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Il 5xmille a Horse Angels per rovesciare le prospettive. Grazie!

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Anticamente i nativi americani facevano affidamento per la loro alimentazione sulla caccia al bufalo, resa più semplice dai cavalli.

I bufali, sorta di bovini selvatici, erano mandrie transumanti e anche coloro che dipendevano da quei bovidi per vivere dovevano muoversi seco. Il cavallo ha reso la transumanza a seguito dei bovini selvatici molto più semplice e veloce, ma non c'è sempre stato, vi è stato reintrodotto dai conquistatori europei.

L'acquisizione indiana del cavallo, così tanto romanticizzata sul grande schermo, ha avuto nella realtà fattiva un periodo di gloria durato poco più di un secolo.

È una stranezza del destino che gli equini, un tempo presenti nel Nord America, lì si siano estinti per continuare a prosperare in Asia dopo aver attraversato lo Stretto di Bering. Dall'Asia hanno poi invaso l'Europa e da questa, all'epoca del colonialismo, sono stati reintrodotti in Nord America, diventandone addirittura un simbolo della tradizione agreste.

Sembra che pochi cavalli siano entrati nelle mani dei nativi americani prima della rivolta contro gli spagnoli nel New Mexico del 1680.  Una prima e forse ultima grande vittoria, che comportò l'acquisizione di molti destrieri. Successivamente i cavalli e la cultura equina si diffusero rapidamente verso nord attraverso l'intera area delle Grandi Pianure.

Prima di ciò i nativi si spostavano con i propri cani, non con i cavalli. Ma le grandi mandrie di bufali erano difficili da cacciare con i cani e la precarietà della vita era la norma. Con i cavalli, più veloci dei bufali, i nativi hanno potuto sperimentare un periodo di vita nelle pianure molto più facile, e con più abbondanza, prima di divenire loro stessi prede da cacciare via ad opera dei coloni bianchi invasori.

Il cavallo per i nativi aveva reso possibile incursioni lampo nei villaggi nemici a distanze considerevoli. L'introduzione del cavallo non aveva però portato solo aspetti positivi. A far da contraltare, il furto di cavalli - e i diritti di caccia a cavallo sulle varie aree di confino - o sconfino - causarono maggiore rivalità e guerre tra tribù limitrofe.

Tragicamente, i giorni di gloria dei guerrieri nativi a cavallo durarono poco più di un secolo, una piccola frazione nella storia millenaria dei nativi.

Il cavallo non era arrivato da solo infatti, ma con i conquistatori bianchi, poco generosi e affamati, che hanno in breve decimato le mandrie di bufali, sconfitto militarmente i residenti nativi, colonizzato le loro terre, e ridotto i nativi in riserve.

In pochi decenni un'intera cultura è stata rasa al suolo dagli invasori, tanto da poter definire la perdita come un vero e proprio olocausto. Il tempo non ha ancora sanato le ferite, e vi è un numero elevato di famiglie di nativi che devono oggi battagliare con problemi di povertà, disoccupazione, droga, alcolismo, malattie mentali. Il modello di vita dei bianchi europei, sviluppato nell'arco di millenni, non poteva certamente attecchire positivamente in pochi decenni con i nativi.

Si può capire quindi come i nativi, orgogliosi e tenutari di una cultura tutta loro, spiritualmente superiore a quella degli europei, abbiano faticato ad adattarsi ad una nuova esistenza, sedentaria, in sorta di gabbie che sono le riserve: degli zoo contenitivi per umani, dove i bianchi vanno per lo più per i casinò con gioco d'azzardo, la prostituzione e la droga controllati dalla mafia nativa.

I cavalli che abitano le riserve oggi sono selvaggina, braccati per essere decimati in Canada o in Messico come carne per Europei e poco più. Non contribuiscono alla ricchezza dei nativi, né possono essere elencati in chissà quale tradizione. I nativi sono saliti a cavalli e vi sono stati disarcionati in poco più di un secolo, e il cavallo per loro è stato l'inizio della fine.

Oggi non si va più a caccia a cavallo nelle riserve indiane, del resto i bufali selvatici si sono estinti, sostituiti in nord america dai ranch con bovini semibradi.

Né si può dire che i nativi siano interessati al cavallo nell'ambito degli sport equestri e allevino cavalli nelle loro riserve per discipline "native" europee come il dressage, il salto ostacoli o il completo. 

I nativi rimasti nelle riserve difendono strenuamente la loro identità culturale residua e cercano di rifarla vivere con l'arte e il piccolo artigianato, la rievocazione storica, dove sì, il cavallo potrebbe avere una piccola parte, come piccola è stata la parte del cavallo nella grande storia millenaria dei nativi americani.

La cultura nativa è sicuramente da riscoprire e valorizzare, sia per saldare il debito dei bianchi nei confronti dei nativi e del loro Olocausto, sia per il contributo che questa può dare per risanare il pianeta sul piano ecologico, di rispetto per tutto il creato.

I 10 comandamenti dei nativi:

  • La Terra è la nostra Madre, abbi cura di Lei.
  • Onora e rispetta tutti i tuoi parenti.
  • Apri il tuo cuore ed il tuo Spirito al Grande Spirito.
  • Tutta la vita è sacra, tratta tutti gli esseri con rispetto.
  • Prendi dalla Terra solo ciò che è necessario e niente di più.
  • Fai ciò che bisogna fare per il bene di tutti.
  • Ringrazia costantemente il Grande Spirito per ogni giorno nuovo.
  • Devi dire sempre la verità, ma soltanto per il bene degli altri.
  • Segui i ritmi della natura, alzati e ritirati con il sole.
  • Gioisci nel viaggio della vita senza lasciare orme.

L'abbigliamento da competizione equestre è fortemente intriso di tradizione e patrimonio, l'equitazione mantiene forti legami con le sue radici storiche nell'esercito e nella caccia alla volpe nelle vesti da competizione.

Uno studio, di Katherine Dashper & Michael St John, mette in luce come l'abbigliamento da competizione sia inteso a dare una connotazione di prestigio, grazia e status.

L'abito da competizione equestre è formale, maschile e poco sportivo, e quindi può sembrare obsoleto e inappropriato per la moderna competizione sportiva. Tuttavia, i partecipanti allo sport equestre danno valore a questo  abbigliamento insolito e alla distinzione e unicità che offre all'equitazione nel più ampio mondo dello sport.

La componente estetica è un marcatore importante di identità individuali e collettive, quindi il dress code per la competizione equestre è vincolato da regolamenti. Per gli atleti, il loro abbigliamento da competizione rappresenta l'identificazione con un certo stile di vita. I partecipanti allo studio hanno rivelato di essere sensibili alla tradizione estetica, pur essendo disponibili all'innovazione sui materiali impiegati per l'abbigliamento per andare incontro alle esigenze attuali dello sport agonistico.

In tal modo, l'abito da competizione equestre diventa una rappresentazione visiva di alcuni dei paradossi dello sport equestre contemporaneo, intrappolato com'è tra tradizione e contemporaneità.

L'abito da competizione è importante sia in relazione al singolo equestre, sia collettivamente per sfoggiare all'esterno status e gruppo di riferimento in un approccio che è convintamente elitario.

Ciò suggerisce che i partecipanti al mondo equestre competitivo valutano l'identità socio economica come fattore di massima importanza per la scelta dello sport.

Per i partecipanti a questo studio, lo sport equestre è speciale e diverso dagli altri sport per una serie di motivi, e avere questa differenza visivamente espressa attraverso l'abito da competizione rafforza l'appartenenza alla subcultura sportiva. Quello che pare contare più di altri parametri, è la definizione dello sport equestre come nicchia per ricchi.

Ai livelli più bassi di competizione, gli amatori cercano di imitare a minor prezzo, nella vestizione, chi è più in alto nella scala sociale degli sport equestri.

Dal punto di vista positivo, sebbene appaia un pò elitario, il modo di vestire rigoroso riduce le differenze tra uomini e donne, professionisti e dilettanti, etnia ed età.

L'equitazione è uno dei pochi sport integrati nel sesso a tutti i livelli; non ci sono limiti di età alla partecipazione e alla competizione (sebbene alcuni eventi includano sezioni junior), e dilettanti e professionisti spesso competono nelle stesse arene, seppure in momenti diversi della giornata. L'abito da competizione equestre aiuta a minimizzare le differenze e crea un gioco a livello visivo seppure con certe limitazioni.

Lo status finanziario si denota nella capacità di pagare per l'abbigliamento di alta qualità (oltre all'ovvio per accapparrarsi i cavalli migliori per competere in categorie più elevate).

Sebbene i partecipanti a questo studio si siano dichiarati generalmente a favore di mantenere le caratteristiche della tradizione nell'abbigliamento da competizione equestre, ci sono state alcune aree di insoddisfazione che meritano ulteriore considerazione.

Ad esempio, una mancanza di diversità negli stili, nelle taglie e fogge, può rendere poco attraente lo stile per le donne con determinati tipi e forme del corpo. Questo può far sentire alcune donne a disagio nel loro abito da competizione, con il rischio che l'emozione negativa abbia un riscontro sulla prestazione.

Inoltre, l'alto costo di alcuni capi è un altro fattore limitante e rafforza i presupposti negativi sullo sport equestre come elitario ed esclusivo e questo potrebbe essere un danno - a lungo termine - per le sponsorizzazioni e accordi TV.

La discrepanza tra l'eleganza degli stili attuali e la praticità di stare attorno ai cavalli è un ulteriore problema da considerare, probabilmente attraverso l'uso di nuovi materiali e tecniche innovative di elaborazione dei capi di abbigliamento.

Lo studio conclude su quanto sia importante l'abbigliamento per questa particolare nicchia dello sport per creare identità, laddove spesso gli atleti metteno l'apparenza e la denotazione di status al di sopra di altri criteri per le loro scelte sportive.

Link allo studio

Ogni anno in giugno 10 mila gitani circa si riuniscono in Gran Bretagna per la più grande fiera di cavalli degli zingari di tutta Europa.

Il punto di ritrovo è la Appleby Horse Fair, una fiera mercato di cavalli tradizionale che qualcuno fa risalire a un editto del 1685 di re Giacomo e che come minimo si ripete spontaneamente da duecento anni.

partGli zingari cavallari arrivano da tutta la Gran Bretagna, dall'Irlanda e dal continente, si accampano con moderne roulotte e antichi carri colorati su Gallows Hill, la Collina delle Impiccagioni, un tempo adibita alle esecuzioni, portano a lavare gli equini nel sottostante fiume Eden, quindi li radunano sulla vecchia strada romana che taglia in due il paese, facendoli trottare per esibirli.

Appleby è poco più di un villaggio, in Cumbria, la regione di selvaggi altopiani all'estremità settentrionale dell'Inghilterra che contiene il Lake District, cantato nell'Ottocento dal poeta William Woodsworth, una zona con una campagna splendida.

Per l'occasione invasa da 30 mila visitatori, Appleby è diventata negli anni un festival di tradizione cavallara gitana aperta a tutti.

Non si paga un biglietto per assistervi, non ci sono organizzatori, non sono previsti eventi particolari.

E' una fiera mercato di venditori ambulanti, con giostre, musica, con le zingare che leggono le carte o la mano, gli uomini che fanno prove di forza a torso nudo, anche per conquistare una sposa se sono scapoli, le ragazze agghindate di tutto punto nella loro tradizione per conquistare marito se sono nubili e i giovani che cavalcano senza sella e immergono i cavalli nel fiumiciattolo del posto per divertirsi e dare spettacolo.

Lo sport equestre d'élite si svolge in un ambiente professionale e commercializzato.

Uno studio pubblicato nel 2014 su Society and Animals da Kate Dashper rileva come la relazione atleta umano/atleta equino si discosti notevolmente dalle relazioni osservate nei livelli inferiori di competizione tra gli equestri amatoriali.

I cavalli nello sport equestre d'élite sono atleti cui è associato un valore di mercato elevato e, sebbene le relazioni tra cavalli e cavalieri richiedano ancora un livello di fiducia e rispetto reciproco, queste relazioni sono spesso anche transazionali, transitorie e strumentali.

Cavalli e cavalieri lavorano insieme nello sport equestre d'élite per produrre risultati competitivi rapidi e di successo, ma lo status dei partner equini e umani non è uguale, sollevando domande sull'etica di tali sport.

L'uso degli animali nello sport solleva preoccupazioni etiche, poiché gli animali non possono dare il consenso informato alla loro partecipazione allo sport umano.

Tuttavia, c'è una contropartita di cui tenere conto, per reggere la competizione, i cavalli sono sottoposti a cure veterinarie di routine, nonché ad alimentazione ricca e curata, intese a preservare il valore del cavallo a lungo, dunque la sua salute.

I cavalieri di questo studio rivelano che la relazione cavallo-cavaliere nello sport equestre d'élite è complessa e può assumere forme diverse. Per questi atleti, i cavalli non si riducono allo stato delle macchine di produzione, come possono essere molte specie di allevamento, né sono eccessivamente umanizzati come molti animali da compagnia. I cavalieri di questo studio rispettano i loro cavalli come atleti e come cavalli, non come surrogati di esseri umani.

Questo studio sullo sport equestre d'élite in Inghilterra rivela lo stato altamente ambiguo dei cavalli sportivi e la complessa, spesso contraddittoria, natura della relazione atleta umano - atleta cavallo al suo interno.

Il ruolo mutevole del cavallo nelle società umane - da uno stato in gran parte funzionale e basato sul lavoro a uno stato più basato sullo sport, il tempo libero e il consumo - ha posto i cavalli moderni sotto nuove e - potenzialmente dannose - esigenze.

Il cavallo è un compagno animale disponibile e cooperativo ma la "pressione per l'eccellenza" nello sport equestre lo può rendere vulnerabile.

Questa pressione continua è in grado di provocare danni fisici e psicologici, attribuendo maggiori responsabilità morali agli esseri umani per salvaguardare il benessere equino. Come indica la discussione nelle sezioni precedenti, questi problemi sono esacerbati dalla crescente comunicazione commerciale e dalle pressioni finanziarie associate allo sport equestre di oggi, che si traducono in un rapido uso e consumo, per via della concorrenza, che spinge gli associati, in virtù delle necessità economiche, a esigere dal cavallo la massima resa in relazioni spesso a breve termine.

Lo studio ha interessato le 3 discipline equestri olimpiche del salto ostacoli, dressage e completo. 

Il valore dei cavalli top nelle competizioni sopra citate è estremamente elevato e richiede che la maggior parte degli equestri per poter concorrere ai livelli superiori faccia affidamento su proprietari di cavalli che non coincidono con la figura del cavaliere/amazzone che porta il cavallo in concorso. Questo studio suggerisce che i proprietari sono sia stimati (per il loro sostegno finanziario), sia oggetto di risentimento (per la loro mancanza di conoscenza) all'interno dello sport equestre d'élite.

La relazione diventa allora un tango che coinvolge cavallo - proprietario - cavaliere ed è complicata dalla presenza di tre attori distinti con 3 livelli diversi di competenza, coinvolgimento fisico ed economico nella situazione.

Pertanto, all'interno dello sport equestre d'élite potrebbe essere necessario andare oltre il pensare alla relazione persona-cavallo come una diade, e invece esplorare le dinamiche della triade persona - cavallo - persona.

La natura dello sport equestre sta diventando sempre più un lavoro, come nell'ippica, differentemente dall'equitazione del secolo scorso.

Le persone più anziane dell'ambiente lamentano i cambiamenti e la natura sempre più commerciale degli sport equestri come una minaccia allo sviluppo di partenariati cavallo-umani considerati da tempo essenziali per l'addestramento classico e la bella equitazione d'altri tempi.

La volontà di cercare di massimizzare l'efficacia della triade proprietario, atleta umano, atleta cavallo, caratterizza lo sport equestre contemporaneo e lo distingue dal passato.

Lo sport equestre attuale è altamente commercializzato e richiede l'apporto di risorse significative (denaro, tempo, energia, fisicità, emozione, ecc.). Visto l'investimento, la "pressione per l'eccellenza" all'interno dello sport equestre d'élite trasforma i cavalli sportivi in ​​merci, che cambiano di mano frequentemente per ingenti somme di denaro. Allo stesso tempo, i cavalli sportivi sono anche esseri senzienti in sé e i talenti, le personalità e le stranezze dei singoli cavalli sono alcuni degli aspetti più stimolanti ed emozionanti dello sport equestre.

Se il cavallo è ciò che attrae per affrontare la carriera equestre, e la relazione è fondamentale per portare al top della disciplina, il tradimento della relazione è dientro l'angolo, poiché basata sull'ambivalenza e il precariato.

Nessuna relazione è per sempre, per quanto affinata negli anni.

Queste pressioni in competizione, che portano a confinare il sentimento, rendono lo sport equestre d'élite un ambiente complesso ed esigente sia per i cavalli sia per gli equestri coinvolti, e rivelano alcune delle peculiarità ed ambiguità tipiche nelle relazioni umani/animali strumentali.

Tools of the trade of part of the family? Horses in competitive equestrian sport
Society and Animals , 2014
Kate Dashper

Secondo la dottrina cristiana l’anima è ciò che forma e informa il corpo ed è sede di tutte le facoltà spirituali come volontà, intelligenza, memoria, sensibilità.


Saturno era provvisto in massimo grado di tutte queste facoltà ma, secondo l’opinione della maggior parte dei teologi cattolici, non poteva comunque avere un’anima, tanto meno una immortale, per il semplice motivo che era il cavallo di Romano L., il carrettiere che una volta al mese passava per conto della F.R.O., (Fabbriche Riunite Ossigeno), a consegnare le bombole di acetilene che servivano per la saldobrasatura dei metalli, processo necessario ad assemblare i telai delle biciclette che uscivano dalla nostra officina.

Questa importante azienda chimica produceva ogni tipo di gas per uso industriale e medico ma non ne gestiva direttamente la distribuzione, dandola in concessione a dei trasportatori autonomi i quali, fino agli anni cinquanta, per la bisogna si servivano di carri trainati da cavalli.

Dopo la guerra, la sempre maggiore richiesta di materiali gassosi da parte delle imprese e l’industrializzazione a macchia d’olio dell’intero territorio provinciale, avevano costretto i distributori ad abbandonare progressivamente il trasporto con trazione animale per dotarsi di moderni motocarri e camion.

Ma Romano no, lui era rimasto fedele al tradizionale carretto e aveva continuato a usarlo fino a quando si era ritirato dall’attività.

D’altronde, il giro di consegne abbastanza limitato che gli era stato assegnato, una decina di officine meccaniche e qualche farmacia, tutte nel raggio di pochi chilometri dalla fabbrica di produzione, gli permetteva di lavorare ancora senza problemi con l’amato cavallo.

Romano viveva da sempre in simbiosi con questo animale.

A sedici anni aiutava già il padre nel trasporto di sabbia e mattoni per i cantieri edili, poi aveva prestato servizio militare in cavalleria, prendendo parte anche alla campagna di Russia. Durante la ritirata, questo era uno dei grandi dispiaceri della sua vita, l’avevano costretto ad abbattere la sua cavalcatura per sfamare i compagni.

Quando l’avevo conosciuto negli anni sessanta, Romano aveva ormai una certa età e girava con Saturno, quello che sarebbe stato il suo ultimo compagno di lavoro, un magnifico cavallo sauro da tiro di taglia media, balzano da quattro, cioè con delle macchie di pelo bianco sopra gli zoccoli.

Non penso fosse di razza pura ma era una bestia vigorosa, dalle linee molto eleganti. Tra i due esisteva un rapporto speciale, paritario, diverso da quello affettivo un po' sdolcinato che si crea a volte tra padrone e animale, dove il primo assume il ruolo del padre, o della madre, e il secondo quello del figlio eternamente bambino.

Si può dire che la loro fosse una vera e propria amicizia, simile a quelle che talvolta nascono sui banchi di scuola, nei cantieri di lavoro o in guerra, amicizie virili fatte di scherzi e bevute ma anche di confidenza, rispetto e solidarietà.

Romano non usava mai la frusta con Saturno, credo non l’avesse nemmeno, e non toccava quasi le briglie, in compenso parlava molto al cavallo, gli diceva quando fermarsi, quando partire, dove svoltare.

Ma avrebbe potuto anche farne a meno, l’animale conosceva infatti il giro dei clienti a menadito e quando qualche volta il padrone si assopiva a cassetta, gestiva lui stesso la consegna, portando in maniera autonoma il carro a destinazione rispettando diligentemente semafori e precedenze.

Tutte le mattine verso le dieci, Romano fermava il carro davanti alla solita osteria per concedersi un panino e un quartino di bianco; prima però dissetava Saturno facendolo bere da un secchio che riempiva alla fontana e gli appendeva al collo il sacco con uno spuntino composto di avena e pezzi di carruba.

Capitava a volte che Romano trovasse qualche amico e allora la sosta di metà mattina tendeva a dilatarsi, i bicchieri iniziavano ad accumularsi pericolosamente sul bancone del bar e le voci, sovrapponendosi, salivano sempre più di tono.


Saturno pazientava per un po’, dimostrando una certa indulgenza verso le debolezze del padrone.

Poi, quando la cosa andava troppo per le lunghe, cominciava a battere nervosamente lo zoccolo sul selciato e ad emettere dei brevi nitriti indispettiti fino a che Romano, capita l’antifona, salutava velocemente i compari e risaliva sul carro brontolando qualche scusa.

Quando il carrettiere aveva finalmente raggiunto l’età per la pensione, Saturno era ancora un animale molto forte e idoneo al lavoro. Ma, a un agricoltore del contado che si era fatto avanti per acquistarlo, Romano aveva risposto sgarbatamente, cacciandolo in malo modo, quasi il poveretto gli avesse fatto una proposta indecente.

Il cavallo aveva potuto così restare nella comoda stalla dove era vissuto in quegli anni, era l’ultima rimasta nella nostra zona, annessa all’officina di un maniscalco - un certo Antonio V. - e aveva come compagno un asino abbandonato dai proprietari, che il fabbro aveva generosamente deciso di tenere e sfamare.

Saturno però non aveva mai legato tanto con l’umile cugino trattandolo anzi con aristocratica alterigia.

I cavalli da lavoro, così come i muli e i somari, erano ormai pressoché scomparsi anche nelle campagne e Antonio, ma tutti lo chiamavano Toni Caval, ferrava quasi esclusivamente purosangue da corsa per conto di alcune scuderie milanesi, compresa quella di Mike Bongiorno, cosa questa che l’aveva reso una celebrità dalle nostre parti.

Certe mattine una macchina di grossa cilindrata guidata da un autista in divisa si fermava davanti alla sua officina, lui vi saliva un po’ impacciato portando con sé il grembiulone di cuoio e la cassetta della mascalcia, l’auto ripartiva diretta verso l’ippodromo di San Siro e lo riaccompagnava a casa in tarda serata.

Toni era una persona semplice, di origine contadina e una volta che lo avevano portato a mangiare nel lussuoso ristorante annesso al galoppatoio frequentato dai ricchi allevatori, aveva ingenuamente chiesto il suo piatto preferito, una tipica pietanza veronese, lo stracotto di cavallo con la polenta, provocando l’indignata reazione dei presenti che lo avevano fatto allontanare dal locale.

La stalla di Toni era a due passi dall’abitazione di Romano, il quale vi si recava tutte le mattine di buon ora, rifaceva la lettiera con della paglia fresca, riempiva di fieno la greppia, d’estate lavava il cavallo con la pompa dell’acqua, lo strigliava e lo faceva camminare nell’ampio cortile raccontandogli a bassa voce le ultime novità. Saturno lo ascoltava attentamente muovendo gli orecchi ed emettendo di tanto in tanto dei borbottii di approvazione.

Dopo qualche anno Romano era rimasto vedovo e, si sa come vanno queste cose, le nuore avevano convinto i mariti che sarebbe stato meglio, per il suo bene intendiamoci, affidarlo a una casa di riposo. Lui, che era una persona ragionevole e di buon carattere, aveva capito la situazione e accettato, prima però aveva preteso che i figli lo portassero a cercare una sistemazione dignitosa per Saturno.

Avevano battuto così in auto, per più di un mese, la campagna a sud di Verona, per trovare il luogo e, soprattutto, le persone giuste.

- No, no stalla troppo piccola. –
- Ma hai visto questo che faccia da tagliagole? Tempo una settimana e il cavallo è già in pentola.-
- Qua andrebbe bene ma è troppo lontano, come faccio ad arrivarci?-

Finalmente, quando i figli erano ormai vicini all’esaurimento nervoso, aveva trovato il posto giusto, una stalla tranquilla con qualche vacca, un recinto all’aperto molto grande, alberi, contadini che sembravano brave persone.
Avevano pattuito rapidamente il prezzo per vitto e alloggio, si erano stretti la mano, ci avevano bevuto su un paio di vermouth, e il giorno dopo Saturno era già nella sua nuova casa.

Romano attendeva con ansia il giovedì quando, di buon mattino, poteva uscire dal portone dell’ospizio nel centro storico di Verona e salire sulla filovia numero quattro che lo avrebbe portato in venti minuti nel nostro quartiere dove, dopo aver salutato qualche amico, prendeva la corriera per Mantova fino al paese, distante una quindicina di chilometri, nelle vicinanze del quale si trovava la fattoria che ospitava il cavallo.

E ogni giovedì alle prime luci dell’alba, Saturno trottava fino alla rete di recinzione e rimaneva poi immobile, con gli occhi fissi sul viottolo, dal quale sapeva sarebbe spuntato da un momento all’altro il padrone.

L’animale era di solito molto tranquillo, ma non appena scorgeva Romano che lo salutava da lontano con la mano, e gli mostrava la borsa con le carote e le mele, delle quali entrambi erano golosi, incominciava a scalpitare e a nitrire dalla gioia. I due restavano insieme quasi tutto il giorno, camminavano lentamente per i campi, mangiavano qualcosa, si litigavano scherzosamente le ultime mele.

Poi, nel tardo pomeriggio, Romano riprendeva la corriera per Verona.

Prima di salire sulla filovia si fermava un po’ in officina a scambiare quattro chiacchiere e a raccontarci le ultime novità su Saturno.

Tutto questo era andato avanti per alcuni anni, ma quando quel giovedì pomeriggio Romano era arrivato in negozio molto più tardi del solito, con gli occhi rossi, avevamo capito subito cos'era successo.

- È morto ieri sera, hanno chiamato il veterinario ma non c'è stato niente da fare, c'era un figlio di puttana, non so chi fosse, che voleva comprare la carcassa per le ossa e la pelle, se non me lo cavavano dalle mani lo rovinavo quel figlio di troia. Poi gli ho fatto scavare una buca con il trattore e sono rimasto là finché non l'hanno sotterrato, ma la settimana prossima ci torno per vedere che non abbiano fatto scherzi. –

Romano non era ritornato laggiù e non era più passato nemmeno in quartiere. Poi, dopo quasi un anno, se n’era andato anche lui.

I cristiani credono che dopo la morte esista un paradiso dove chi è vissuto in grazia di Dio potrà restare per sempre con le persone che ha amato in vita. Sarei molto sorpreso se questa faccenda fosse vera ma, dovesse esistere davvero questo luogo, Saturno non ci sarebbe potuto entrare perché, secondo i soliti teologi, non possedeva un'anima immortale.


Non so se Romano B. fosse vissuto in grazia di Dio o se fosse credente, penso di no, ma sono sicuro che, se lo fosse stato, avrebbe preferito restare fuori da questo posto dove non lasciavano entrare il suo cavallo.

In nome di Romano e Saturno, scritto per Horse Angels da Alfredo Nicoletti, di Verona.

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