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E' difficile fare una stima del numero di equini domestici che esistono in Italia visto che l'anagrafe equidi non è attendibile in assenza di controlli sulla tracciabilità e coerenza con il destino ultimo. Ovvero, è tristamente noto a tutti quanti che i cavalli che non servono più tendono a sparire, ma nessuno ne dichiara il decesso. In questa condizione, l'anagrafe equidi non è speculare alla reale sussitenza e localizzazione geografica degli equini che erano stati dichiarati alla nascita.

Ancora tante nascite, passaggi di mano e decessi sfuggono alla registrazione. Parliamo comunque di un numero di soggetti che - benché minore rispetto a 10 anni fa (la crisi economica di lunga persistenza che dal 2018 ha preso in una morsa l'Italia ha decimato i proprietari di cavalli) crea un comparto e un interesse.

Molti di questi equini vivono in scuderie aperte al pubblico, altri presso stalle e aziende agricole private.  Quelli che hanno un futuro maggiormente garantito fuori dal circuito alimentare sono quelli che hanno avuto accesso ad un percorso educativo a sella e che i proprietari hanno mantenuto in condizioni di salute.

I cavalli a maggior rischio di cadere nel dimenticatoio, di affrontare il triste destino dell'abbandono o della macellazione opportunistica, sono quelli che non hanno potuto beneficiare di educazione o che per infortunio, malattia, età avanzata, non sono più impiegabili in attività equestri.

Per questo dovrebbe essere dovere, innanzitutto morale, poi anche normativo, la formazione di proprietari responsabili, che prendano cavalli o li facciano nascere solo se hanno le competenze e/o risorse per allevare cavalli che abbiano poi accesso ad educazione e cure per la salute. 

Fino a qualche decennio fa i cavalli nascevano in contesti dove vi erano figure che sin dalla nascita li preparavano a servire l'uomo. Oggi le persone possono non avere mai avuto un cavallo, o parenti che ne avessero e decidere di punto in bianco di averne uno, divenendo incautamente proprietari vuoi per moda, per sfizio, per facilità di reperire soggetti a basso costo scartati dall'agonismo e improvvisandosi cavalieri, amazzoni e allevatori senza averne le competenze che nulla vieta di acquisire strada facendo: ma tutto ha un prezzo di tempo, denaro, fatica. Il cavallo non è per tutti. 

Spesso gli equini a basso costo o regalati provengono da allevamenti non etici, oppure si tratta di individui scartati dall'agonismo perché portatori di tare di salute o comportamentali.  

Benché gratis o a basso costo, non è affatto detto che siano adatti a principianti. Allo stesso modo, non è scontato che un cavallo, solo perché costoso, vada in mano a persone che abbiano la sensibilità di gestirlo in modo consono alla sua natura. In generale, quanto più il cavallo ha dei problemi, vuoi di salute o comportamentali, quanto più necessiterebbe di persone esperte per il suo recupero.

Per il cavallo, esattamente come per il bambino, i primi anni di vita e la fase di aprendimento costituiscono dei passi fondamentali per un assetto emotivo equilibrato di fondo.

Le esigenze di mercato, di velocizzare l'addestramento, non sono compatibili con le necessità etologiche di sviluppo fisico ed emotivo dei cavalli che richiederebbero un apprendimento lento e graduale, con un imprinting precoce ma poi una messa a sella tardiva, aspettando il pieno sviluppo dell'animale, che può variare da razza a razza, ma per la messa a sella non dovrebbe mai avvenire prima dei 3 anni e mezzo.

Il corretto addestramento oggi si preferisce definirlo educazione e richiede un vissuto adeguato in tutte le fasi di crescita cognitiva, relazionale e sociale.

Tutto importa. L'ambiente di crescita, la prossimità con individui della stessa specie, le occasioni relazionali, l'esposizione alle esperienze, il tempo necessario per l'apprendimento, l'atteggiamento dell'educatore, l'attaccamento o distacco che si pongono tra il soggetto da educare, il suo educatore e le altre figure di riferimento.

L'educazione del cavallo, specialmente ad attività anche complesse, non è facile e non è alla portata di tutti. Servono vocazione, esperienza, competenze specifiche e perfino risorse economiche. L'amore per gli animali non basta. Talvolta non basta neppure la tecnica, considerato il numero di cavalli squilibrati che escono da percorsi di agonismo dove c'era molta tecnica ma poca sensibilità. Il cavallo legge le emozioni degli umani e ne dà una sua interpretazione: il disagio, la frustrazione, la mancanza di empatia possono lasciare cicatrici profonde nel processo di crescita, fino a determinare opposizioni e introversioni poi difficili da rimediare.

Non tutti i proprietari, e specialmente quelli incauti, si rendono conto che il ricorso ad un educatore non è alla portata di tutte le tasche. Non parliamo di un cane, dove bene o male l'educatore cinofilo è ovunque e relativamente economico. Inoltre, esistono sul mercato addestratori tradizionali che ancora oggi utilizzano metodi e mezzi coercitivi. Numerose associazioni, sia animaliste che tecnico settoriali, hanno preso posizione sostenendo che i metodi utilizzati per l’educazione del cavallo alle attività equestri incidono sul carattere, sull’emotività e sul comportamento dell'animale e quindi che determinati metodi sarebbero da archiviare per passare oltre, tenendo conto dei moderni sviluppi di scienza ed etologia, nonché di sensibilità del pubblico.

In mancanza di una legge nazionale di tutela specifica del cavallo, basandosi sui meri regolamenti sportivi, è però difficile punire con adeguata severità e isolare, quando non allontanare, chi non ha una sensibilità in proprio per evolversi ai metodi più progressisti ed empatici per l'educazione del cavallo.

Per raggiungere determinati obiettivi di lavoro o agonistici, si insegna ancora al cavallo a fare o non fare determinate cose tramite la paura della punizione, il dolore, il trauma.  Horse Angels difende la posizione in base alla quale i metodi e le strumentazioni coercitive sono da considerarsi, sia eticamente che legalmente, alla pari del maltrattamento.

Innanzitutto vorremmo fosse pensionata la parola addestramento (rendere destro, abile, idoneo) preferendovi la parola educazione perché ha un’accezione più costruttiva e positiva (rendere sinistro, volenteroso, disponibile). L'addestramento parla ancora di dominanza dell'uomo sull'animale, mentre l'educazione si focalizza sulla libera cooperazione e dunque sulla relazione affettiva. 

Attualmente si assiste alla prevalenza di addestratori nel mondo del cavallo italiano che ancora fanno riferimento a metodi di lavoro di tipo "militare", poco adatti alla situazione attuale di tanti proprietari, o aspiranti tali, affini a cavalli prevalentemente da compagnia e da accompagnamento ludico/sportivo, senza particolari esigenze agonistiche o di lavoro. Questi addestratori tradizionali faticano ad adeguarsi alla contemporaneità e agli sviluppi dell'etologia relazionale.

Quest'ultima ha preso corpo dal lavoro di etologi di cavalli che hanno studiato il tema della dominanza equina osservando i branchi in natura ed evidenziando come "dominio" non sia il termine giusto per descrivere il comportamento dei soggetti alpha, ma andrebbe sostituito con la parola autorevolezza.

Quest'ultima crea un ruolo privilegiato che alcuni soggetti hanno rispetto ad altri e quindi va a determinare la gerarchia in un gruppo di animali che coesistono in un territorio per decidere chi ha la priorità di accesso a risorse come il cibo, il posto per riposarsi e l’accoppiamento. L'autorevolezza presuppone la mancanza di aggressività e si riferisce a una pacifica natura di relazioni sociali dove i conflitti sono risolti usando modalità il più delle volte dimostrative della potenza, puntando però a comportamenti pacificatori che eludono un conflitto fisico troppo marcato e quindi dannoso per i contendenti. Un equino appartenente allo stesso branco non vuole arrivare al conflitto fisico, per non mettere in pericolo la sua salute e quella del branco intero. Quindi l'autorevolezza per diventare i capi del branco si manifesta spesso con una serie di comportamenti rituali atti proprio a evitare il conflitto fisico senza causare danni o ferite, stabilendo però le regole per la gestione delle risorse e per la sicurezza del branco.

Gli addestratori tradizionali sono autoritari, non autorevoli. L’uso della forza, della coercizione e dell’intimidazione servirebbero per ottenere l’obbedienza del cavallo per consentire all’uomo di fargli fare quello che vuole, non producendo però un naturale attaccamento e un servizio consensuale. Quale la differenza? L'autorevolezza è sempre consensuale e si basa sulla fiducia nella relazione e non sulla paura della punizione. 

Ogni addestramento di base che impiega la paura e la punizione per costringere a fare determinate cose può preludere a problemi relazionali.

Nello specifico il metodo tradizionale si basa sull’uso della forza fisica e coercizione psicologica, che si manifesta sotto forma di punizione (percosse, strattonate all'imboccatura, scosse elettriche, sgridate, frustate, speronate, sbarramento, pungoli etc...). L’addestramento tradizionale non tiene conto della particolare intelligenza emotiva dei cavalli e quindi delle potenzialità di un'educazione alternativa che punti alla collaborazione volenterosa. E va a compromettere una relazione uomo/cavallo basata sulla condivisione di emozioni e sulla motivazione.

La motivazione è il nodo centrale dell’educazione e dell’addestramento non violento e va stimolata continuamente, perché altrimenti si perde.

E' come in un rapporto d'amore, l'affetto reciproco, l'intimità emotiva, il piacere di stare insieme o vengono coltivati quotidianamente o si perdono. Da ciò ne discende che l'educazione del cavallo non è una tantum e poi il cavallo è a posto per sempre. Quando il cavallo passa di mano, se il cambiamento è peggiorativo della relazione, l'educazione alla cooperazione può regredire. 

Il linguaggio non verbale del cavallo è un codice chiaro e leggibile per chi ha la volontà e la competenza, gli studi appositi, la sensibilità e la vocazione per apprenderlo. L'addestratore tradizionale non ha spesso né il tempo, né la voglia, né la testa, né il cuore per essere idoneo alle esigenze moderne di educazione dei cavalli a una convivenza pacifica e collaborazione volontaria. Eppure ottiene le patenti per lavorare con i cavalli a fronte di enti di promozione sportiva che appaiono refrattari a mettere il benessere anche psicologico del cavallo al centro delle attività che impiegano equini per lo sport e l'intrattenimento degli umani.

La legge italiana di tutela animale

Si tratta della legge 20 luglio 2004 n° 189, titolata "Disposizioni concernenti il divieto di maltrattamento degli animali, nonché di impiego degli stessi in combattimenti clandestini o competizioni non autorizzate", che modifica il titolo IX bis del Codice Penale ‘Dei delitti contro il sentimento degli animali’. In particolare, l’art. 7 della Legge 201/2010 tratta esplicitamente di addestramento: «Nessun animale da compagnia può essere addestrato con metodi che possono danneggiare la sua salute e il suo benessere, in particolare costringendo l’animale a oltrepassare le sue capacità o forza naturale, o utilizzando mezzi artificiali che causano dolori, sofferenze e angosce inutili».  La Legge 189/2004 apporta innovazione, rispetto ai decenni precedenti, aprendo il sipario all’animale non più come una cosa, ma piuttosto come un essere senziente, dotato di esigenze e diritti in proprio, per il solo fatto di esistere. In particolare, l’art. 544-ter, nel punire il maltrattamento di animali, include tra le varie categorie sanzionabili anche modalità di educazione e addestramento in passato tollerate in quanto non disciplinate da specifica normativa. Esso recita: «Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione a un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche è punito con la reclusione da 3 a 18 mesi o con la multa da 5.000 a 30.000 euro». Già molte sentenze hanno qualificato come ‘lesioni’ non soltanto quelle puramente fisiche, ma anche quelle che ledono l’integrità psicofisica degli animali.

Il reato di maltrattamento nell’addestramento va letto all’interno dell’art. 544-ter c.p., in particolar modo nella dicitura «Chiunque per crudeltà o senza necessità». La crudeltà è un atto concreto e volontario di inflizione di sofferenze. Secondo le attuali interpretazioni, non è necessario il solo scopo della malvagità, anche la mera insensibilità e indifferenza dell’autore per atti di per sé oggettivamente crudeli può rientrare nel maltrattamento: della serie, l'ignoranza non è una scusa!

Le categorie di condotte offensive possono essere psichiche (isolamento, privazioni sociali, addestramento); fisiche (violenza gratuita di ogni tipo, occasionale o abitudinaria: fame, sete, incrudelimenti nel campo del lavoro con fruste, finimenti, eccesso di fatica, impiego antifisiologico, mattazioni con mezzi dolorosi, attività sportiva con animali come bersagli od oggetto di divertimento, ecc.); genetiche o meccaniche (selezioni genetiche o interventi su cromosomi per ottenere prestazioni o produzioni anomali); e ambientali (costrizione in esasperate situazioni di cattività). Cfr. A. Valastro, ‘La tutela penale degli animali: problemi e prospettive’ (2012), in L. Lombardi Vallauri, S. Castignone (a cura di), Trattato di biodiritto. La questione animale, Milano, Giuffrè Editore, 2012, pp. 629- 674, qui pp. 653-654.

Le tecniche attuali di educazione basate sull’approccio cognitivo, sociale ed emotivo sono scientificamente provate e dimostrano che i metodi etologicamente rispettosi, basati sulla volontà di creare un rapporto di fiducia con l’animale sono l’unico modo scientificamente possibile e umanamente accettabile per l’educazione e l’addestramento di animali che devono cooperare con l'uomo per attività ludico ricreative, idem sportive, piuttosto che socialmente utili. 

La Corte di Cassazione, sez. III sentenza 43230/02, stabilisce che si tratta di sofferenza non necessaria nello specifico «quando si tratti soltanto della convenienza e opportunità di reprimere comportamenti eventualmente molesti dell’animale che possano trovare adeguata correzione in trattamenti educativi etologicamente informati e quindi privi di ogni forma di violenza o accanimento».  Quindi l’azione di utilizzare i metodi coercitivi integra il reato di maltrattamento di cui all’art. 544-ter c.p.

Appare chiaro che non si può parlare di alcuna necessità per giustificare l'utilizzo di metodi basati su forza, costrizione e violenza, bensì di volontà o ignoranza. La prima presuppone la preterintenzionalità e la seconda la colposità. In entrambi i casi è reato.

Il problema è uno solo. Il cavallo non è nel nostro ordinamento un animale d'affezione, ma da allevamento o da reddito, quindi l'applicazione delle norme di cui sopra risulta di fatto peggiorativa, discrezionale, spesso ignorata. 

Conclusioni

Se per gli animali d'affezione, come cane e gatto, è oggi apertamente riconosciuto e stabilito da numerose sentenze che l'addestramento violento è maltrattamento, la strada è ancora lunga per animali come i cavalli, che non rientrano nel nostro ordinamento tra gli animali d'affezione. 

Quando anagrafati come animali da macello i cavalli sfuggono a protezioni che potrebbero riguardarli laddove i legislatori si riferiscono agli animali d'affezione. Quando registrati come equini sportivi rientrano negli animali da reddito, non comunque animali considerati, ai fini dell'ordinamento giuridico, d'affezione. In alcune nazioni si è ovviato a queste problematiche elaborando una legge di protezione specifica per i cavalli che affronta politiche di responsabilizzazione nel possesso degli equini, politiche di sensibilizzazione per combattere il maltrattamento e l'abbandono opportunistico, norme che prendono in considerazione l'intero arco di vita dell'animale, le moltiplicità di impieghi e offrono risposte coerenti e al passo con i tempi e l'attuale sensibilità.

Si spera che prima o poi in Italia si metta mano a questa lacuna e si regolamenti con una legge quadro nazionale la tutela dei cavalli, in modo da arginare non solo l'addestramento violento, ma anche l'allevamento non etico, la macellazione abusiva, il possesso incauto. In poche parole serve una legge quadro che rafforzi il concetto di buon senso di possesso responsabile, come gli stessi legislatori europei hanno auspicato mediante una delibera risolutiva recente, affidando la materia da disciplinare a ciascun stato membro.

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