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Nip Tuck, l'attuale top horse - campione olimpico di dressage britannico - montato da Carl Hester, vive tutto l'anno in gestione naturale.

Oggi esiste un ampio consenso sui vantaggi del far vivere in linea con i dettami etologici specie specifici i cavalli, con una sola eccezione: i cavalli sportivi, in particolare quelli definiti "top", ovvero nelle alte categorie competitive delle discipline olimpiche.

Eppure, ci sono molti esempi e studi che provano che anche per i cavalli sportivi la gestione vincente è quella stabilita da madre natura.

Ciò che disincentiva un progresso in questo senso è additato a queste variabili presunte:

  • maggior rischio di lesioni
  • difficoltà a reperire centri ippici con le necessarie infrastrutture
  • impossibilità a non tosare cavalli sportivi (non tosarli è l'alternativa invernale alla coperta per cavalli)
  • necessità di ferrare i cavalli per lo sport, che cozzerebbe con la gestione naturale al pascolo (dove i cavalli facilmente perderebbero i ferri)
  • minor collaborazione del cavallo alla prestazione, se e quando fosse introdotto alla gestione naturale

Queste ritrosie sono per lo più arroccate su stereotipi e pregiudizi, dato che ci sono diversi atleti top - oggi giorno - che si sono espressi a favore della gestione naturalizzata e continuano a vincere come e più di prima. Tra questi citiamo: i britannici Carl Hester e Charlotte Dujardin, e la tedesca Utta Gräf in Germania nel campo del dressage, e il connazionale Lorenzo De Luca nel campo dello show jumping.

Ecco i vantaggi che controbilanciano ampiamente le presunte difficoltà:

  • i cavalli si muovono anche da soli, ne aumenta il tono muscolare e di umore
  • il sistema immunitario ne esce rafforzato e i cavalli diventano più resistenti alle malattie
  • zoccoli, tendini, legamenti, muscoli e ossa si rafforzano, con plusvalore di non dover ricorrere a trattamenti che possono configurare il doping per concorrere con i cavalli
  • grazie alla pascolazione che presuppone che il cavallo tenga la testa a terra gran parte del tempo, i muscoli del collo si rafforzano e la schiena si raddrizza
  • la respirazione migliora e si scongiurano patologie polmonari come la bolsaggine
  • la digestione migliora grazie al movimento continuo e si scongiurano le coliche
  • i cavalli sono più sereni e quindi più facilmente gestibili anche da terra, limitando il rischio di infortuni
  • i cavalli sono più felici e sono quindi più disposti a gareggiare serenamente, con grande vantaggio per l'opinione pubblica

Sul rischio di infortuni. E' ampiamente provato che il rischio diminuisce se il cavallo ha la possibilità di fuga da ciò che lo spaventa. In condizioni anguste, le vie d'uscita vengono a mancare. Non dimentichiamoci che esiste la tipologia di infortunio da gestione in box durante le normali operazioni di pulizia della stalla o del cavallo, per la somministrazione di trattamenti sanitari e quanto altro, come esiste la tipologia di infortunio da carico e scarico dei cavalli per i trasporti. Ma anche dal box al rettangolo di allenamento, e in campo di lavoro, un cavallo esplosivo - perché troppo compresso da eccesso di scuderizzazione - dà decisamente più problemi da gestire, con maggiorata la possibilità di infortunio.

Sono numerosi gli studi che supportano questa tesi, quasi tutti condotti da ricercatori tedeschi che hanno portato alla formulazione della cosiddetta "stalla attiva", già una realtà diffusa in paesi come la Svizzera e per l'appunto la Germania.

La stalla attiva, dai suoi esordi, ha permesso varie sperimentazioni, fino alla strutturazione attuale che permette l'alimentazione individuale anche con sistemi automatizzati, sofisticate aree relax, e sistemi di rotazione dei pascoli che consentono pulizia e decoro, tali da soddisfare le esigenze pratiche ed estetiche anche di atleti top.

Il sistema delle stalle attive, in passato denigrato come letamaie a cielo aperto, oggi ha validi esempi di fondi ben tenuti con igiene supportata dall'esperienza e pratica. Certo, occorre la giusta metratura per consentire una gestione naturale che soddisfi l'igiene e l'estetica. Un'analisi di mercato commissionata dalla Federazione equestre tedesca ha dimostrato che l'80% degli atleti umani considera la stalla attiva la sistemazione ottimale per i cavalli, soprattutto perché limita la sindrome da stress nei cavalli, con tutto ciò che comporta, e per la fragile salute dei nervi, dunque vizi di stalla, piuttosto che coliche e ulcere, e per la difficoltà di gestire animali così grossi e pesanti, e potenzialmente pericolosi, quando sono nervosi e irritabili.

A frenare queste soluzioni, soprattutto in Italia, è solo ed esclusivamente la difficoltà a reperire i soldi per le ristrutturazioni, in un momento di crisi economica che attanaglia anche i circoli ippici e li porta a cercare il risparmio, giustificandolo come la migliore gestione possibile per cavalli sportivi, anche se palesemente non lo è. Ma è nato prima l'uovo o la gallina? Certe riforme strutturali andavano fatte forse già 20 anni fa, quando i soldi c'erano. Parte della crisi del sistema cavallo nasce anche dai ritardi nelle riforme strutturali necessarie, vedesi il caso dell'ippica. Questo è un serpente che si morde la coda. Non si fanno le riforme, è più difficile uscire dalla crisi, intanto ne risente in generale l'immagine di tutta l'industria equestre e ippica.

Leggi anche La stalla attiva.

Uno studio pubblicato su PubMed nel 2019, a cura di scienziati autorevoli, propone che l'applicazione antropomorfa degli stereotipi di genere agli animali influenzi le interazioni uomo-animale e le aspettative umane, spesso con conseguenze negative per gli animali femmine.

È stato condotto un sondaggio online per esplorare le percezioni dei cavalieri sul temperamento dei cavalli e l'idoneità per l'impiego basato sul sesso dei cavalli. Il questionario chiedeva agli intervistati di assegnare tre cavalli ipotetici (una cavalla, un castrone e uno stallone) a quattro cavalieri di cui: una donna, un uomo, una ragazza e un ragazzo.

I cavalieri erano descritti come ugualmente capaci di cavalcare ogni cavallo e ogni cavallo era descritto come adatto a tutti i cavalieri.

Ai partecipanti è stato inoltre chiesto quali fossero i cavalli (fattrici, castroni o stalloni) più adatti per le tre discipline equestri di salto ostacoli, dressage e trail-riding.

Sono state condotte analisi di regressione logistica per indagare le percezioni delle persone sull'idoneità dei cavalli per gli equestri al fine di valutare se età, forza o genere fossero importanti nella scelta del cavaliere e per indagare l'assegnazione delle variabili a un castrone, stallone o cavalla.

Sono stati intervistati 1.233 equestri, il 94% dei quali era di sesso femminile e il 75% dei quali era costituito da equestri con almeno otto anni di esperienza.

La regressione logistica binomiale ha rivelato che la ragazza aveva 2,5 volte le probabilità di essere assegnata al castrone rispetto al ragazzo. Gli intervistati erano significativamente più propensi ad assegnare lo stallone all'uomo e quasi il 50% degli intervistati non ha fatto una scelta per il ragazzo, come se il suo genere fosse meno importante per la scelta.

In una scelta forzata in positivo o negativo, con termini descrittivi pre impostati per definire il temperamento del cavallo, una percentuale maggiore di intervistati ha assegnato valutazioni positive ai castroni con termini quali: calmi, allenabili, affidabili e prevedibili. In termini di idoneità per le tre discipline equestri di salto ostacoli, dressage e trail-riding, i partecipanti hanno scelto in modo schematico i castroni per il trail-riding, essendo le fattrici meno preferite sia per il dressage che per le discipline di salto ostacoli.

I risultati suggeriscono che gli equestri femmine stanno entrando nella diade umano-cavallo con idee di genere sul temperamento dei cavalli e vedono l'equitazione come attività principalmente per donne e ragazze. Ciò potrebbe avere implicazioni di vasta portata per la formazione e il benessere degli equini.

PLoS One. 2019 14 maggio; 14 (5): e0216699. doi: 10.1371 / journal.pone.0216699. eCollection 2019.
Fenner K, Caspar G, Hyde M, Henshall C, Dhand N, Probyn-Rapsey F, Dashper K, McLean A, McGreevy P.  -
PMID:
  31086385 DOI:  10.1371

La Kusner su Aberali bitless

Equitazione Naturale: il sistema italiano di Caprilli applicato nel mondo

L'Atleta in sella bene impostato asseconda maggiormente il cavallo nell'espressione del suo massimo gesto atletico; ed alla lunga vince di più

BIOPIC: Kathy Kusner: Stati Uniti • classe 1940 • Atleta-amazzone di Salto ostacoli

Kathy Kusner nasce a Gainesville in Florida il 21 marzo 1940. - Figlia di un pilota della Air Force (ha conseguito lei stessa, nel tempo, il brevetto di pilota civile) e di una insegnante elementare; campionessa esemplare di stile e tecnica e medaglia olimpica, per 12 anni membro del team USA di salto ostacoli, oggi 78enne, tiene stage e clinic di equitazione in tutto il mondo.

Le amazzoni campionesse esemplari per stile e tecnica, approdate ai massimi livelli mondiali si contano sulle dita di una mano; ed ancor meno sono quelle divenute tali nella piena applicazione del sistema di equitazione naturale ideato da Federico Caprilli. Kathy Kusner, a buon diritto ed a pieno titolo, può essere annoverata tra queste; come dimostrano ancor oggi le foto che la riguardano e ritraggono su ostacoli di oltre 2 metri altezza in perfetto stile per postura, assetto, leggerezza, equilibrio sulle staffe, ceduta piena, contatto con un filo di redini.

Atleti in sella (cavalieri o amazzoni) che montano bene su percorsi con ostacoli di media entità, seppur in minoranza, se ne trovano; ma sono rari quelli in grado di farlo correttamente sulle massime altezze e rarissimi, autentiche “mosche bianche”, quelli stilisticamente e tecnicamente perfetti (corretti sarebbe già sufficiente) o quasi su ostacoli e categorie tipo “sei barriere” e/o di potenza in elevazione.

Il rispetto totale di ogni equilibrio psico fisico dell'atleta-cavallo richiede un “Atleta in sella” che sia veramente tale e bene impostato; poiché unicamente un “Atleta” con perfetta impostazione in sella ed equilibrato sulle staffe può, alla lunga, vincere di più; essendo perfettamente in grado di prendere il meglio, assecondandolo, dal proprio partner: ottenendo il massimo possibile dal “primario atleta sotto la sella”.
La fermezza e flessibilità in sella, l'aderenza del ginocchio, l'inforcatura dinamica, la distribuzione e lo scarico dei pesi, l'uso della staffa, la leggerezza nell'assecondare il movimento ed il gesto atletico del cavallo, unite alla sensibilità ed indipendenza di busto, braccia e mano per un contatto elastico tramite “un filo di redini” con la bocca del cavallo, sono doti derivanti, direttamente, dalla "atleticità”, dall'impostazione e dalle capacità acquisite da chi è posizionato in sella. L'impostazione in sella è tutto.
La propriocezione va stimolata ed acquisita. L'assetto è equilibrio consapevole ed acquisito da chi sta in sella; l'equilibrio è stile e lo stile è tecnica funzionale all'ottenimento della massima prestazione atletica del binomio e particolarmente dell'atleta primario posizionato sotto la sella di chi, responsabilmente, lo conduce e guida.

Le foto di Kathy Kusner esprimono tutto ciò.
Le foto su Aberali, condotto senza imboccatura, con un filo di redini, in equilibrio sulle staffe, ginocchia ferme e ceduta totale, sono esemplari.

Montar bene non è un optional.
• Montar bene si deve e si può e deve essere l'obiettivo primario di un grande atleta in sella; che in primis si preoccupa del benessere e del totale rispetto del suo partner.
• Vincere ad alto livello, ad esempio un Gran Premio, montando male, ed a scapito dell'atleta-primario del binomio, non è accettabile sportivamente.

Un Atleta degno di tale appellativo deve saper montar bene ed essere in grado di dimostrarlo con evidenza ogni volta che entra in campo gara:
• non può e non deve uscire dalla sella e precipitare malamente sul cavallo in parabola discendente, cianconandolo dolorosamente, unicamente perché non è in grado di utilizzare le staffe, di mantenere il ginocchio in sede sul quartiere, alleggerendosi e cedendo con braccio e avambraccio quanto basta, in linea con la bocca del cavallo; che in tal modo e solo se ceduto, potrà utilizzare il suo “bilanciere” (testa collo) effettuando la giusta parabola, ed impiegando così tutti i suoi potenti mezzi naturali.
Raro vedere oggi, anche ad alti livelli, l'assecondamento totale, una ceduta davvero completa o assetti esemplari in sella (le foto le prove sono a disposizione di tutti. I video visionati al rallentatore parlano da sé).

In ciò la Kusner è esemplare. Può essere portata ad esempio a chiunque, giovane allievo o atleta formato che sia. Le sue foto non necessitano di commenti. Ciò che ha vinto in carriera (che non è poco) lo ha vinto montando bene, rispettando i i suoi cavalli-parter.

Campionessa del team USA all'epoca in cui ne era Direttore Tecnico (coach) Bertalan de Némethy (1911-2002), un ufficiale di cavalleria ungherese naturalizzato americano sul finire del secondo conflitto mondiale ed allievo nella sua terra d'origine e negli anni 30 del '900 di Francesco Amalfi (inviato in Ungheria dal regime italiano dell'epoca), del quale ne assorbe gli insegnamenti, basilarmente impostati ai principi caprilliani di assetto e stile funzionale al totale assecondamento del gesto atletico del cavallo.

La Kusner si era rivelata al grande pubblico degli appassionati di equitazione degli Stati Uniti nel 1958, all'età di 18 anni, acquisendo grande popolarità per aver realizzato il record di elevazione tra le amazzoni. Un primato ed un talento stilistico apprezzato dai tecnici del settore, che, nel 1962, quando aveva 22 anni, la chiamarono a far parte del team statunitense di salto ostacoli.
Partecipò così ai Giochi Olimpici di Tokyo nel 1964 e di Monaco nel 1972, dove vinse la medaglia d'argento di squadra. Fu seconda nel Campionato del Mondo a Hickstead, nel 1965, in sella a Untouchable e vinse il Campionato d'Europa nel 1967 a Rotterdam, con Untouchable e Aberali.

Aberali 1966 Piazza di Siena

C.H.I.O. DI PIAZZA DI SIENA MAGGIO 1966
ABERALI E STEFANO ANGIONI 1° POSTO NELLA "VINCITORI"

Finché gareggiò fu esemplare dimostrazione di stile che diviene tecnica funzionale alla massima prestazione sportiva. Particolarmente, ma non solo, col grigio Aberali, un cavallo in precedenza di proprietà di Angioni ed acquistato in Italia; montato da entrambi senza imboccatura ed esemplarmente dalla Kusner per anni ai vertici mondiali su percorsi ed ostacoli di grande levatura.

La tutela del benessere del cavallo sportivo ed atleta è innanzitutto e primariamente da attuare in ambito sportivo e tecnico. L'etica sportiva e la buona tecnica equestre e naturale, tutela di fatto il cavallo ed evita ed esclude tecniche e sistemi inappropriati o dannosi alla salute psico-fisica. Montar bene e correttamente, con stile e tecnica, senza imboccature pesanti o strumenti coercitivi, è il primo segnale visibile e giudicabile di rispetto e tutela del cavallo.

• Montar bene, dunque, si può e si deve, soprattutto ai massimi livelli, ai quali non vi è ragione di presentarsi se non esemplarmente al meglio, da atleti e sportivi responsabili, rispettosi, e davvero capaci.
Ed il giudizio di tali capacità ed imprese sportive non deve essere lasciato a pochi; ma ai molti, privi di interesse di parte e/o economici, resi capaci di giudicare in proprio e nell'interesse esclusivo dello sport più autentico, nel totale rispetto fisico, psichico e tecnico di entrambi gli atleti che compongono il binomio sportivo equestre; primo tra tutti l'atleta più autentico e generoso, ma privo di parola: il cavallo.

Nella galleria immagini sotto il profilo autore, alcune foto dell'amazzone che mettono in evidenza:

  • "assecondamento e rispetto di tutti gli equilibri naturali del cavallo" sul salto
  • peso distribuito sulle staffe e non sul dorso
  • cessione completa con un filo di redini
  • libertà di utilizzo da parte del cavallo del SUO "bilanciere" (testa collo) in parabola sul salto

Le manifestazioni che impiegano equidi in Italia, fuori e dentro i circuiti ufficiali, sono ispirate alle antiche corse di cavalli romane.

Queste erano tutt'altro che manifestazioni pacifiche, vi perdevano la vita di sovente sia umani sia cavalli. Non solo, il sacrificio del cavallo in talune occasioni faceva parte dello spettacolo.

Questo è il caso, ad esempio, del "cavallo d'ottobre" romano, in cui un cavallo veniva appositamente ucciso in piazza in onore di Marte. Al termine delle corse di cavalli, all'epoca condotte principalmente con biche, un cavallo della squadra vincente era trafitto mediante una lancia e quindi sacrificato in onore dei "politici". Il suo corpo veniva smembrato, la testa e la coda in particolare erano reclamate dalle fazioni (antiche contrade). Due quartieri mettevano in scena una lotta per il diritto a mostrare la testa, mentre la coda da poco tagliata era portata alla Regia, per alimentare il fuoco sacro di Roma. E forse le sue ceneri utilizzate in qualche altra funzione sacra.

Il Cavallo di Ottobre non è l’unico esempio di sacrificio di un cavallo per riti di propiziazione legati a tradizioni religiose, alla fertilità o alla celebrazione del potentato.

Sacrifici di cavalli per fondare la supremazia di antichi "Re", piuttosto che per assicurare la fertilità di mogli reali o di raccolti, si ebbero anche nell'antica Grecia, India, Iran e Irlanda. 

D'altra parte, nell'antichità il sacrificio di animali in riti di piazza era la norma, non l'eccezione, e non era risparmiato alcun animale, neppure il cane, quest'ultimo immolato per i riti di purificazione, fondazione e passaggio dalla vita alla morte.

Qualcuno dirà, meglio gli animali che gli umani, visto che l’uccisione di vittime umane non suscitava in epoca arcaica nessun tipo di scandalo o giudizio moralistico, era assolutamente normale e faceva parte della prassi religiosa antica, incluso quella da cui deriviamo direttamente noi, ovvero sia romana sia soprattutto greca.

Ebbene, le tradizioni sono fatte per essere superate dalle innovazioni, e sicuramente il superamento del sacrificio umano è stato un atto dovuto, come lo è oggi il superamento del sacrificio animale per mero spettacolo.

Purtroppo in Italia certe tradizioni faticano ad essere deposte e resti della tradizione dei sacrifici di animali li abbiamo oggi in alcune manifestazioni legate ai cavalli, dove in onore dei santi, o del dio denaro, viene spettacolarizzata la morte preannunciata di animali innnocenti, che non hanno scelto di correre e competere. 

A ben guardare tutta l'industria equestre si fonda sul sacrificio del cavallo per spettacolo. Se questo infatti non è qualificato come animale d'affezione, bensì come macchina non senziente, che se si rompe si cambia, di che altro stiamo parlando!?!

L'ippica non è forse uno spettacolo in cui si scommette sulla vita dei cavalli? Se perdono con ricorrenza, non vanno forse questi cavalli al macero indipendentemente dal fatto che le loro carni siano salubri per la macellazione? E certi palii dove l'incidente è parte del valore aggiunto dello spettacolo, non sono forse sacrifici di piazza di animali innocenti per il pubblico godimento?

L'attrazione per la violenza in certe manifestazioni con i cavalli

C’è un elemento non detto e indicibile nella segreta attrazione di persone alla violenza, alle volte più apparente che reale, che nel mondo del cavallo permette di infrangere le barriere normalmente accettate dell’etica e del vivere sociale.

Facciamo un esempio, se si frusta un cane per incitarlo all'andatura, e ciò viene ripreso e messo sui social ai giorni d'oggi, apriti cielo, come minimo diventa un caso nazionale che smuove anche le coscienze dei parlamentari. I cavalli si frustano regolarmente nelle competizioni e non ci fa caso nessuno.

Labile e quasi evanescente è il confine che separa dalla violenza vera e propria la propensione di parecchi equestri e ippici a "dominare" il cavallo con la forza, mostrando in questo modo il proprio valore dove il confine con il sadismo è vago, incerto, alle volte quasi inesistente.

In altre parole: in alcuni ambienti di cavalli una certa dose di aggressività, a patto che non faccia zapillare del sangue, che non lasci ferite aperte che abbisognano di medicazione, è considerata sostanzialmente innocua e, anzi, è lodata perché "serve" ad esprimere la forza e capacità di prevaricazione dell’uomo e quindi, indirettamente, il potere di attrazione che tale persona "virile" dovrebbe esercitare su donne dall'assetto mentale "tradizionale". 

Questo istinto, seppur più accentuato nella psicologia maschile (e notoriamente certi ambienti, tipo ippica e palii, sono ancora prevalentemente ambienti di uomini), non è assente in quella femminile e si esprime con donne che amano dimostrare la propria potenza e padronanza sottomettendo con la forza i cavalli per gioco, sport, divertimento o spettacolo. 

L'elemento sadico e il contraltare masochista presente nella società 

Tutto questo esprime il piacere per il sacrificio e la sottomissione rituale del cavallo, ma basta uno sguardo alla nostra società per rendersi conto che solamente la più grossolana ipocrisia potrebbe negare che l’elemento sadico, e quello masochista dall'altra parte, sono consapevolmente radicati in essa, tanto da divenire tema di speculazione commerciale, come si vede appunto nell'industria equestre e ippica. 

Laddove una simile tendenza non diventa estrema, anche nella sua volgarità, potremmo definire che questo "mercato" non è patologico. Certamente, per un'equilibrata legislazione dell'industria equestre e ippica occorre avere parecchia conoscenza degli istinti fondamentali su cui si basa la nostra società, ma anche sulla sensibilità contemporanea, sul desiderio di progresso che è innato negli occidentali e con ciò di rivalsa del bene sul male. 

Dalla parte del cavallo

In tutto questo gli animalisti potrebbero esultare ogni qual volta il cavallo scarica l'umano, ribaltando la questione del potere.

Va detto che la vittoria dell'umano sul cavallo alle volte è solo apparente. Molti cavalli proprio là dove, in apparenza, si arrendono e si consegnano inermi allo strapotere dell'equestre, colgono di fatto la propria rivincita e vittoria consistenti nell'asservimento dell'umano ai bisogni del cavallo, che non sono pochi. I cavalli "buoni" tendono ad avere vita più lunga e a morire più spesso di vecchiaia, rispetto a quelli che si ribellano. Dal punto di vista del cavallo è opportunismo. 

La sottomissione del cavallo non è un male in se stessa in assoluto, ma può diventarlo qualora non trovi la giusta contromisura. Ovvero, se il cavallo si guadagna una vita dignitosa, è amato e sostanzialmente trattato bene, ha tutto ciò che gli serve per vivere sereno e in salute e arriva a morire di vecchiaia, il sacrificio si può dire che ne è valso la pena.

Quello che oggi appare sempre più ingiustificabile, ai fini dell'accettazione sociale della sottomissione del cavallo, invece, è il contesto di una cultura che assolutizza il sacrificio negando radicalmente la dimensione spirituale, senza cioè contropartita. 

Che il cavallo perda tutto e non guadagni niente oggi è inaccettabile

La vita interiore degli esseri umani si regge su una trama delicata di compromessi, contrasti, sfaccettature che si vedono riflesse nei giudizi che vengono espressi.

Certo che è contradditorio, dal punto di vista di un alieno razionale, che una persona che mangia carne si indigni perché muore un cavallo in pista o in piazza per "spettacolo", ma dal punto di vista umano - terra a terra - ha tutte le sue ragioni. La struttura dell'essere umano non è fatta per essere monolitica, coerente rispetto a se stessa ed al reale ma, piuttosto, è portatrice di bisogno di giustizia, di nostalgia dell'arca perduta di equilibrio totale con la natura, di assoluto, tutti concetti che mal si abbinano al sacrificio vano di cavalli per puro divertimento, scommessa e spettacolo. Ovvero l'uccisione senza necessità è oggi non solo punita teoricamente dal nostro ordinamento giuridico, ma è punita prima di tutto socialmente con la non accettazione, ponendo l'unica ragione logica per uccidere gli animali, oggi, nell'estrema ratio della fame e dunque dell'allevamento e uccisione per il consumo alimentare.

In pratica, la sensibilità si è evoluta e oggi i sacrifici di cavalli in piazza o in pista in onore di santi o politici non sono più ben accetti.

Il cavallo dalle stelle alla stalle

Che il cavallo si sottometta pur essendo nell'immaginario collettivo, per certi versi, ancora un animale "nobile" è un conto ma, come il popolo, oggi il cavallo allevato per accompagnare l'essere umano in attività ludico sportive rivendica una contropartita, l'essere considerato non tanto un mezzo quanto un fine, il diritto ad essere amato, la pensione, la vita. Il cavallo rivendica i beni terreni, perché dei privilegi astrali dopo il sacrificio per i potenti, agli occhi della gente che se ne fa portavoce, se ne frega. 

Non è il podio che interessa al cavallo, ma la biada. Non è la frusta che desidera, ma la carezza.

Tutte quelle attività che impiegano equidi e che minimizzano "l'irrazionalità umana", paragonando i cavalli ai vitelli e giustificando in questo modo il sacrificio di cavalli con discorsi del tipo "altrimenti andrebbero alla macellazione", sono destinate a scontrarsi con l'antipatia dei più e a perdere dunque di consenso. Solo la piena umanizzazione del cavallo con benefici terreni premia.

Che ognuno paghi per i propri torti e si conquisti il podio con le proprie gambe

Il paradiso per i cavalli dopo la loro morte in onore di santi e potenti non è più una giustificazione considerata valida il sacrificio. Probabilmente perché santi e politici non sono più tanto amati come nella "tradizione", dove era considerato normale che in tanti dovessero soffrire per i benefici di pochi. L'individualismo premia l'umanizzazione degli animali, oltre ad un concetto di giustizia dove ognuno deve pagare per i propri torti, anziché sacrificare un innocente perché gli altri possano continuare a peccare. 

E' l'evoluzione dei tempi, vediamo dove ci porterà.

Appartiene agli Sport Equestri ed al Salto Ostacoli il primo Oro del Medagliere CONI conquistato alle II Olimpiadi di Parigi del 1900 

La prima “mattonella” sul percorso degli atleti famosi dello sport italiano, inaugurato il 7 maggio 2015, alla presenza del Presidente del CONI, all'interno del Parco Olimpico, lungo il Viale delle Olimpiadi, del Foro Italico a Roma, e costituito da 100 mattonelle che riportano in ordine cronologico i nomi degli atleti più rappresentativi della storia dello sport italiano, è dedicata ad un atleta degli Sport Equestri. La conquista della prima medaglia olimpica italiana alla seconda Olimpiade di Parigi del 1900 la si deve al cavaliere di salto ostacoli Gian Giorgio Trìssino, classe 1877. La Walk of Fame dello sport italiano inizia con l'Equitazione ed un Atleta in sella. La prima medaglia olimpica del nutrito medagliere del CONI arriva dall'Equitazione al momento dei suoi albori grazie al “sistema” di equitazione naturale ideato in quegli anni da Federico Caprilli.

Gian Giorgio Trìssino dal Vello d'Oro è un veneto di nobili origini, nato a Vicenza il 22 luglio 1877 e scomparso a Milano il 22 dicembre 1963; contemporaneo ed allievo, nonché amico, di Federico Caprilli (l'ideatore del sistema di equitazione naturale italiano ed inventore della disciplina del salto ostacoli così come oggi è concepita e praticata in tutto il mondo) ed omonimo e discendente del letterato ed umanista Gian (Giovan) Giorgio Trìssino*(1478-1550), letterato e umanista, personaggio di spicco della prima metà del Cinquecento. 

Di lui, in quanto cavaliere ed atleta in sella, il Generale Mario Badino Rossi, nel suo corposo e approfondito volume di dissertazioni equestri e di “schede” di cavalieri italiani, scrive unicamente e significativamente: 

"Signore, fu cavaliere della vecchia guardia, del tempo di Caprilli, formato prima che il sistema si affermasse; fu brillante ed appassionato, più che cavaliere completo. Vissuto partecipando ai concorsi nel periodo in cui il “sistema” si affermava, ci si adeguò, in certo qual modo, senza uniformarsi ad esso. Ebbe sempre ottimi cavalli e già partecipò al concorso ippico internazionale di Torino del 1902 coi cavalli Captan Boy, Captain Leighton. - Nel 1909 partecipò, in équipe, al concorso ippico di Londra, disputandovi la coppa delle nazioni con Palanca; Bianchetti (Murzzuff); Negroni (Jupiter); Trisssino (Palanca), l'Italia classificandosi seconda. - Furono cavalli dei suoi successi Melopo – il noto cavallo con cui Caprilli superò i metri 2,08 al concorso internazionale di Torino 1902 – Montebello, Lorena, Oreste, Blaguer, Captain Boy, Antonino, Sir Bulle, Azzurro, Vita Allegra, Coccola, Anna Z, Bayador, Vissuto, Palanca, Lorena II, Tatan, Belgrave, Cadenabbia, Lyon Hart, Gilberta, Rouge et Blanc, Cork, Sean. - Vissuto era il noto cavallo con cui Ubertalli superò i m. 2,20, di cui ho fornito notizie in un precedente capo."

nda: del cavallo Vissuto, Badino Rossi annota il record di Ubertalli e di Melopoquello di Caprilli; e a commento di una foto di Trissino posta da lui stesso ad illustrazione di questa sua scheda, e che "...montato in morso.... il cavallo, nevrile e sensibile, si era ridotto a non uscir più di scuderia..." e come appare evidente e forse “eloquente” (...) non fa alcun accenno alla Olimpiade di Parigi col cavallo Oreste; pur citando ogni cavallo montato da Trissino e il risultato ottenuto con Palanca a Londra in équipe. 

Giovanni Giorgio Trìssino dal Vello d'Oro prese parte alla II Olimpiade moderna di Parigidel 1900, quale giovane sottotenente del reggimento "Genova Cavalleria", e fu ufficialmente il primo italiano a vincere una medaglia d'oro olimpica, per gli sport equestri, nella specialità salto ostacoli. Un salto singolo di potenza a m. 1,85, effettuato il 2 giugno 1900in sella ad Oreste; ed a pari merito con il francese Dominique Gardères. - Da notare che il cavallo Oresteera giunto a Parigi assegnato a Caprilli costretto a ritirarsi all'ultimo da un ordine Ministeriale (giunto per via telegragfica), e che nella stessa gara, Trìssino giunse anche quarto (...) montando il proprio cavallo Mélopo, che si fermò all'altezza di metri 1,70. - Nella stessa Olimpiade, due giorni prima, il 31 maggio Trìssino si era ufficialmente aggiudicato anche l'argento nel concorso di salto in lungo coprendo una distanza di m. 5,70. - In entrambe le due prove Olimpiche Trissino vinse ufficialmente le due medaglie in sella a Oreste, cavallo che inizialmente sarebbe dovuto spettare al grande Federico Caprilli, suo maestro, il quale, dopo aver inviato i suoi cavalli in Francia e, pare, già presente in loco con una nutrita schiera di amici ed amiche del bel mondo italiano ed europeo della Belle Epoque, fu richiamato (in modo da molti definito sospetto ed influenzato dalle sue numerose e gelose inimicizie, accumulate nelle alte sfere)e costretto a rientrare da un telegramma del Ministero della Guerra, che vietava l'espatrio ai militari in carriera in seguito allo scioglimento delle Camere. - Una situazione davvero anomala, questa, che evidentemente non fu ben comunicata ai giudici di gara; e ciò ha portato confusione al punto che (...e qui scatta il giallo) in alcuni albi d'oro fu erroneamente indicato Caprilli in luogo di Trìssino. 

Secondo alcune ricostruzioni, Caprilli potrebbe effettivamente aver raggiunto nuovamente Parigi in incognito, (assecondato e favorito da Franca Florio e illustri e potenti amici francesi di colei che era considerata la Regina di Sicilia e del bel mondo) da Torino (in aereo biposto) per ultimare la preparazione dei propri cavalli, dando adito a voci, poi romanzate, relative alla sua partecipazione attiva alle gare stesse. Ma questa è un'altra storia legata a doppio filo ad altri “gialli” e premature morti dell'epoca; alle potenti inimicizie del primo cavaliere d'Italia perennemente avversato in vita e fors'anche non disgiunta dalla sua stessa prematura e misteriosa morte nel 1907. 

  • Qualsiasi cosa sia accaduta a Parigi, nessuno avrebbe potuto rivelarla impunenemente; né contestarne l'esito; ed è comunque legittimo pensare che nessun grande cavaliere avrebbe abbandonato i propri cavalli in campo prova: quantomeno questo ad onor dell'epoca e del vero. I due cavalieri in divisa erano fisicamente simili. Chi ha montato in gara lo ha di certo meritato; cosi come va dato il merito a chi sino all'ultimo ha preparato i cavalli a casa ed in campo prova. Alcuni risultati ufficiali a caldo e taluni Albi d'Oro attribuiscono diversamente le vittorie.
  • Le medaglie di Trìssino rappresentano un vanto italiano ed un primato sportivo inconfutabile ed oggi celebrato.
  • Caprilli, inviso alla famiglia reale ed a potenti esponenti delle gerarchie militari è l'inventore e dell'equitazione sportiva moderna che include il salto ostacoli. “Magister Equitum” universalmente riconosciuto. 
  • La storia, la vita e la tragica fine di Caprilli è nota.

Trìssino, lasciata la Cavalleria col grado di capitano, visse a lungo a Roma e frequentò anche la corte del Re. Negli anni tra il 1915 e il 1917 fu autore e regista di diversi cortometraggi sull'equitazione (che sarebbe interessante ricercare), in molti dei quali fu anche attore insieme a Gemma Albini, la donna che poi sposò. Dopo Roma visse a Milano, per dedicarsi alla composizione musicale, con discreto successo. Diversi sui “pezzi” furono incisi e pubblicati dall'editore G. Ricordie tra questi dei tango – fox/trot – one/step - valse/hèsitation, ritmi di gran moda in tutta Europa all'epoca e nella prima metà del Novecento. Rimase poidefinitivamente a Milano con la moglie e i tre figli, dalla fine dellla guerra alla sua scomparsa avvenuta il 22 dicembre 1963. Gian Giorgi Trìssino, la prima medaglia d'Oro Olimpica del medagliere del Coni, è sepolto nella cappella di famiglia presso il Cimitero Maggiore di Vicenza. 

* Giovan Giorgio Trìssino 1478-1550

L'antenato del detentore della prima medaglia olimpica italiana, tal Gian (Giovan) Giorgio Trìssino (Vicenza 1478 - Roma 1550), è uno dei letterati di maggior rilievo della prima metà del Cinquecento e il più importante esponente, nell’ambito della corrente cosiddettaitalianista, che si ricollegava alla teoria “cortigiana” opposta alla linea “tosco-fiorentina”. Personaggio di spicco della cultura rinascimentale e notissimo al tempo qualeintellettualeuniversaledi tradizione umanistica. Si interessò, infatti, di linguistica e di grammatica, di architettura e di filosofia, di musica e di teatro, di filologia e di traduzioni, di poesia e di metrica, di numismatica di molte altre discipline; e progettò e attuò un' imponente riforma della lingua e della poesia italiane sui modelli classici

Di famiglia nobile, studiò il greco a Milano e sia la sua produzione letteraria, sia la sua riflessione teorica sul volgare, tra loro strettamente connesse e coerenti, rivelano un indirizzo classicistico ellenizzante, teso ad anteporre il modello greco a quello latino.

Al filellenismo letterario corrispose, sul piano politico, la sua posizione favorevole all’Imperopiuttosto che alla Repubblica di Venezia, che lo costrinse per qualche tempo all’esilio dal nord est della Penisola amministrrato dalla Serenissima. Per questo soggiornò a Ferrara, a Firenze e a Roma presso la corte papale, svolgendo anche varie missioni diplomatiche per Leone X, Clemente VII e Paolo III. 

Tra le sue opere poetiche e letterarie vanno ricordate la Sophonisba(scritta nel 1512-1515 e pubblicata nel 1524; la Pωetica pubblicata nel 1529; le Rime(1529); l’Italia liberata da’ Gotthi(1547); I simillimi(1548); ecc.. - Ma le idee linguistiche di Trissino sono espresse soprattutto nel dialogo Il Castellano (1529), ambientato a Roma nel 1521; ed altrettanto importante è la sua traduzione, apparsa nello stesso anno (e senza che egli figurasse come traduttore), del De vulgari eloquentia di Dante, opera che lo stesso Trissino aveva riscoperto (nel codice Trivulziano 1088) e fatto conoscere a Firenze e a Roma. Legate più direttamente al radicale tentativo di riforma ortografica proposto dall’autore e a questioni di carattere grammaticale sono l’Epistola delle lettere nuovamente aggiunte a la lingua italiana, la cui pubblicazione «segna, convenzionalmente, l’inizio della questione della lingua» e i Dubbi grammaticali e la Grammatichetta (entrambi editi nel 1529, dopo la seconda edizione dell’Epistola). 

Trissino propose alcune innovazioni ortografiche significative perché dimostrano una considerazione del volgare come lingua non «del tutto svincolata dal circuito della comunicazione orale» (Pozzi 1989: 157), e consistono anzitutto nell’introduzione delle lettere greche ε e ω per indicare le vocali medie aperte, distinte così dalle chiuse. Un metodo che non ebbe un gran successo anche per la difficile applicabilità e la stampa. Ma non va però dimenticato che Trissino propose anche la distinzione tra z sorda e sonora. 

Oltre alle proposte ortografiche, gli interventi di Trissino nella questione della lingua si legano alla della scelta del glottonimo per indicare il volgare. Trissino parla di lingua italianagià a proposito della Sophonisba, e distingue «la pronuntia toscana, ε la cortigiana, le quali sεnza dubbio sono le più belle d’Italia», e nel Castellano elabora il concetto «di una lingua italiana come codice generale della comunicazione, antica e moderna, scritta e parlata» . Evocando la differenza aristotelica tra genere e specie, propone una classificazione linguistica in sette livelli, alla sommità della quale pone la lingua italiana, che include le lingue regionali (tra cui la toscana), le cittadine (la fiorentina), le circondariali, le rionali, le familiari, fino ai singoli idioletti. La convergenza verso il codice italiano si attua, secondo l’autore, sia «per progressiva rimozione di pronunzie e parole di ciascun livello, che si può applicare grado per grado», sia anche «per progressiva mescidazione delle lingue ad esso sottostanti». Soprattutto quest’ultimo aspetto, rivela la distanza dal principio di selezione dantesco; recuperando tutta la tradizione letteraria antica in quanto tradizione linguisticamente italiana arrivando a delineare «uno spazio linguisticamente non municipale per la poesia italiana», saldando in un sol blocco «i siciliani, la lirica toscana del Duecento, i grandi poeti del Trecento, gli autori moderni non vernacolari». Per Trissino, l’italianità è «un dato immanente, già costituito e operante nella tradizione antica e moderna», mentre la fiorentinità è rifiutata nei suoi aspetti più municipali (esemplificati da voci come testé, costinci, cotesto, allotta, suto). 

La concezione trissiniana comportava un eclettismo nelle scelte linguistiche concrete difficilmente ricevibile in un momento di normazione grammaticale. - Le idee linguistiche e letterarie di Trissino furono fortemente avversate dai suoi contemporanei, ma trovarono anche sostenitori sia al Nord, sia nella stessa Firenze. - La particolare veste ortografica non favorì certamente la diffusione delle opere di Trissino, il cui ambizioso progetto linguistico-letterario risultò senz’altro perdente rispetto alla linea tosco-fiorentina, anche se Il Castellano, ristampato più volte secondo l’ortografia tradizionale, continuò a fornire materia di discussione al dibattito linguistico almeno fino ad Alessandro Manzoni; e che alcune idee antitoscane della linea cortigiana-italianista in cui Trissino si inserisce si ritrovano in Vincenzo Monti e poi ancora in altri e l’Italia liberata da’ Gotthi, fu apprezzata nel Settecento da Gian Vincenzo Gravina ed ebbe varie edizioni nel corso del secolo e poi nell’Ottocento. Se si pensa poi al fatto che la poesia epica adottò – già con la traduzione dell’Eneide di Annibal Caro (1563-1566) e più tardi con Ippolito Pindemonte, Vincenzo Monti e Ugo Foscolo – l’endecasillabo sciolto, che il glottonimo italiano ebbe alla fine la meglio su fiorentino e toscano e che l’ortografia, nel corso del XVII secolo, accolse la distinzione tra ‹i› e ‹j› e soprattutto (e stabilmente) quella tra ‹u› e ‹v›, bisogna convenire che l’ambizione di Trissino di «essere il legislatore della lingua e della letteratura italiane» non andò, nel tempo, del tutto disattesa.

Fonti:

  • Enciclopedia Treccani
  • Trissino, Giovan Giorgio (1986), Scritti linguistici, a cura di A. Castelvecchi, Roma, Salerno Editrice
  • Gen. Mario Badino Rossi - Pinerolo – l'arte equestre iltaliana – la sua fucina, i suoi artefici - Ed. TipoLito Giuseppini - Pinerolo