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Quattro cavalli morti/incidentati in una settimana - in pista in ippodromo - dovrebbero essere un buon motivo di riflessione, se non di riforma, per i nuovi Ministri Bellanova e Speranza, che di cavalli, volenti o nolenti, devono occuparsi per la parte di competenza dei ministeri che presiedono.

31 agosto, muoiono Zeus Indal a Cesena e Doncaster Magic a Varese. 5 settembre, è la volta di Fit for Fun e di Merci Beacoup (operabile, ma operata o soppressa?) al Visarno di Firenze.

20190908 113443In due degli incidenti si parla di buche sulla pista come possibile causa, quindi di fondo ipoteticamente inidoneo a prevenire gli incidenti. Nel caso, se esistesse una giustizia sportiva ippica efficiente ed efficace, partirebbero immediate delle indagini e dovrebbero dare un fermo alle giornate di corse all'ippodromo coinvolto fino a che non ci fossero garanzie per l'incolumità di atleti umani ed equini.

L'indifferenza invece per le morti bianche nell'ippica, per coloro che si occupano di benessere e tutela dei cavalli, è simbolica del fatto che ci troviamo dinanzi ad un'industria ippica allo sbando, che lotta cinicamente per la sopravvivenza, in un mondo di valori e aspettative mutevoli della società cui l'ippica fatica ad aggiornarsi.

Della tanto decantata riforma se ne parla dal 2011. Siamo alla fine del 2019, si sono succeduti tanti ministri e tanti funzionari con delega all'ippica, o alla salute animale per la parte di tutela e coerenza con il destino ultimo, ma di riforma ippica neppure l'ombra.

Ippica: storia, crisi del settore, scenario futuro

Una storia lunga, quella dell’ippica italiana, che parte addirittura dall’Ottocento.

L’istituzionalizzazione delle corse al trotto e al galoppo è successiva all’Unità d’Italia, nonostante anche prima di quella data si potevano avere gare tra cavalli; ma era un hobby di gentiluomini organizzato autonomamente da loro su strade temporaneamente chiuse ad altro traffico.

A differenza di altri paesi europei, in Italia si è affermata tardi una cultura ippica come comparto organizzato e dotato di regole centralizzate per la promozione, la scommessa, altro. Complice il fatto che l'Italia si è unificata solo nel 1861, l’introduzione dell’ippica in un contesto burocratizzato è stata tardiva e si deve alla famiglia reale Savoia che era appassionata di cavalli da corsa.  Mentre allora l'ippica era lo sport dei Re, ovvero dell'aristocrazia, oggi non lo è più, almeno in Italia.

Nel 1881 fu fondato il Jockey Club Italiano, con il compito di promuovere l’attività allevatoriale dei purosangue e delle corse al galoppo in piano. Poi in Italia ha avuto più fortuna e diffusione la disciplina del trotto, uno sport di origini campagnole più adatto all'Italia repubblicana, che ha rimpiazzato la monarchica.

Il XXI secolo si è aperto per l’ippica con il mito di Varenne, eroe espressione del popolo, scarto di pista, il non privilegiato, il primo degli ultimi che ha surclassato tutti, emblema di un popolo con una forte tradizione agricola e con voglia di riscatto, dalle stalle alle stelle.

Nel 2000 la raccolta delle scommesse raggiunse quasi i due miliardi e mezzo di euro, un record, tanto da porre l’ippica al terzo posto tra i giochi più apprezzati, dopo lotto e Superenalotto, nel nostro paese.

Millenials e l'inizio della fine 

Tale risultato di apprezzamento venne a meno negli anni successivi al 2003 per effetto dell’ampliamento dell’offerta di giochi con l’introduzione di nuovi prodotti in concorrenza a quello ippico. Da allora la raccolta di scommesse ippiche è in costante declino, così come il numero di cavalli e di addetti nel comparto.

La diminuzione del gioco e le conseguenti minori entrate per l'ippica hanno reso necessaria una attività di rimodulamento.

Nel luglio 2009, il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali emanò le ‘Linee di indirizzo strategico per il rilancio dell’ippica italiana’ da conseguire attraverso: la riduzione del numero delle corse con l’obiettivo di aumentarne la qualità e la spettacolarità; l'aumento del pay-out allo scommettitore per rendere più competitiva la scommessa ippica; investimenti in promozione e comunicazione, con specifico riferimento alla televisione; adozione di un codice etico dell’ippica italiana. Nulla di tutto questo ha visto ancora luce coerentemente con gli obiettivi. Le corse sono sì diminuite e alcuni impianti hanno sì chiuso, ma non per scelta strategica a tavolino, bensì per fallimento, crisi, impotenza, rassegnazione, mancanza di cavalli, mancanza di proprietari disposti a sponsorizzare le corse. Gli investimenti per la comunicazione non hanno ribaltato la tendenza negativa perché la linea editoriale sponsorizzata è sempre stata "vecchia" nei modi e contenuti; mentre il codice etico dell'ippica è rimasto una intenzione cartacea.

Nel 2011 l’Unire è stato sostituito da Assi, Agenzia per lo sviluppo del settore ippico, un flop. Nel 2012 Assi è stata soppressa, con il trasferimento delle funzioni al Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali e all’Agenzia delle dogane e dei monopoli.

Dalla Legge Delega al Libro Verde dell'Ippica, al nulla

La riforma del settore ippico è stata poi prevista nella delega fiscale del 2014 con misure di privatizzazione, si parlava allora di "restituire l'ippica agli ippici", come se fosse ostaggio del Ministero. Termini decaduti per riformare, non se ne è fatto nulla. Gli ippici frammentati al loro interno, non hanno permesso la privatizzazione neppure parziale dell'ippica, preferendo scontare l'eterna dipendenza dal Mipaaf, piuttosto che rischiare tutto per mettere in gioco le proprie capacità creative, organizzative e imprenditoriali.

Governi successivi hanno promesso la riforma senza farla, fino all'ultimo Libro Verde dell'Ippica, linee guida per la riforma, del Ministro Centinaio, a poche settimane dalla caduta del governo nell'estate del 2019, ipotesi di riforma in ogni caso non piaciuta agli ippici, non concertata ad un tavolo equidi condiviso con le parti sindacali di categoria e che si presume finisca ora nel bidone.

L'ippica oggi

L'industria ippica italiana, una volta rinomata per Ribot e Varenne, sta affrontando una crisi di reputazione per non riuscire a tenere il passo con l'ippica europea dei paesi centrali e nordici, dove la crisi è forse meno sentita.

Mentre gli ippici incolpano la politica dei propri guai, è assai probabile che uno dei motivi della crisi sia lo scarso rispetto per i cavalli, che indebolisce l'appeal degli ippodromi e della scommessa ippica in un'Italia dove la popolazione ama più certi tipi di animali del proprio prossimo.

Del resto, gli animali, in uno scenario di crisi prolungata, diventono gli unici innocenti in un sistema distopico dove occorre ad ogni costo trovare un responsabile della crisi, meglio se è l'altro, perché riconoscere il proprio contributo alla colpa richiederebbe una maturità emotiva che manca all'italiano medio dei giorni nostri, mai stato educato a pagare per i propri debiti, ma semmai a rimetterli ad un debitore unico esterno, da usare come capro espiatorio.

L'uso continuato e diffuso da parte dell'industria di farmaci che migliorano le prestazioni - la macellazione a fine carriera dei cavalli, nonostante tutta la farmacopea e chimica cui sono stati sottoposti, non migliorano la credibilità dell'ippica nei confronti del pubblico estraneo all'ippica che, se può scegliere tra più scommesse, magari preferisce il gratta e vinci, con cui non si dopa o uccide alcun animale.

Il problema è il confuso mosaico sul regolamento dell'ippica e dell'antidoping, incomprensibile al pubblico di non addetti ai lavori, che non comunica giustizia sportiva e non contribuisce a creare fiducia sul "prodotto" ippico. A ciò si aggiungono le corse clandestine su strada che vedono la connivenza di operatori dei circuiti ufficiali che non implementano la stima e popolarità per gli operatori ippici, tale da attirare in ippodromo le nuove generazioni con le scommesse legali e magari garantite con un sistema certificato "cruelty free" per i cavalli, condizione imprescindibile per essere appetibili alla "generazione dei millenials e degli sdraiati" e avere un ricambio generazionale nel pubblico di appassionati. I casi di corse truccate che hanno portato alla chiusura dell'impianto della Favorita di Palermo, fanno parte di quel quadro di reprensibilità per cui la percezione della legalità e trasparenza nell'ippica da parte dell'opinione pubblica estranea agli ippici è ai minimi storici. 

L'uso diffuso di droghe - sia legali sia illegali - è foriero di problemi di cui i due Ministeri ai quali è indirizzata questa missiva dovrebbero occuparsi, ciascuno per le sue competenze. 

Alcuni ippici impiegano farmaci che consentono al cavallo di superare il dolore, intensificando le possibilità che da ciò ne nasca un infortunio perché tolgono al cavallo l'autodifesa. Cavalli sfiniti, che non sentono dolore e fatica, sono spinti a dare il loro massimo, a rischio della propria incolumità. Finiscono poi principalmente al macello, se non si infortunano in circostanze tali da richiedere l'eutanasia. Del resto non esiste un programma interno, strutturale, sovvenzionato, per la riabilitazione dei cavalli da corsa a fine carriera.

L'uso eccessivo e l'abuso di droghe somministrate troppo a ridosso di una gara possono mascherare la zoppia nei cavalli durante gli esami pre-gara - un problema per il quale i veterinari e altri ufficiali di gara dovrebbero esprimere preoccupazione, salvo che anche quelli fanno parte del sistema, conquistandosi fama di prezzolati anziché di immacolati - contribuendo alla scarsa reputazione dell'industria ippica e dei suoi addetti, veterinari inclusi, in un'Italia "campionessa di corruzione" secondo le stime di percezione da parte degli stessi abitanti dello stivale e che fatica a cambiare questi pronostici di cui non andare fieri.

Non pochi cavalli da corsa sono attualmente sottoposti al "gioco nero del piccolo chimico", con trattamenti somministrati da operatori che non sono medici (e anche questo costituirebbe un illecito) finché permangono nel circuito ippico allo scopo di migliorare le prestazioni degli animali. Se un cavallo ha bisogno di droghe per correre, quel cavallo non dovrebbe essere in pista. Si spera, ma non è detto, che esistano almeno in Europa paesi più seri dal punto di vista dell'ippica, dove sono garantiti controlli sistematici per la salute e il benessere dei cavalli, soprattutto per quelli che devono finire nel circuito alimentare.

L'Italia sconta mancanza di credibilità nella gestione della filiera dell'ippica, più o meno come negli USA. E non deve passare inosservato che, pur con tutte le differenze, si tratta di 2 paesi dove la tutela animale è forte e forma l'opinione pubblica. Paesi dove il cavallo finisce al macello in modo controverso e non accettato da tutti, neppure all'interno del mondo del cavallo stesso: in USA varcando i confini con Messico e Canada, in Italia passando dal cortile posteriore del macello, anziché da quello anteriore, se l'animale è registrato come non macellabile in anagrafe.

Il tutto, in Italia, condito dalla mancanza di progressi in alcune aree importanti, come la creazione di iniziative - con fondo all'uopo - di assistenza ai cavalli post carriera nell'ippica, per aiutare i cavalli da corsa infortunati o a fine impiego a passare a nuove carriere ed evitare così di essere spediti alla macellazione.

Ciò di cui l'ippica ha un disperato bisogno è una Riforma che non abbia paura di dispiacere e possa stabilire regole e sanzioni severe per l'utilizzo di farmaci e droghe illegali, o consentiti ma solo con tracciabilità e rispettando i tempi di sospensione, il tutto per elevare la tutela dei cavalli e la credibilità della filiera e coerentemente con la scelta anagrafica operata sul destino ultimo dell'animale.

Solo ripartendo dalla tutela e dal rispetto del cavallo si può rilanciare l'ippica, altrimenti destinata ad una morte lenta.

Una riforma che partisse dalla tutela del cavallo, dovrebbe creare un insieme coerente e comprensibile di norme antidoping e sui farmaci di cui andare fieri per non essere il fanalino di coda dell'ippica Europea, bensì la testa di ponte del progresso ippico. Metterebbe al bando i trattamenti chimici "ultimo minuto" prima delle corse, in un sistema in cui non si capisce con quali criteri si decida a quale cavallo fare l'antidoping, visto che nessun regolamento spiega come sono selezionati i cavalli a cui farlo, e chi frequenta gli ippodromi sostiene che si tratti di "telefonate" al funzionario antidoping (potrebbe essere più discrezionale e meno scientifico il metodo?!?) da parte di non si sa chi.

Non esiste un regolamento antidoping attualmente che sia trasparente e comprensibile anche dal pubblico dei potenziali scommettitori e pubblicato online dall'ente di riferimento.

Questo rende urgente sanare la trasparenza doverosa e ora mancante. La riforma del regolamento antidoping dovrebbe prendere in considerazione regole e sanzioni più rigorose e uniformi, e soprattutto, aumentere i test fuori pista, direttamente negli allevamenti, per il benessere e il rispetto dei cavalli.

L'antidoping fuori dalle corse andrebbe potenziato su cavalli che vengono testati casualmente e senza preavviso. Attualmente, i testi antidoping fuori pista sono l'eccezione, non la regola, il che offre agli operatori ippici non etici l'opportunità di aggirare i già pochi vincoli del sistema, a danno non solo dei cavalli, ma anche dei consumatori di carni rosse che poi quei cavalli se li mangiano, e non sempre consapevolmente visto che i cavalli sono utilizzati in preparazioni di carni miste, come sughi e salumi.

Con tutte le tragiche notizie sui cavalli da corsa degli ultimi mesi, con piste piene di buche, incidenti uno dietro l'altro, ippodromi che chiudono, ippodromi senza acqua da abbeverare i cavalli, ippodromi all'asta, una cosa è certa: l'ippica in Italia non ser la passa bene. Continuando imperterriti su questa linea e traiettoria, sicuramente non ci sarà una ripresa.

Scrivi oggi ai politici che hai votato per chiedere loro di sollevare un'istanza parlamentare per la riforma del'integrità dell'ippica e, quindi, di fare tutto il possibile per assicurare la tutela degli atleti ippici cavalli in Italia, che coincide con la tutela degli operatori ippici benché loro abbiano problemi a riconoscerlo, forzando il sistema a generare un fondo per il pensionamento degli infortunati in pista o dei fine carriera.

Serve una Riforma per l'ippica, e serve anche chi la faccia trangugiare agli ippici con la forza, visto che se aspettiamo che loro si mettano d'accordo sulla "cura" gradita a tutti, possiamo stare certi che l'ippica è destinata a una morte graduale e lenta, per auto consunzione.

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