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Il 5xmille a Horse Angels

Codice 92169370928

Girò alcuni film con Adriano Celentano: Giuseppe Messina morto carbonizzato a Romano (Bergamo) il 26 ottobre ultimo scorso.

Aveva 74 anni ed era originario di Capaci, Palermo. Il suo cadavere è stato ritrovato dai vigili del fuoco intervenuti per domare le fiamme, incendio sembra accidentale, insieme ai carabinieri del Nucleo operativo di Treviglio e del Reparto operativo di Bergamo.

L'uomo era il titolare della struttura, chiusa da oltre dieci anni. A Milano aveva lavorato come macchinista cinematografico girando spot, documentari e anche film con Adriano Celentano. Poi il trasferimento a Romano dove, nel 1985, aveva aperto il maneggio, poi chiuso 20 anni dopo.

L’area dell'ex Maneggio San Giorgio di Romano, abbandonata da tempo, era diventata negli anni scorsi una sorta di villaggio abusivo. La struttura bruciata, composta da tavole di legno e lamiera, è circondata dalla vegetazione e una volta era una stalla per cavalli. Cinque anni fa, durante un blitz congiunto di polizia locale e carabinieri, erano state sgomberate diverse famiglie, alcune con bambini, che vivevano nei box dei cavalli trasformati in mini appartamenti in condizioni disperate.

Saltuariamente le strutture di via Crema erano tuttavia ancora abitate. Giuseppe Messina in particolare viveva all’interno di una delle strutture da alcuni anni. Era un fumatore, non è escluso che la causa dell’incendio sia stata una sigaretta lasciata involontariamente accesa accanto a del materiale infiammabile.

RIP†
Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, nata duchessa in Baviera, fu imperatrice d'Austria, regina apostolica d'Ungheria, regina di Boemia e di Croazia come consorte di Francesco Giuseppe d'Austria. Nata nel 1837 a Monaco, morì assassinata nel 1898 a Ginevra, a mano di un emigrato italiano in cerca di giustizia sociale, Luigi Lucheni.

Per tutti conosciuta come Sissi, era molto diversa da come ce l'ha consegnata il teleschermo interpretata da Romy Schneider. Nella decostruzione e ricostruzione storica ultima, viene rivista come una pessima governante, moglie e madre, avendo dalla sua solo a compensazione due pregi: era una bellissima donna e un'eccellente amazzone. 

In particolare, la migliore del suo tempo. Era abile nella caccia alla volpe, nel salto ostacoli, nelle corse e nello spettacolo "circense".

Tuttavia, mentre per un uomo del suo lignaggio all'epoca sarebbe stato scontato diventare cavaliere, facendo parte dell’educazione stessa di un aristocratico, Sissi dovette imporlo contro ogni convenzione sociale.

Era talmente appassionata di cavalli ed equitazione, che trascorreva la maggior parte del suo tempo in giro per l'Europa per il suo hobby. Aveva una scuderia personale di 30 cavalli di varie razze, per varie discipline e teneva di più agli abiti da equitazione che a quelli di corte.

Sissi, per essere la migliore equestre donna d'Europa, dedicava molto tempo all'allenamento, che fino agli anni ’80 la teneva occupata tutti i giorni a scanso di altri impegni. Ma non poteva fare a meno di andare a cavallo: per lei era liberarsi da altri obblighi che le stavano meno a cuore.

Dopo i cavalli, amava così solo i cani.

Nel suo appartamento all’Hofburg aveva fatto appendere, anziché ritratti dei suoi familiari, dipinti che raffiguravano cani e cavalli prediletti. Dei suoi cavalli diceva: "Molti sono morti per me, e nessun essere umano l'avrebbe mai fatto: piuttosto mi ucciderebbero!”

Intenzionata ad apprendere i segreti dell’Alta Scuola d’equitazione, Sissi assunse come sue istruttrici anche delle famose acrobate del Circo Renz, Emilie Loiset e Elise Petzold, per imparare ulteriormente acrobazie e salto agli ostacoli.

Sissi era così amica della circense Elise, che le due erano date per amanti saffiche, da lei negato.

Secondo gli inglesi della società internazionale di caccia alla volpe, presso i quali si recò per la prima volta nel 1874, “Quell’attività le dava gioia e faceva trasparire le sue doti migliori. Era serena e felice, e quand’era lieta era buona, premurosa e generosa, l’esatto contrario della creatura egoista, introversa e capricciosa della corte viennese"

Partecipava a battute di caccia alla volpe intensive come unica donna con compagnie fino a 100 uomini.

Partecipava a gare, corse, battute di caccia, allenamenti, spettacoli di cavalli dall'Irlanda, all'Inghilterra, alla Francia e all'Ungheria, oltre che in Austria dove era imperatrice. Se fosse vissuta ai giorni nostri, la si sarebbe definita una "eventer" onnipresente nel mondo del cavallo europeo d'élite.

Non mancarono le cadute. Quando succedevano questi incidenti, il marito Francesco Giuseppe la tempestava di lettere in cui la scongiurava di smettere di cavalcare e di tornare ai suoi impegni a casa, ma a nulla valevano questi richiami coniugali.

Smise solo intorno agli anni '80, in seguito a lunghi problemi di salute causati dal nervo sciatico infiammato e si fece promettere dall'unica figlia con la quale aveva esercitato un minimo di attività genitoriale, Maria Valeria, che quest'ultima non sarebbe mai diventata un'amazzone.

Certo, cavalcare all'amazzone, cioè a latere, per anni e anni, tutte quelle ore intensive al giorno, non doveva essere un gran benefit per la colonna vertebrale.

Di Sissi come amazzone sono rimasti molti ritratti.

Alla fine del 430 a.C. il corpo di cavalleria ateniese era composto da 1.000 cavalieri e 200 arcieri montati.

Una ricerca di David Pritchard, del 2018, analizza gli aspetti socio economici relativi.

Era un requisito legale per gli ateniesi d'élite servire come cavalieri.

Mentre lo stato sovvenzionava l'appartenenza al proprio corpo, doveva scontare che ogni cavaliere costasse 10 volte un oplita (membro della fanteria pesante). Per questo i cavalieri dovevano sostenersi in gran parte da sé.

Dopo la guerra del Peloponneso, quando il sussidio alla cavalleria fu ridotto, un cavaliere doveva essere un uomo con mezzi indipendenti.

Pertanto, tutti i cavalieri dovevano provenire da famiglie benestanti, perché solo loro potevano sostenere i costi associati.

Questi 1.000 cavalieri si univano alla cavalleria ateniese al compimento di circa 20 anni, e si ritiraravano nei loro primi 30.

All'inizio della guerra del Peloponneso, rappresentavano il 5 percento di tutti gli ateniesi in questa fascia d'età.

La loro organizzazione era strettamente modellata sul corpo dell'oplita. Allo stesso modo furono divisi in 10 unità di cavalleria.

Ogni tribù di cavalieri era comandata da un capo fila, mentre 2 ipparchi comandavano l'intero corpo nel suo insieme.

Anche i cavalieri erano arruolati per le campagne militari allo stesso modo degli opliti: il capo del comparto inseriva i loro nomi in un elenco speciale di arruolamento.

Vi era dunque un registro centrale di tutti i membri coscritti della cavalleria dell'antica Atene.

Ciò che ha reso possibile il mantenimento di questo registro è stata la piccola dimensione del corpo di cavalleria.

Lo stato sovvenzionava molto più pesantemente l'appartenenza al corpo dei 200 arcieri montati.

L'Atene del dopoguerra pagava loro il doppio di quello che dava ai cavalieri.

Ciò suggerisce che gli arcieri a cavallo (ipparchi) non provenissero dagli stessi ambienti facoltosi. Non solo, gli arcieri a cavallo non appartenevano alle stesse file dei cavalieri, ma servivano in proprie unità sotto il comando di un ipparco.

L'ultima volta che storicamente si sentì parlare degli arcieri montati fu durante la guerra di Corinto.

Per approfondire:  David M. Pritchard 2018, 'The Horsemen of Classical Athens: Some Considerations on the recruitment and Social Background', Athenaeum 106, 439-53.

Secondo il ricercatore Klaus Dietrich Fischer, della Johannes Gutenberg Università del Mainz, l'Italia ha svolto un ruolo importante nello sviluppo della medicina veterinaria equina, sia nell'antichità e poi in seguito.

L'antica medicina veterinaria italiana era principalmente incentrata sui cavalli e i suoi praticanti erano chiamati ippiatri, ovvero dottori dei cavalli in greco, piuttosto che mulomedici, con riferimento al latino.

La divisione non era, come è oggi, tra la pratica su animali di grossa taglia o quella su piccoli animali, e ancora meno tra esotici o domestici, ma tra ippiatri e altri veterinari non specialisti dei cavalli.

È solo per la medicina del cavallo che sono stati scritti manuali dettagliati, ma bisogna tenere presente che, allo stesso tempo, i trattati generalisti di zootecnia fornivano informazioni di base sulla medicina del cavallo. Gli scrittori di zootecnia tuttavia, dedicarono più spazio all'allevamento e meno a una discussione generale, per non parlare scientifica, delle malattie.

Qualunque sia il debito di Ippocrate e dei suoi colleghi nei confronti delle tradizioni orientali, non vi è dubbio che la medicina umana come la conosciamo e insegniamo è stata creata dai Greci. Ma non così per la medicina veterinaria che è nata dalla necessità di studio e cura dei cavalli, animali allora indispensabili per lavoro, spostamento di merci e persone, guerra.

Secondo il ricercatore, dunque, sono due autori romani, scrivendo in latino, che devono segnare il punto di partenza dell'ippiatria: Marco Terenzio Varro, I secolo a. e.v. (era volgare, sostituisce era cristiana per evitare le discriminazioni religiose nella storia), e Lucio Iunius Columella, I secolo e.v., entrambi riguardanti l'allevamento in generale.

Il Medioevo italiano ha continuato con questa tradizione, fornendo ottimi manuali di veterinaria equina. Tomi encomiabili con belle illustrazioni, che troviamo in un certo numero di manoscritti italiani del medioevo, erano immediatamente accessibili anche a persone che non conoscevano il greco o il latino.

Grazie al lavoro di storici dell'arte che hanno conservato quei manoscritti, ora sappiamo che il primo tomo raffigurante il trattamento dei cavalli malati risale agli inizi del XV secolo e viene dal Sud Italia - la Puglia per la precisione. Ora la Puglia, al momento della stesura di questo manoscritto, faceva parte del Regno di Sicilia e di Napoli. Nel IX secolo, era stata sotto il dominio bizantino per un pò, prima che fosse conquistata dai Normanni. Dunque la Puglia di allora era crocevia di molte culture e questo porta sempre ad un arricchimento.

La domanda sconcertante che la ricerca storica deve risolvere è questa: erano questi manoscritti italiani illustrati prodotti direttamente da un originale greco? Le versioni italiane erano di solito fatte da precedenti traduzioni latine, un processo abbastanza semplice rispetto al compito di tradurre dal greco all'italiano. Sembrerebbe di no, anche se occorrerebbe studiare di più questi manoscritti, secondo il ricercatore, per trarre conclusioni definitive.

È meno difficile indovinare chi fossero le persone che hanno commissionato questi manoscritti splendidamente illustrati. Dato il costo puro di questi manufatti, solo qualcuno di veramente ricco avrebbe potuto pagare per il lavoro. Sappiamo che uno dei manoscritti citati, illustrato, era di proprietà di Giovanni Maria della Salla, che era Magistro di Stalla di Alfonso d'Este (il primo duca di Ferrara).

Presumibilmente, furono nobili medioevali, appassionati di cavalli, a commissionare la scrittura di libri di ippiatria, e li vollero illustrati e nella propria lingua, perché fossero più comprensibili. Si può quindi dedurre che la passione di lungo corso italiana per i cavalli, da parte delle élite signorili, fu fondamentale per dare spunto allo sviluppo dell'ippiatria con propri manuali di studio persino divulgativi, accessibili cioè ai non addetti ai lavori.

Per approfondire:

A horse! A horse! My kingdom for a horse!' Versions of Greek Horse Medicine in Medieval Italy
Klaus-Dietrich (Cloudy) Fischer
Journal Name: Medizinhistorisches Journal
Publication Date: 1999

In un numero sorprendentemente vario di culture, i cavalli sono associati alla morte e al potere. Non mancano suggestivi rituali che coinvolgono il sacrificio dei cavalli, o il ricongiungimento del proprietario e del cavallo in un pascolo dell'aldilà per sempre verde.

Questo è il caso di Ezir Kara, un cavallo di Tuva, una delle repubbliche della Federazione Russa. Si trova in Siberia centro-meridionale, lungo il confine con la Mongolia. Tuva è stata una repubblica indipendente, con il nome di Repubblica popolare di Tuva, dal 1921 fino all'annessione russa.

I tuviani, mongoli, sono un popolo di cavalli, e non hanno mai dimenticato le repressioni politiche e religiose che portarono all'annessione sovietica, ma vige localmente un clima di repressione e censura storica da parte dei russi, per le molte persone che persero la vita nelle purghe di Stalin.

Tra coloro che persero la vita, anche un cavallo, Ezir-Kara, il più veloce di Tuva, che vinse le gare ippiche tradizionali mongole con i cavalli dal 1934 al 1938.

Dopo che il proprietario del cavallo, Soyan Sandagmaa, fu accusato di attività antisovietiche, imprigionato e ucciso, la politica vietò a Ezir-Kara di continuare a correre e il cavallo fu ucciso, seguendo il destino del suo fantino.

Nel 1993, il villaggio Ak-Erik del distretto di Tes-Khemsky ha eretto un monumento per il cavallo Ezir-Kara, il cavallo più veloce nella storia di Tuva. Questo monumento è un simbolo della memoria delle vittime della repressione politica: sul monumento sono incisi i nomi di 23 vittime tuviane della repressione stalinista. Contemporaneamente, il nipote di Sandangmaa Soyan, lo scrittore e un giornalista Choodu Kara, scrisse la canzone qui riportata e iniziarono la tradizione dei festeggiamenti - chiamato festival dei pastori- per onorare il cavallo leggendario.

Per molti Tuviani l'eredità di Ezir-Kara rappresenta un tradimento etico degli umani nei confronti dei cavalli che è stato censurato dalla memoria nazionale e perpetuato come una forma di violenza ingiustificata sui più deboli. Il tradimento è vissuto nelle canzoni del folklore, come strumento per la catarsi e guarigione collettiva dai fatti che portarono alla morte del cavallo, che in molte canzoni si ricongiunge con il suo proprietario nei pascoli dell'aldilà.

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