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Il 5xmille a Horse Angels per rovesciare le prospettive. Grazie!

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Ricordo ancora il primo giorno in cui ci siamo incontrati. Lo ricordo come se fosse ieri.

Il gestore del maneggio che frequentavo, perché mi ero convinto, dopo tanto pensare, di imparare a cavalcare, mi aveva condotto sui colli bolognesi. Lì, mi aveva detto, ci sarebbe stato un cavallo che faceva per me.

L’idea di acquistare un cavallo mi emozionava. Tanto. Avrei avuto un cavallo! Mio. Solo più tardi, con gli anni, con l’esperienza e con il crescere del nostro rapporto, imparai che un cavallo non può essere“mio”. Non può essere di nessuno. Non esiste una proprietà ma un binomio, due cuori fusi in uno pur restando scissi.

Il maneggio sui colli era molto grande. Il proprietario ti portò fuori e ti sellò davanti a me presentandoti subito come “simpatico”. Oh sì… aveva ragione… è la caratteristica che ti ha sempre contraddistinto: simpatico.

Non mi nascose che avevi un problema all’anteriore sinistro, una tendinite cronica. Il gestore del maneggio mi disse di non preoccuparmi: “Va benissimo per te… è il tuo primo cavallo, poi ne prenderai di migliori.”

Mi lasciai convincere. Mi convincesti tu, con il tuo muso rosa e morbido, il tuo mantello sauro e tre balzane. Avevi cinque anni. Dino IV era il tuo nome… ma per me sempre e solo Dino.

Iniziò così la nostra storia, e i primi tempi non furono certo rose e fiori. La tendinite ti prostrava e le cure dovettero essere intense. Le infiltrazioni si moltiplicarono, ma la mia testardaggine venne premiata, riuscii a raddrizzarti. Certo, non saresti mai stato un campione olimpico, ma a me bastavi così, curato dalla zoppia, liberato dal dolore, per passeggiare assieme e imparare i rudimenti dell’equitazione.

Non sapevo che mi avresti insegnato ben altro.

Il nostro rapporto faceva fatica a decollare. E io davo la colpa a te.

Non facevi quello che ti comandavo a sella. Quanto mi arrabbiavo! E quanto ti arrabbiavi tu!

Facevi l’offeso per settimane intere e quando entravo nel tuo paddock mi ignoravi. “Stupido!”, pensavo… ma avrei dovuto pensarlo di me stesso. Infatti sbagliavo. I miei comandi in sella venivano dalle braccia e dalle gambe facendo leva esclusivamente sulla forza che potevo esercitare con morso, briglie e speroni. Venivano dalla mia presunzione di uomo e quello che ottenevo arrivava esclusivamente per una sottomissione forzata, vuota, diffidente.

Poi accadde il miracolo. Dopo tanto tempo mi accorsi nuovamente del tuo muso morbido e rosa e dei tuoi occhi profondi. Avevo preteso di comandarti come una macchina, ma in fondo a quegli occhi non c’era un motore, c’era un anima. Provai ad avvicinarmi a te con fare diverso, ma non ti fidavi più di me e questo mi addolorava. Cosa avevo fatto?

Iniziai a documentarmi, studiai, capii che cosa significava un approccio etologico. Iniziai a parlare, finalmente, il tuo linguaggio. E tu mi desti fiducia.

Lentamente incominciasti a riavvicinarti. Solo ora capivo che il cavalcare iniziava da terra. Le carezze che ti facevo e le effusioni che ti davo le ricambiavi con ampi baci bavosi sulle spalle e sul collo. Scoprii la delicatezza che può avere un essere di seicento chili. Scoprii che per parlarti non avevo bisogno della forza, ma del cuore.

E così fu, i comandi non partirono più da un cervello presuntuoso convinto di montare una macchina, ma le gambe e le braccia impararono a muoversi sulla base di impulsi che venivano dal cuore. E, naturalmente, non servirono più gli speroni. Mi trovai a montare un amico, non un animale. Non andavo io con te, si andava assieme. Due cuori e due spiriti uniti.

No, non eri il primo cavallo: eri il cavallo. Non eri mio. Nessuno era di qualcuno. Entrambi, semplicemente, eravamo… e un amico non può essere né il primo né l’ultimo: è per la vita.

Così sono passati gli anni. Così siamo cresciuti assieme nel rapporto e così, ahimè, siamo invecchiati… ma tu più in fretta di me, amico mio.

E poi affrontai per la prima volta la possibilità di perderti dopo diciassette anni. Nel giro di una settimana cedette la tua gamba sana, l’anteriore destro si piegò paurosamente a livello del ginocchio, arrivando quasi ad un angolo di novanta gradi. L’anteriore sinistro, sempre stato più debole a causa della tendinite, non resse il tuo peso.

Mio Dio quanto soffrivi! Credo che il dolore sia stato terribile, lo scorgevo nei tuoi occhi. Una sera non ti vidi più camminare: stavi fermo e, a ogni passo che facevi sulle gambe tremanti, emettevi un suono gutturale dal profondo della gola che mi angosciava. Inutile dire che il responso del veterinario fu la necessità di abbatterti.

Sulla strada di casa non trattenni le lacrime che presto divennero pianto disperato. No, non poteva essere vero… non doveva essere vero! Nei tuoi occhi, nel profondo, oltre la sofferenza avevo letto la tua forza, la tua lotta, la tua voglia di vivere. “Se smette di mangiare è finita”, mi aveva detto il veterinario; ma non hai mai smesso.

Sono testardo, lo sono sempre stato. Lo siamo entrambi. Trovato un luminare per i problemi degli arti degli equini, costui mi suggerì una strada, senza darmi la speranza ma senza neppure togliermela, mi suggerì una protesi che ti costringesse a tenere l’arto in posizione corretta.

Facemmo tre cicli di una settimana ciascuno in cui ti misi questa protesi. Non fu indolore. Ti causò ferite profonde nell’arto che voleva assumere la sua disgraziata posizione scorretta, ma tu eri lì. Ti facevi fare tutto. Ti fidavi di me senza battere ciglio. Al termine delle tre settimane il risultato fu un successo insperato: la gamba non era completamente diritta, ma era in condizioni nettamente migliori. Non avendo cuore di metterti ancora la protesi a causa delle ferite, iniziai una costante terapia di stretching, drizzandoti forzatamente quella dannata gamba con le mie mani. Dieci, venti, trenta ripetizioni, ogni giorno, per tutta l’estate. E mentre mi chinavo per tenderti l’arto mi baciavi sulla nuca col tuo muso morbido.

Tempo è passato da allora. Non soffri più. Ti guardo nel paddock mentre sereno mastichi rumorosamente il fieno. Certo, non potrò più montarti, non sentiremo più assieme la brezza nelle passeggiate. Ma sei qui assieme a me, vivo, e questo è quello che importa, amico mio.


Dopo 18 anni insieme, nel 2015 Dino è deceduto. Nell'ultimo triennio, un'artrite pesantemente deformante accompagnata ad una tendinite cronica l'avevano reso completamente inutilizzabile per l'equitazione. Tuttavia, nonostante molti veterinari consigliassero l'abbattimento, passata la fase acuta, la sua voglia di vivere ha avuto il sopravvento e fino alla fine dei suoi giorni è vissuto sereno in branco insegnando molte cose: prima fra tutte la dignità e il rispetto per la vita nelle sue innumerevoli forme. Per questo motivo è diventato il simbolo dell'associazione sportiva dilettantistica Le Ali del Vento di Ferrara, che Marco ha contribuito a fondare e di cui oggi è segretario.

A Dino è dedicato anche un memorial, così come la filosofia e l'impegno profuso nell'equitazione per disabili voluta dai titolari del maneggio, Marco Bortolotti ed Eleonora Gamba. Rispetto del cavallo, del cavaliere e della vita in primis sono i principi cardine che regolano l'attività equestre a le Ali Del Vento.

In questo modo, l'attività svolta assume una forte valenza sociale includendovi le terapie complementari per la disabilità umana e una prospettiva uomo-cavallo etica, non basata sullo sfruttamento dell’animale ma su rispetto e collaborazione reciproci. I cavalli ospiti del centro hanno tutti storie particolari e brutte esperienze lasciate alle spalle. Il benessere recuperato di questi cavalli crea un valore aggiunto per i frequentatori del maneggio, disabili e non. Certamente, scartare un cavallo perché disabile o con qualche difetto, non sarebbe un messaggio positivo o coerente con l'ospitare persone che hanno a loro volta delle problematiche e alle quali si vuole dare un valore sociale nonostante la loro diversa abilità.

Tra gli obiettivi di Ali del Vento c’è anche lo sviluppo di un’equitazione a costi contenuti e quindi inclusiva con chi presenta la sua specificità nel portafoglio modesto per l'approccio al cavallo. Anche in questo modo si fa integrazione ed inclusione. Un esempio: chi desidera andare a cavallo e non ha l’attrezzatura, presso le Ali del Vento troverà tutto il necessario e potrà utilizzarlo gratuitamente.

Infine, i referenti sono fermamente convinti che il cavallo non sia un mero strumento per realizzare le ambizioni umane ma un amico per sempre. L’equitazione che si insegna a le Ali del Vento si basa soprattutto sul rispetto della vita e delle esigenze intraspecifiche di ciascuno. Per questo motivo, possiamo definire l'approccio equestre non convenzionale e diversamente integrato con un'ottica persona/animale che scavalca le dfferenze di funzionalità produttiva, resa estetica e potere economico. In una parola, l'equitazione si fa sociale e socialmente utile ad integrare ed includere anche i più fragili, persone o cavalli che siano.  

ALI DEL VENTO A.S.D.

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