 

E' l'evoluzione dei tempi, vediamo dove ci porterà.

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