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Ogni sintomo è un messaggio.

Imparare a capire di cavalli, significa anche saper riconoscere i sintomi di disagio e dare una risposta coerente, corretta, risolutiva.

Un cavallo prima estroverso che si mette all'angolo, mostra la schiena, tiene il collo abbassato a terra anche mentre non sta mangiando, ha comportamenti aggressivi a fronte di zero provocazioni, rifiutando routine che prima apprezzava, presenta l'occhio vitreo, opaco, spento, deambula con fatica, suda senza essere impegnato in una attività che giustifichi quell'esito, che mostra frustrazione per esercizi semplici, che comincia a dimagrire o rifiutare il cibo, altri segnali di disagio... è un cavallo che sta chiedendo aiuto.

Ignorare la richiesta e procedere con le proprie egoistiche priorità, moralmente parlando, è un maltrattamento. L'omissione di cure può rientrare in negligenza, essa stessa una forma di maltrattamento secondo alcune sentenze giudiziarie, relative soprattutto agli animali d'affezione (in Italia godono di tale status solo cani e gatti). Non è infatti obbligatorio detenere animali, se non si è in grado, se si è impossibilitati nelle cure, ma si è persone responsabili, si cercano soluzioni esterne o si evita di principio di prenderli quegli animali.

Anche l'addestramento o esercizio, quando inappropriati, rasentano il maltrattamento. Quando si vede un proprietario che frusta il cavallo, lo sperona, lo incita in qualsiasi altro modo fisicamente e verbalmente aggressivo, ignorando il dolore che il cavallo prova, si è di fronte a una situazione di abuso, anche qualora non fosse possibile punire il gesto in base alle attuali consuetudini o regolamenti in Italia.

Se una cosa è legale, non significa che sia giusta. Ricordiamoci che un tempo era legale anche abusare di esseri umani. Ricordiamoci che Auschwitz non è un ricordo medievale, ma un sistema legalizzato di maltrattamento, abuso e omicidio di massa, recente, per altro ancora legalizzato in taluni paesi dove la democrazione non è che un miraggio.

Ricordiamoci che Auschwitz è ancora il sistema vigente di allevamento di molti animali destinati alla carne.

Ricordiamoci, infine, che in Italia il cavallo è un animale da allevamento e da reddito al quale sono riconosciuti pochi diritti, il cui abuso e maltrattamento è un "reato minore" e la cui tutela è lasciata principalmente alla volontarietà del singolo, in un sistema che funziona poco e male per punire gli abusatori, siano essi seriali o occasionali.

In questo assetto, è responsabilità del singolo proprietario di cavalli interessarsi alla sofferenza del proprio animale e dargli adeguata risposta risolutiva.

Per prima cosa, se si vuole bene al cavallo, e si desidera riconoscere il disagio, occorre cominciare a provare empatia per esso ed esiste un solo modo per farlo: smettere di considerare il cavallo una creatura subalterna il cui unico scopo nella vita è servire l'essere umano.

Quando si riconosce al cavallo, o a qualsiasi altro essere vivente, una dignità in proprio, il passo è breve per imparare a comunicare con la stessa lingua, a percepire empaticamente la sofferenza e a interessarsi a risolverla, se è in proprio potere farlo.

Dunque, a fronte di un cavallo che mostra disagio, rabbia, rifiuto, depressione, dolore, volendo provare compassione, quello che serve è una diagnosi delle cause, partendo anticipatamente da quelle fisiche: malattia o dolore associato a ingiuria.

Se non ci sono segni di malattia o ingiuria, il male può essere di tipo emotivo, spirituale, mentale.

Come dimostrano i manicomi... la sofferenza e la malattia possono essere anche psichiche e i cavalli non sono di certo esclusi dal poter essere affetti da patologie psicologiche la cui origine va ricercata in una cattiva gestione ambientale o in una relazione abusiva con il referente umano di quell'animale.

Non sottovalutiamo dunque il risentimento del cavallo, a qualsiasi titolo esso sia, e cogliamo quel messaggio come richiesta di aiuto, sia esso il riposo necessario per riprendersi da una ingiuria fortuita, sia essa la medicina per riprendersi da una malattia, sia essa una gestione diversa che tenga in maggiore conto dei bisogni fisici e psicologici dell'amico cavallo.

La nostra dignità come proprietari di cavalli, animali dopotutto "surplus", non di certo obbligatori, indispensabili e men che meno necessari per la vita attuale in una comunità antropica contemporanea occidentale ma conseguenza, piuttosto, di scelte di stile, di svago, di sport, non è che un riflesso della cura che riponiamo nel benessere olistico del nostro animale.

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