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La condivisione di notizie difficili non è mai facile e dire le cose come stanno richiede coraggio, ma è l'unico modo per alterare la realtà.  Molti esseri umani hanno paura di affrontare la verità, perché li mette in discussione. Per questo spesso, nel mondo del cavallo, si parla di ignoranza volontaria come di quel fenomeno per cui tutti sanno, ma nessuno ne vuole parlare.

La natura umana è sociale, non ama le cattive notizie, specialmente quelle che possono mettere in cattiva luce la propria persona o gruppo di interesse. Per questo, quando i propri privilegi, interessi, sono messi in discussione, c'è la tendenza a voler evitare il confronto e anzi a trincerarsi dietro a posizioni di difesa. 

Questo, in sé, è parte di ciò che rende la tutela del cavallo tanto impegnativa, se fatta seriamente.  Quando il contenuto da condividere è difficile, perché mette in discussione degli status quo, può essere utile trascorrere del tempo a riflettere sulle strategie migliori.

Si pensi a una situazione di cavallo singolo tenuto in malessere, dove però la normativa vigente non consente un sequestro. Come si convince il proprietario a cambiare la gestione o a cedere ad altri il cavallo perché stia meglio? Nel momento in cui lo si accusa di "maltrattamento", si ottiene spesso che si chiuda a riccio, con il risultato che non si è tutelato l'animale e che ricorrendo alle autorità sanitarie locali non si otterrà, specialmente in zone a basso reddito pro capite, assolutamente nulla.

Il benessere del cavallo è anche legato al benessere della società in cui vive. Tanto più si scende in povertà, tanto meno è possibile che lo stile di vita del cavallo si elevi al di sopra di quello del suo proprietario. Il che rende il tutto molto difficile, anche dal punto di vista della comunicazione, tanto da far diventare la tutela degli equini una scienza sociale che richiede preparazione, tanta, dal punto di vista umanista.

Spesso, se si vuole operare per la tutela degli equini, si diventa proprio malgrado portatori sani di notizie malate.  Questa idea soddisfa i criteri più basilari degli stereotipi sulla tutela equina, ma non sempre soddisfa gli obiettivi del comunicare, se questi sono intesi a cambiare lo status quo criticato. La tutela degli equini non dovrebbe infatti limitarsi alla comunicazione, ma sottintedere una strada condivisa da affrontare per superare le criticità.

Per ottemperare all'esigenza di un'azione, la formulazione della cattiva notizia, riguardi questa un reato, o una negligenza, un malessere fisico o emotivo del cavallo, sia comunicata a una procura, o ad altra autorità territoriale, piuttosto che al pubblico per sensibilizzazione, richiede una certa pratica e forma.

Il coraggio però non deve venire mai a meno, per evitare che si ottunda la notizia al solo scopo di renderla più dolce, al punto tale da renderla ineficcace quanto una chiacchiera da salotto.

In generale, i pilastri delle conversazioni coraggiose di successo sono sempre gli stessi, sia che la comunicazione sia resa in un ambito privato o pubblico, di vita privata o professionale.

Il primo cardine di successo è il grado di responsabilità nel deliberare la notizia stessa. Un errore comune quando si discute di notizie difficili con autorità, privati o il pubblico, è il desiderare poca responsabilità sulla notizia.

L'esempio tipico è quello di chi denuncia una ipotesi di reato ma vuole l'anonimato, cioè zero responsabiltà sul comunicato. Ebbene, quanto più il comunicatore vuole rendersi irresponsabile, tanto meno la sua comunicazione sarà efficace.

Non c'è potere senza responsabilità e non c'è responsabiltà nel volersi sottrarre alle conseguenze delle proprie azioni.

La responsabiltà del comunicato, per l'efficacia dello stesso, impone riflessione, formazione, dedizione e devozione al risultato. 

Dobbiamo però prendere atto che nel mondo del cavallo esiste anche la tutela degli equini a scopo puramente decorativo o diplomatico. Persone cioè che si lavano la bocca con la tutela degli equini, ma non muoverebbero un dito sotto la loro diretta responsabilità per cambiare lo status quo, per paura di perdere la poltrona, il prestigio, il consenso dei pari.

Certo, ogni azione ha delle conseguenze. Si corrono dei rischi a denunciare, in primo luogo quello di dispiacere a qualcuno, piuttosto che a un gruppo di interesse. La tutela degli equini - nei fatti - richiede la disponibilità ad andare contro il branco sociale per sottolineare reati, anche solo ipotetici, piuttosto che per portare alla luce valori differenti cui conformare nuovi standard di pratica e gestione.  

Non è sempre semplice e non è un'attività, se protratta nel tempo (opposta cioè all'attività occasionale che deriva dall'essere stati testimoni di un singolo reato o ipotesi dello stesso) adatta a tutti, perché richiede responsabiltà, capacità di ergersi soli contro il gruppo, e dunque quelle qualità carismatiche che si riconoscono solitamente all' "imprenditore sociale".

Nella buona prassi di tutela equina, nel trasmettere una comunicazione che ha rilevanza anche penale, occorre valutare se il trasmesso ha dei riscontri con la normativa e la prassi in essere. Poiché vi è molta discrezionalità di interpretazione, si corrono dei rischi. Ebbene, la tutela degli equini è un'attività che comporta rischi e tanto meno si è disposti a rischiare, quanto meno si sarà efficaci nell'influenzare i cambiamenti a favore degli interessi degli equidi ad una tutela a loro misura.

Questi rischi non devono però essere affrontati in modo disorganizzato. Con la dovuta esperienza e formazione, si può arrivare a correre rischi "calcolati", quando non coperti da apposite assicurazioni.

La formazione a comunicare con coraggio la tutela degli equini, con il giusto grado di responsabilità, richiede tempo, pazienza, volontà, sacrificio.

Al di là delle associazioni animaliste dedicate, altre figure professionali necessitano di saper comunicare realtà difficili, se vogliono alleviare condizioni concrete di cavalli, ad esempio i veterinari ippiatri.

Comunicare la tutela degli equini, a seconda dei contesti, può essere fatto verbalmente o per iscritto, ma sottintende sempre scelte di forma e contenuti, tanto più consapevoli, tanto più efficaci.

Ad esempio, nel tutelare i cavalli in astratto, si possono scegliere strategie più aggressive, facendo una battaglia di principi. Di fronte al caso reale, occorre l'esperienza, il tatto, la sensibilità, la formazione per minimizzare il conflitto perché il risultato che si vuole portare a casa è subito, per alleviare la condizione di un essere vivente concreto, il cavallo individuo, per il quale la battaglia di principi potrebbe richiedere troppo tempo per alterare la realtà specifica di quell'animale. 

Concludendo, la tutela degli equini non è attività che si può improvvisare, né un hobby non militante, né materia adatta a persone che non amano assumersi delle responsabilità di fronte alla collettività. E questo rende l'attività, in un certo senso, ancora più nobile nel senso equino del termine e cioè singolarità meritocratica e non privilegio di casta.

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