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E' troppo tempo oramai che gli sport che impiegano cavalli puntano sul "vincere" come se questo dignificasse l'attività, come modello da estendere in qualsiasi ramo di equitazione, come se l'unico scopo dell'avere un cavallo fosse gareggiare.

Questa spinta non è solo un modello astratto che fa grandi danni, si è tradotto in norme e indirizzi speculativi, abbruttendo l'equitazione e riducendo i cavalli a oggetti di scambio. 

L'equitazione non dovrebbe essere vissuta come campionato sportivo, dove per ottenere riconoscimento occorre a tutti i costi gareggiare.

Essa dovrebbe essere vissuta, innanzi tutto, come attività amatoriale che può avere benefici sia per il corpo che per la mente, che si conduce con altri esseri viventi, i cavalli, esseri senzienti, non mezzi. Questa dovrebbe essere la normalità e l'agonismo, visti anche i costi, sia economici sia di vite buttate vie, quelle dei cavalli che non ce la fanno a raggiungere risultati degni di nota, dovrebbe essere lo straordinario. 

L'idea che, perché sia riconosciuta la dignità dell'attività equestre, si debba gareggiare e vincere è, non solo disfunzionale ad uno sport che ambisce ad essere "per tutti", ma anche disincentivante a lungo andare per la diffusione della base. Innanzitutto, crea il terreno per ampia frustrazione, perché non solo la maggior parte dei cavalli non ce la farà ad emergere dalla media, che banalmente è la normalità, ma lo stesso dicasi per il partner umano. Pochi hanno il complesso di caratteristiche necessarie per vincere. Gli altri sono destinati alla norma, che per sua essenza non va oltre alla medietà. Per il cavallo può comportare l'esclusione dal circuito e anche la perdita della vita. Per l'individuo, enorme frustrazione. Se l'unico obiettivo è gareggiare per vincere, la maggioranza di persone e di cavalli, perché così va il mondo, non avrà alcun riconoscimento.

I fuoriclasse sono, per definizione, rari. Tutto il resto è normalità, che non andrebbe stigmata con mediocrità, né spinta a confrontarsi su terreni impropri. 

In equitazione, come del resto nell'ippica, perché anche quest'ultima dovrebbe tornare alle origini ed essere essenzialmente un hobby per chi se lo può permettere, si dovrebbe coltivare semplicemente la capacità di buon governo in salute e benessere del cavallo, a terra, come nel lavoro per una specifica disciplina. Saper fare bene, o benino, dovrebbe essere l'obiettivo, coltivando la mera ars equitandi, che non può essere solo tecnica, ma anche cuore e sentimento per l'animale come individuo.

Accanto a ciò, quello che andrebbe incentivato, è punire chi sbaglia, dando maggiore visibilità alla disciplina contro i peggiori, nel senso di chi bara per vincere, di chi dopa, di chi maltratta gli animali. Lì, nella giustizia, il sistema dovrebbe puntare all'eccellenza.

Invece, tutto al contrario. Contano solo i soldi, le punizioni per chi fa male, facendo oltreutto del male ai cavalli, sono pressoché nulle, e si premia solo chi, anche senza pietà, persegue il solo fine materiale della vittoria in un modello centrato sul "campionato" sportivo che finisce per far emergere semplicemente i più conformisti, ambiziosi e ricchi, che non sempre sono reale espressione di eccellenza.

Tutto questo finisce per generare risentimento nella massa, perché questo modello di equitazione non può fornire alcun incentivo sociale, oltre che deludere dal punto di vista dell'etica. 

In conclusione, il modello attuale che permea l'equitazione e l'ippica è vuoto dal punto di vista valoriale, esprime poca innovazione, anche sociale, ed è controproducente dal punto di vista della diffusione di persone interessate a farne parte. 

Il grosso delle persone, come dei cavalli, non può andare oltre alla medietà e ha bisogno di modelli che premino semplicemente il saper condurre il cavallo abbastanza bene, con occhio anche all'aspetto ludico e ricreativo, di crescita personale, come di gestione in salute e benessere dell'animale, punendo chi ricorre a trucchi o controtrucchi per fingere di saper fare meglio o maltratta e manda cavalli al macello solo per ampliare il proprio"divertimento sportivo".

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