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Ogni anno in giugno 10 mila gitani circa si riuniscono in Gran Bretagna per la più grande fiera di cavalli degli zingari di tutta Europa.

Il punto di ritrovo è la Appleby Horse Fair, una fiera mercato di cavalli tradizionale che qualcuno fa risalire a un editto del 1685 di re Giacomo e che come minimo si ripete spontaneamente da duecento anni.

partGli zingari cavallari arrivano da tutta la Gran Bretagna, dall'Irlanda e dal continente, si accampano con moderne roulotte e antichi carri colorati su Gallows Hill, la Collina delle Impiccagioni, un tempo adibita alle esecuzioni, portano a lavare gli equini nel sottostante fiume Eden, quindi li radunano sulla vecchia strada romana che taglia in due il paese, facendoli trottare per esibirli.

Appleby è poco più di un villaggio, in Cumbria, la regione di selvaggi altopiani all'estremità settentrionale dell'Inghilterra che contiene il Lake District, cantato nell'Ottocento dal poeta William Woodsworth, una zona con una campagna splendida.

Per l'occasione invasa da 30 mila visitatori, Appleby è diventata negli anni un festival di tradizione cavallara gitana aperta a tutti.

Non si paga un biglietto per assistervi, non ci sono organizzatori, non sono previsti eventi particolari.

E' una fiera mercato di venditori ambulanti, con giostre, musica, con le zingare che leggono le carte o la mano, gli uomini che fanno prove di forza a torso nudo, anche per conquistare una sposa se sono scapoli, le ragazze agghindate di tutto punto nella loro tradizione per conquistare marito se sono nubili e i giovani che cavalcano senza sella e immergono i cavalli nel fiumiciattolo del posto per divertirsi e dare spettacolo.

Secondo la dottrina cristiana l’anima è ciò che forma e informa il corpo ed è sede di tutte le facoltà spirituali come volontà, intelligenza, memoria, sensibilità.


Saturno era provvisto in massimo grado di tutte queste facoltà ma, secondo l’opinione della maggior parte dei teologi cattolici, non poteva comunque avere un’anima, tanto meno una immortale, per il semplice motivo che era il cavallo di Romano L., il carrettiere che una volta al mese passava per conto della F.R.O., (Fabbriche Riunite Ossigeno), a consegnare le bombole di acetilene che servivano per la saldobrasatura dei metalli, processo necessario ad assemblare i telai delle biciclette che uscivano dalla nostra officina.

Questa importante azienda chimica produceva ogni tipo di gas per uso industriale e medico ma non ne gestiva direttamente la distribuzione, dandola in concessione a dei trasportatori autonomi i quali, fino agli anni cinquanta, per la bisogna si servivano di carri trainati da cavalli.

Dopo la guerra, la sempre maggiore richiesta di materiali gassosi da parte delle imprese e l’industrializzazione a macchia d’olio dell’intero territorio provinciale, avevano costretto i distributori ad abbandonare progressivamente il trasporto con trazione animale per dotarsi di moderni motocarri e camion.

Ma Romano no, lui era rimasto fedele al tradizionale carretto e aveva continuato a usarlo fino a quando si era ritirato dall’attività.

D’altronde, il giro di consegne abbastanza limitato che gli era stato assegnato, una decina di officine meccaniche e qualche farmacia, tutte nel raggio di pochi chilometri dalla fabbrica di produzione, gli permetteva di lavorare ancora senza problemi con l’amato cavallo.

Romano viveva da sempre in simbiosi con questo animale.

A sedici anni aiutava già il padre nel trasporto di sabbia e mattoni per i cantieri edili, poi aveva prestato servizio militare in cavalleria, prendendo parte anche alla campagna di Russia. Durante la ritirata, questo era uno dei grandi dispiaceri della sua vita, l’avevano costretto ad abbattere la sua cavalcatura per sfamare i compagni.

Quando l’avevo conosciuto negli anni sessanta, Romano aveva ormai una certa età e girava con Saturno, quello che sarebbe stato il suo ultimo compagno di lavoro, un magnifico cavallo sauro da tiro di taglia media, balzano da quattro, cioè con delle macchie di pelo bianco sopra gli zoccoli.

Non penso fosse di razza pura ma era una bestia vigorosa, dalle linee molto eleganti. Tra i due esisteva un rapporto speciale, paritario, diverso da quello affettivo un po' sdolcinato che si crea a volte tra padrone e animale, dove il primo assume il ruolo del padre, o della madre, e il secondo quello del figlio eternamente bambino.

Si può dire che la loro fosse una vera e propria amicizia, simile a quelle che talvolta nascono sui banchi di scuola, nei cantieri di lavoro o in guerra, amicizie virili fatte di scherzi e bevute ma anche di confidenza, rispetto e solidarietà.

Romano non usava mai la frusta con Saturno, credo non l’avesse nemmeno, e non toccava quasi le briglie, in compenso parlava molto al cavallo, gli diceva quando fermarsi, quando partire, dove svoltare.

Ma avrebbe potuto anche farne a meno, l’animale conosceva infatti il giro dei clienti a menadito e quando qualche volta il padrone si assopiva a cassetta, gestiva lui stesso la consegna, portando in maniera autonoma il carro a destinazione rispettando diligentemente semafori e precedenze.

Tutte le mattine verso le dieci, Romano fermava il carro davanti alla solita osteria per concedersi un panino e un quartino di bianco; prima però dissetava Saturno facendolo bere da un secchio che riempiva alla fontana e gli appendeva al collo il sacco con uno spuntino composto di avena e pezzi di carruba.

Capitava a volte che Romano trovasse qualche amico e allora la sosta di metà mattina tendeva a dilatarsi, i bicchieri iniziavano ad accumularsi pericolosamente sul bancone del bar e le voci, sovrapponendosi, salivano sempre più di tono.


Saturno pazientava per un po’, dimostrando una certa indulgenza verso le debolezze del padrone.

Poi, quando la cosa andava troppo per le lunghe, cominciava a battere nervosamente lo zoccolo sul selciato e ad emettere dei brevi nitriti indispettiti fino a che Romano, capita l’antifona, salutava velocemente i compari e risaliva sul carro brontolando qualche scusa.

Quando il carrettiere aveva finalmente raggiunto l’età per la pensione, Saturno era ancora un animale molto forte e idoneo al lavoro. Ma, a un agricoltore del contado che si era fatto avanti per acquistarlo, Romano aveva risposto sgarbatamente, cacciandolo in malo modo, quasi il poveretto gli avesse fatto una proposta indecente.

Il cavallo aveva potuto così restare nella comoda stalla dove era vissuto in quegli anni, era l’ultima rimasta nella nostra zona, annessa all’officina di un maniscalco - un certo Antonio V. - e aveva come compagno un asino abbandonato dai proprietari, che il fabbro aveva generosamente deciso di tenere e sfamare.

Saturno però non aveva mai legato tanto con l’umile cugino trattandolo anzi con aristocratica alterigia.

I cavalli da lavoro, così come i muli e i somari, erano ormai pressoché scomparsi anche nelle campagne e Antonio, ma tutti lo chiamavano Toni Caval, ferrava quasi esclusivamente purosangue da corsa per conto di alcune scuderie milanesi, compresa quella di Mike Bongiorno, cosa questa che l’aveva reso una celebrità dalle nostre parti.

Certe mattine una macchina di grossa cilindrata guidata da un autista in divisa si fermava davanti alla sua officina, lui vi saliva un po’ impacciato portando con sé il grembiulone di cuoio e la cassetta della mascalcia, l’auto ripartiva diretta verso l’ippodromo di San Siro e lo riaccompagnava a casa in tarda serata.

Toni era una persona semplice, di origine contadina e una volta che lo avevano portato a mangiare nel lussuoso ristorante annesso al galoppatoio frequentato dai ricchi allevatori, aveva ingenuamente chiesto il suo piatto preferito, una tipica pietanza veronese, lo stracotto di cavallo con la polenta, provocando l’indignata reazione dei presenti che lo avevano fatto allontanare dal locale.

La stalla di Toni era a due passi dall’abitazione di Romano, il quale vi si recava tutte le mattine di buon ora, rifaceva la lettiera con della paglia fresca, riempiva di fieno la greppia, d’estate lavava il cavallo con la pompa dell’acqua, lo strigliava e lo faceva camminare nell’ampio cortile raccontandogli a bassa voce le ultime novità. Saturno lo ascoltava attentamente muovendo gli orecchi ed emettendo di tanto in tanto dei borbottii di approvazione.

Dopo qualche anno Romano era rimasto vedovo e, si sa come vanno queste cose, le nuore avevano convinto i mariti che sarebbe stato meglio, per il suo bene intendiamoci, affidarlo a una casa di riposo. Lui, che era una persona ragionevole e di buon carattere, aveva capito la situazione e accettato, prima però aveva preteso che i figli lo portassero a cercare una sistemazione dignitosa per Saturno.

Avevano battuto così in auto, per più di un mese, la campagna a sud di Verona, per trovare il luogo e, soprattutto, le persone giuste.

- No, no stalla troppo piccola. –
- Ma hai visto questo che faccia da tagliagole? Tempo una settimana e il cavallo è già in pentola.-
- Qua andrebbe bene ma è troppo lontano, come faccio ad arrivarci?-

Finalmente, quando i figli erano ormai vicini all’esaurimento nervoso, aveva trovato il posto giusto, una stalla tranquilla con qualche vacca, un recinto all’aperto molto grande, alberi, contadini che sembravano brave persone.
Avevano pattuito rapidamente il prezzo per vitto e alloggio, si erano stretti la mano, ci avevano bevuto su un paio di vermouth, e il giorno dopo Saturno era già nella sua nuova casa.

Romano attendeva con ansia il giovedì quando, di buon mattino, poteva uscire dal portone dell’ospizio nel centro storico di Verona e salire sulla filovia numero quattro che lo avrebbe portato in venti minuti nel nostro quartiere dove, dopo aver salutato qualche amico, prendeva la corriera per Mantova fino al paese, distante una quindicina di chilometri, nelle vicinanze del quale si trovava la fattoria che ospitava il cavallo.

E ogni giovedì alle prime luci dell’alba, Saturno trottava fino alla rete di recinzione e rimaneva poi immobile, con gli occhi fissi sul viottolo, dal quale sapeva sarebbe spuntato da un momento all’altro il padrone.

L’animale era di solito molto tranquillo, ma non appena scorgeva Romano che lo salutava da lontano con la mano, e gli mostrava la borsa con le carote e le mele, delle quali entrambi erano golosi, incominciava a scalpitare e a nitrire dalla gioia. I due restavano insieme quasi tutto il giorno, camminavano lentamente per i campi, mangiavano qualcosa, si litigavano scherzosamente le ultime mele.

Poi, nel tardo pomeriggio, Romano riprendeva la corriera per Verona.

Prima di salire sulla filovia si fermava un po’ in officina a scambiare quattro chiacchiere e a raccontarci le ultime novità su Saturno.

Tutto questo era andato avanti per alcuni anni, ma quando quel giovedì pomeriggio Romano era arrivato in negozio molto più tardi del solito, con gli occhi rossi, avevamo capito subito cos'era successo.

- È morto ieri sera, hanno chiamato il veterinario ma non c'è stato niente da fare, c'era un figlio di puttana, non so chi fosse, che voleva comprare la carcassa per le ossa e la pelle, se non me lo cavavano dalle mani lo rovinavo quel figlio di troia. Poi gli ho fatto scavare una buca con il trattore e sono rimasto là finché non l'hanno sotterrato, ma la settimana prossima ci torno per vedere che non abbiano fatto scherzi. –

Romano non era ritornato laggiù e non era più passato nemmeno in quartiere. Poi, dopo quasi un anno, se n’era andato anche lui.

I cristiani credono che dopo la morte esista un paradiso dove chi è vissuto in grazia di Dio potrà restare per sempre con le persone che ha amato in vita. Sarei molto sorpreso se questa faccenda fosse vera ma, dovesse esistere davvero questo luogo, Saturno non ci sarebbe potuto entrare perché, secondo i soliti teologi, non possedeva un'anima immortale.


Non so se Romano B. fosse vissuto in grazia di Dio o se fosse credente, penso di no, ma sono sicuro che, se lo fosse stato, avrebbe preferito restare fuori da questo posto dove non lasciavano entrare il suo cavallo.

In nome di Romano e Saturno, scritto per Horse Angels da Alfredo Nicoletti, di Verona.

Uno studio pubblicato su PubMed nel 2019, a cura di scienziati autorevoli, propone che l'applicazione antropomorfa degli stereotipi di genere agli animali influenzi le interazioni uomo-animale e le aspettative umane, spesso con conseguenze negative per gli animali femmine.

È stato condotto un sondaggio online per esplorare le percezioni dei cavalieri sul temperamento dei cavalli e l'idoneità per l'impiego basato sul sesso dei cavalli. Il questionario chiedeva agli intervistati di assegnare tre cavalli ipotetici (una cavalla, un castrone e uno stallone) a quattro cavalieri di cui: una donna, un uomo, una ragazza e un ragazzo.

I cavalieri erano descritti come ugualmente capaci di cavalcare ogni cavallo e ogni cavallo era descritto come adatto a tutti i cavalieri.

Ai partecipanti è stato inoltre chiesto quali fossero i cavalli (fattrici, castroni o stalloni) più adatti per le tre discipline equestri di salto ostacoli, dressage e trail-riding.

Sono state condotte analisi di regressione logistica per indagare le percezioni delle persone sull'idoneità dei cavalli per gli equestri al fine di valutare se età, forza o genere fossero importanti nella scelta del cavaliere e per indagare l'assegnazione delle variabili a un castrone, stallone o cavalla.

Sono stati intervistati 1.233 equestri, il 94% dei quali era di sesso femminile e il 75% dei quali era costituito da equestri con almeno otto anni di esperienza.

La regressione logistica binomiale ha rivelato che la ragazza aveva 2,5 volte le probabilità di essere assegnata al castrone rispetto al ragazzo. Gli intervistati erano significativamente più propensi ad assegnare lo stallone all'uomo e quasi il 50% degli intervistati non ha fatto una scelta per il ragazzo, come se il suo genere fosse meno importante per la scelta.

In una scelta forzata in positivo o negativo, con termini descrittivi pre impostati per definire il temperamento del cavallo, una percentuale maggiore di intervistati ha assegnato valutazioni positive ai castroni con termini quali: calmi, allenabili, affidabili e prevedibili. In termini di idoneità per le tre discipline equestri di salto ostacoli, dressage e trail-riding, i partecipanti hanno scelto in modo schematico i castroni per il trail-riding, essendo le fattrici meno preferite sia per il dressage che per le discipline di salto ostacoli.

I risultati suggeriscono che gli equestri femmine stanno entrando nella diade umano-cavallo con idee di genere sul temperamento dei cavalli e vedono l'equitazione come attività principalmente per donne e ragazze. Ciò potrebbe avere implicazioni di vasta portata per la formazione e il benessere degli equini.

PLoS One. 2019 14 maggio; 14 (5): e0216699. doi: 10.1371 / journal.pone.0216699. eCollection 2019.
Fenner K, Caspar G, Hyde M, Henshall C, Dhand N, Probyn-Rapsey F, Dashper K, McLean A, McGreevy P.  -
PMID:
  31086385 DOI:  10.1371

Nip Tuck, l'attuale top horse - campione olimpico di dressage britannico - montato da Carl Hester, vive tutto l'anno in gestione naturale.

Oggi esiste un ampio consenso sui vantaggi del far vivere in linea con i dettami etologici specie specifici i cavalli, con una sola eccezione: i cavalli sportivi, in particolare quelli definiti "top", ovvero nelle alte categorie competitive delle discipline olimpiche.

Eppure, ci sono molti esempi e studi che provano che anche per i cavalli sportivi la gestione vincente è quella stabilita da madre natura.

Ciò che disincentiva un progresso in questo senso è additato a queste variabili presunte:

  • maggior rischio di lesioni
  • difficoltà a reperire centri ippici con le necessarie infrastrutture
  • impossibilità a non tosare cavalli sportivi (non tosarli è l'alternativa invernale alla coperta per cavalli)
  • necessità di ferrare i cavalli per lo sport, che cozzerebbe con la gestione naturale al pascolo (dove i cavalli facilmente perderebbero i ferri)
  • minor collaborazione del cavallo alla prestazione, se e quando fosse introdotto alla gestione naturale

Queste ritrosie sono per lo più arroccate su stereotipi e pregiudizi, dato che ci sono diversi atleti top - oggi giorno - che si sono espressi a favore della gestione naturalizzata e continuano a vincere come e più di prima. Tra questi citiamo: i britannici Carl Hester e Charlotte Dujardin, e la tedesca Utta Gräf in Germania nel campo del dressage, e il connazionale Lorenzo De Luca nel campo dello show jumping.

Ecco i vantaggi che controbilanciano ampiamente le presunte difficoltà:

  • i cavalli si muovono anche da soli, ne aumenta il tono muscolare e di umore
  • il sistema immunitario ne esce rafforzato e i cavalli diventano più resistenti alle malattie
  • zoccoli, tendini, legamenti, muscoli e ossa si rafforzano, con plusvalore di non dover ricorrere a trattamenti che possono configurare il doping per concorrere con i cavalli
  • grazie alla pascolazione che presuppone che il cavallo tenga la testa a terra gran parte del tempo, i muscoli del collo si rafforzano e la schiena si raddrizza
  • la respirazione migliora e si scongiurano patologie polmonari come la bolsaggine
  • la digestione migliora grazie al movimento continuo e si scongiurano le coliche
  • i cavalli sono più sereni e quindi più facilmente gestibili anche da terra, limitando il rischio di infortuni
  • i cavalli sono più felici e sono quindi più disposti a gareggiare serenamente, con grande vantaggio per l'opinione pubblica

Sul rischio di infortuni. E' ampiamente provato che il rischio diminuisce se il cavallo ha la possibilità di fuga da ciò che lo spaventa. In condizioni anguste, le vie d'uscita vengono a mancare. Non dimentichiamoci che esiste la tipologia di infortunio da gestione in box durante le normali operazioni di pulizia della stalla o del cavallo, per la somministrazione di trattamenti sanitari e quanto altro, come esiste la tipologia di infortunio da carico e scarico dei cavalli per i trasporti. Ma anche dal box al rettangolo di allenamento, e in campo di lavoro, un cavallo esplosivo - perché troppo compresso da eccesso di scuderizzazione - dà decisamente più problemi da gestire, con maggiorata la possibilità di infortunio.

Sono numerosi gli studi che supportano questa tesi, quasi tutti condotti da ricercatori tedeschi che hanno portato alla formulazione della cosiddetta "stalla attiva", già una realtà diffusa in paesi come la Svizzera e per l'appunto la Germania.

La stalla attiva, dai suoi esordi, ha permesso varie sperimentazioni, fino alla strutturazione attuale che permette l'alimentazione individuale anche con sistemi automatizzati, sofisticate aree relax, e sistemi di rotazione dei pascoli che consentono pulizia e decoro, tali da soddisfare le esigenze pratiche ed estetiche anche di atleti top.

Il sistema delle stalle attive, in passato denigrato come letamaie a cielo aperto, oggi ha validi esempi di fondi ben tenuti con igiene supportata dall'esperienza e pratica. Certo, occorre la giusta metratura per consentire una gestione naturale che soddisfi l'igiene e l'estetica. Un'analisi di mercato commissionata dalla Federazione equestre tedesca ha dimostrato che l'80% degli atleti umani considera la stalla attiva la sistemazione ottimale per i cavalli, soprattutto perché limita la sindrome da stress nei cavalli, con tutto ciò che comporta, e per la fragile salute dei nervi, dunque vizi di stalla, piuttosto che coliche e ulcere, e per la difficoltà di gestire animali così grossi e pesanti, e potenzialmente pericolosi, quando sono nervosi e irritabili.

A frenare queste soluzioni, soprattutto in Italia, è solo ed esclusivamente la difficoltà a reperire i soldi per le ristrutturazioni, in un momento di crisi economica che attanaglia anche i circoli ippici e li porta a cercare il risparmio, giustificandolo come la migliore gestione possibile per cavalli sportivi, anche se palesemente non lo è. Ma è nato prima l'uovo o la gallina? Certe riforme strutturali andavano fatte forse già 20 anni fa, quando i soldi c'erano. Parte della crisi del sistema cavallo nasce anche dai ritardi nelle riforme strutturali necessarie, vedesi il caso dell'ippica. Questo è un serpente che si morde la coda. Non si fanno le riforme, è più difficile uscire dalla crisi, intanto ne risente in generale l'immagine di tutta l'industria equestre e ippica.

Leggi anche La stalla attiva.

Le manifestazioni che impiegano equidi in Italia, fuori e dentro i circuiti ufficiali, sono ispirate alle antiche corse di cavalli romane.

Queste erano tutt'altro che manifestazioni pacifiche, vi perdevano la vita di sovente sia umani sia cavalli. Non solo, il sacrificio del cavallo in talune occasioni faceva parte dello spettacolo.

Questo è il caso, ad esempio, del "cavallo d'ottobre" romano, in cui un cavallo veniva appositamente ucciso in piazza in onore di Marte. Al termine delle corse di cavalli, all'epoca condotte principalmente con biche, un cavallo della squadra vincente era trafitto mediante una lancia e quindi sacrificato in onore dei "politici". Il suo corpo veniva smembrato, la testa e la coda in particolare erano reclamate dalle fazioni (antiche contrade). Due quartieri mettevano in scena una lotta per il diritto a mostrare la testa, mentre la coda da poco tagliata era portata alla Regia, per alimentare il fuoco sacro di Roma. E forse le sue ceneri utilizzate in qualche altra funzione sacra.

Il Cavallo di Ottobre non è l’unico esempio di sacrificio di un cavallo per riti di propiziazione legati a tradizioni religiose, alla fertilità o alla celebrazione del potentato.

Sacrifici di cavalli per fondare la supremazia di antichi "Re", piuttosto che per assicurare la fertilità di mogli reali o di raccolti, si ebbero anche nell'antica Grecia, India, Iran e Irlanda. 

D'altra parte, nell'antichità il sacrificio di animali in riti di piazza era la norma, non l'eccezione, e non era risparmiato alcun animale, neppure il cane, quest'ultimo immolato per i riti di purificazione, fondazione e passaggio dalla vita alla morte.

Qualcuno dirà, meglio gli animali che gli umani, visto che l’uccisione di vittime umane non suscitava in epoca arcaica nessun tipo di scandalo o giudizio moralistico, era assolutamente normale e faceva parte della prassi religiosa antica, incluso quella da cui deriviamo direttamente noi, ovvero sia romana sia soprattutto greca.

Ebbene, le tradizioni sono fatte per essere superate dalle innovazioni, e sicuramente il superamento del sacrificio umano è stato un atto dovuto, come lo è oggi il superamento del sacrificio animale per mero spettacolo.

Purtroppo in Italia certe tradizioni faticano ad essere deposte e resti della tradizione dei sacrifici di animali li abbiamo oggi in alcune manifestazioni legate ai cavalli, dove in onore dei santi, o del dio denaro, viene spettacolarizzata la morte preannunciata di animali innnocenti, che non hanno scelto di correre e competere. 

A ben guardare tutta l'industria equestre si fonda sul sacrificio del cavallo per spettacolo. Se questo infatti non è qualificato come animale d'affezione, bensì come macchina non senziente, che se si rompe si cambia, di che altro stiamo parlando!?!

L'ippica non è forse uno spettacolo in cui si scommette sulla vita dei cavalli? Se perdono con ricorrenza, non vanno forse questi cavalli al macero indipendentemente dal fatto che le loro carni siano salubri per la macellazione? E certi palii dove l'incidente è parte del valore aggiunto dello spettacolo, non sono forse sacrifici di piazza di animali innocenti per il pubblico godimento?

L'attrazione per la violenza in certe manifestazioni con i cavalli

C’è un elemento non detto e indicibile nella segreta attrazione di persone alla violenza, alle volte più apparente che reale, che nel mondo del cavallo permette di infrangere le barriere normalmente accettate dell’etica e del vivere sociale.

Facciamo un esempio, se si frusta un cane per incitarlo all'andatura, e ciò viene ripreso e messo sui social ai giorni d'oggi, apriti cielo, come minimo diventa un caso nazionale che smuove anche le coscienze dei parlamentari. I cavalli si frustano regolarmente nelle competizioni e non ci fa caso nessuno.

Labile e quasi evanescente è il confine che separa dalla violenza vera e propria la propensione di parecchi equestri e ippici a "dominare" il cavallo con la forza, mostrando in questo modo il proprio valore dove il confine con il sadismo è vago, incerto, alle volte quasi inesistente.

In altre parole: in alcuni ambienti di cavalli una certa dose di aggressività, a patto che non faccia zapillare del sangue, che non lasci ferite aperte che abbisognano di medicazione, è considerata sostanzialmente innocua e, anzi, è lodata perché "serve" ad esprimere la forza e capacità di prevaricazione dell’uomo e quindi, indirettamente, il potere di attrazione che tale persona "virile" dovrebbe esercitare su donne dall'assetto mentale "tradizionale". 

Questo istinto, seppur più accentuato nella psicologia maschile (e notoriamente certi ambienti, tipo ippica e palii, sono ancora prevalentemente ambienti di uomini), non è assente in quella femminile e si esprime con donne che amano dimostrare la propria potenza e padronanza sottomettendo con la forza i cavalli per gioco, sport, divertimento o spettacolo. 

L'elemento sadico e il contraltare masochista presente nella società 

Tutto questo esprime il piacere per il sacrificio e la sottomissione rituale del cavallo, ma basta uno sguardo alla nostra società per rendersi conto che solamente la più grossolana ipocrisia potrebbe negare che l’elemento sadico, e quello masochista dall'altra parte, sono consapevolmente radicati in essa, tanto da divenire tema di speculazione commerciale, come si vede appunto nell'industria equestre e ippica. 

Laddove una simile tendenza non diventa estrema, anche nella sua volgarità, potremmo definire che questo "mercato" non è patologico. Certamente, per un'equilibrata legislazione dell'industria equestre e ippica occorre avere parecchia conoscenza degli istinti fondamentali su cui si basa la nostra società, ma anche sulla sensibilità contemporanea, sul desiderio di progresso che è innato negli occidentali e con ciò di rivalsa del bene sul male. 

Dalla parte del cavallo

In tutto questo gli animalisti potrebbero esultare ogni qual volta il cavallo scarica l'umano, ribaltando la questione del potere.

Va detto che la vittoria dell'umano sul cavallo alle volte è solo apparente. Molti cavalli proprio là dove, in apparenza, si arrendono e si consegnano inermi allo strapotere dell'equestre, colgono di fatto la propria rivincita e vittoria consistenti nell'asservimento dell'umano ai bisogni del cavallo, che non sono pochi. I cavalli "buoni" tendono ad avere vita più lunga e a morire più spesso di vecchiaia, rispetto a quelli che si ribellano. Dal punto di vista del cavallo è opportunismo. 

La sottomissione del cavallo non è un male in se stessa in assoluto, ma può diventarlo qualora non trovi la giusta contromisura. Ovvero, se il cavallo si guadagna una vita dignitosa, è amato e sostanzialmente trattato bene, ha tutto ciò che gli serve per vivere sereno e in salute e arriva a morire di vecchiaia, il sacrificio si può dire che ne è valso la pena.

Quello che oggi appare sempre più ingiustificabile, ai fini dell'accettazione sociale della sottomissione del cavallo, invece, è il contesto di una cultura che assolutizza il sacrificio negando radicalmente la dimensione spirituale, senza cioè contropartita. 

Che il cavallo perda tutto e non guadagni niente oggi è inaccettabile

La vita interiore degli esseri umani si regge su una trama delicata di compromessi, contrasti, sfaccettature che si vedono riflesse nei giudizi che vengono espressi.

Certo che è contradditorio, dal punto di vista di un alieno razionale, che una persona che mangia carne si indigni perché muore un cavallo in pista o in piazza per "spettacolo", ma dal punto di vista umano - terra a terra - ha tutte le sue ragioni. La struttura dell'essere umano non è fatta per essere monolitica, coerente rispetto a se stessa ed al reale ma, piuttosto, è portatrice di bisogno di giustizia, di nostalgia dell'arca perduta di equilibrio totale con la natura, di assoluto, tutti concetti che mal si abbinano al sacrificio vano di cavalli per puro divertimento, scommessa e spettacolo. Ovvero l'uccisione senza necessità è oggi non solo punita teoricamente dal nostro ordinamento giuridico, ma è punita prima di tutto socialmente con la non accettazione, ponendo l'unica ragione logica per uccidere gli animali, oggi, nell'estrema ratio della fame e dunque dell'allevamento e uccisione per il consumo alimentare.

In pratica, la sensibilità si è evoluta e oggi i sacrifici di cavalli in piazza o in pista in onore di santi o politici non sono più ben accetti.

Il cavallo dalle stelle alla stalle

Che il cavallo si sottometta pur essendo nell'immaginario collettivo, per certi versi, ancora un animale "nobile" è un conto ma, come il popolo, oggi il cavallo allevato per accompagnare l'essere umano in attività ludico sportive rivendica una contropartita, l'essere considerato non tanto un mezzo quanto un fine, il diritto ad essere amato, la pensione, la vita. Il cavallo rivendica i beni terreni, perché dei privilegi astrali dopo il sacrificio per i potenti, agli occhi della gente che se ne fa portavoce, se ne frega. 

Non è il podio che interessa al cavallo, ma la biada. Non è la frusta che desidera, ma la carezza.

Tutte quelle attività che impiegano equidi e che minimizzano "l'irrazionalità umana", paragonando i cavalli ai vitelli e giustificando in questo modo il sacrificio di cavalli con discorsi del tipo "altrimenti andrebbero alla macellazione", sono destinate a scontrarsi con l'antipatia dei più e a perdere dunque di consenso. Solo la piena umanizzazione del cavallo con benefici terreni premia.

Che ognuno paghi per i propri torti e si conquisti il podio con le proprie gambe

Il paradiso per i cavalli dopo la loro morte in onore di santi e potenti non è più una giustificazione considerata valida il sacrificio. Probabilmente perché santi e politici non sono più tanto amati come nella "tradizione", dove era considerato normale che in tanti dovessero soffrire per i benefici di pochi. L'individualismo premia l'umanizzazione degli animali, oltre ad un concetto di giustizia dove ognuno deve pagare per i propri torti, anziché sacrificare un innocente perché gli altri possano continuare a peccare. 

E' l'evoluzione dei tempi, vediamo dove ci porterà.

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