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Il 5xmille a Horse Angels per rovesciare le prospettive. Grazie!

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Il mondo del cavallo è in crisi profonda. C'è un nome ora per indicare la patologia senza attuale rimedio: la dissonanza cognitiva.

E' una patologia estremamente scomoda nel lungo periodo, consiste nel mantenere posizioni contradditorie, nel negare evidenze, fino al punto che il cervello fatica a conciliare il pensiero. La tensione tra lo smisurato amore per il cavallo che si professa da una parte, e lo scarso amore effettivo per il cavallo come individuo che è invece la prassi comune,  provoca confusione e vergogna.

C'è una "depressione" latente che ingrigisce il mondo del cavallo, incapace di trovare soluzioni ai temi etici che imperversano nella comunità.

Da una parte la negazione che certi problemi esistono. Dall'altra lo schock tutte le volte che la cronaca fa emergere i nodi strutturali.

Un vecchio uomo di cavalli, conferendo con Horse Angels, ha esposto così il suo disagio: "Oramai quando esco di casa non dico più di essere proprietario di cavalli, perché oggi se hai i cavalli sei un maltrattatore, un pedofilo, un molestatore, un macellatore abusivo di cavalli, un frodatore del fisco. Meglio allora il silenzio, così da non doversi vergognare anche quando non si è colpevoli di alcuno dei reati ipotizzati".

Ma come si è giunti a questo punto che nel linguaggio popolare darsi all'ippica o all'equitazione è colorato da significanze negative?

Anziché voler controllare i social media, e il loro modo di dipingere le problematiche nel mondo del cavallo, sarebbe più salutare rivolgersi all'interno del sistema e chiedersi se si è fatto veramente tutto il possibile perché l'industria del cavallo possa presentarsi al pubblico pulita, trasparente, responsiva, coerente nel punire i trasgressori che non rispettano impegni, regolamenti, etica paventata nei codici disciplinari.

Le mele marce ci sono in qualsiasi settore di vita. E' solo quando non sono tolte dal cesto che rischiano di infestare l'intera raccolta.

Invece di evitare i demoni cattivi, rifiutare il confronto, sarebbe necessario esaminare gli eventi che portano alla creazione di quei demoni.

Così se il problema è la macellazione abusiva, inutile puntare il dito sull'impianto che compie la frode alimentare, che sicuramente dovrà rispondere alla legge, ma non è quello la causa del problema. Fino a che ci saranno così tanti esuberi di cavalli registrati come non macellabili nell'industria equestre, ci sarà la macellazione abusiva dei cavalli. A che serve negare il problema? La negazione può solo distogliere da soluzioni razionali.

Anziché prodigarsi per "tenere fuori" la discussione dei problemi dalla comunità equestre, occorrerebbe adoperarsi per esaminare il modo migliore per affrontare i nodi. Un problema non affrontato può solo ingigantirsi nel tempo.

Il cambiamento è scomodo, ma senza cambiamento ci può essere solo stagnazione.

Prendiamo gli eventi più importanti degli sport equestri o dell'ippica a livello internazionale, che sono esibizioni e sfoggio del mondo dei ricchi e una vetrina adeguata al loro gusto estetico. Eppure dietro la frivolezza dei giorni di gara, si nascondono verità oscure.

Il serpentare di malumore tra le masse impoverite associato alle petizioni per abolire gli sport equestri dagli sport olimpici che hanno caratterizzato Rio 2016, non dovrebbero essere tacitati come fenomeno casuale e irripetibile.

Finché un certo tipo di cavallo sarà associato allo status di ricchezza, quel cavallo domato e costretto a 90° per il divertimento di quell'élite sarà sempre sinonimo di ingiustizia, perché se l'equestre che sta sopra rappresenta la ricchezza egemonica, il cavallo che sta sotto rappresenta il popolo depauperato dei suoi diritti.

Come il cavallo è condotto, trattato, esibito non è indifferente al popolo che si identifica e parteggia unicamente per il cavallo, e non per chi ci sta sopra. E' obbligato a frusta, speroni, cilicio in bocca, o procede sicuro di sé volontariamente, collaborando attivamente per il bene collettivo del binomio? Questi significati simbolici, che inconsciamente attraversano la coscienza degli osservatori, non vanno sottovalutati, perché nell'era dei social i "cavalli" hanno numerosissimi portavoce popolari per la loro "difesa".

Gli eventi equestri mondani offrono un esempio importante delle terribili implicazioni della dissonanza cognitiva, ovvero negare l'ovvio per opportunismo. Proprio mentre celebriamo la bellezza e il potere dei cavalli, non possiamo non accorgerci che i cavalli vengono costretti a competere ai limiti dei loro arti e dei loro cuori. Quante volte queste gare sono state "coronate" da arresti cardiaci? Cavalli morti di crepacuore mentre gareggiavano per platee di ricchi?

I cavalli che cadono con le gambe rotte o che cadono morti per lo sforzo eccessivo durante le gare ippiche non sono rari e rappresentano un altro esempio di dissonanza cognitiva. E' ancora giustificato oggigiorno che un cavallo debba morire per scommesse sportive?

Visto che il pubblico, specie generico, identifica sempre il cavallo come il buono, chi sono gli ipotetici cattivi nell'accanimento agonistico contro i quali prendersela?

C'è una lunga lista di complici che sono legati a coloro che guadagnano dall'agonismo: l'allevamento e l'addestramento sono condotti per logoramento con un rapido ricambio di cavalli non adatti che genera esubero.

Possiamo prendere come esempio anche il Palio di Siena. In una svolta rapida e a gomito, il cavallo può essere condotto senza volontà attiva del fantino o della contrada alla sua morte. In questo modo, ogni persona che frequenta il Palio e osserva ma non testimonia il potenziale pericolo per il cavallo innocente, contribuisce ad attirarlo alla sua morte. Tutti coloro che partecipano al tifo stanno proiettando la loro frenesia che può concludersi con il sacrificio del cavallo alla platea di ammiratori. Chiaro che gli animalisti insorgono.

In qualche modo, la libido umana per la ricchezza, bellezza e divertimento legittima il dolore inflitto e il sacrificio di un cavallo - innocente per antonomasia nella coscienza collettiva - contribuendo a complicare il panorama attuale dell'industria equestre.

Non c'è dubbio che l'impiego di cavalli contro la loro volontà oggi generi risposte conflittuali nel pubblico.

Oggi abbondano le prove che i cavalli sono esseri senzienti e sociali che hanno la capacità di apprendere anche senza l'uso di violenza. Sono altamente sensibili al tatto e quindi rispondono fortemente al dolore come quello provocato dai rinforzi negativi.

Non è un caso se in molti chiedono l'abolizione della frusta nelle corse di cavalli, dato che occorre dare un segnale visivo al pubblico di cambiamento. Non importa se c'è di peggio della frusta, il pubblico per la fortuna degli ippici non lo sa.

I cavalli sono prede, preferiscono la fuga al confronto diretto con il nemico. Provano dolore e piacere proprio come gli umani e ci sono prove scientifiche che reagiscono meglio, in modo più collaborativo, all'addestramento con rinforzi positivi. Cambia molto per il pubblico che il cavallo arrivi all'infortunio o morte apparentemente da solo, per giustificare l'incidente non prevedibile, o ci arrivi a suon di frusta, speroni, imboccature che sembrano uscite dal museo della santa inquisizione.

Le persone nel mondo del cavallo si trovano oggi davanti a un bivio: continuare a negare i problemi per difendere lo status quo, o affrontarli, prendendosi maggiore cura dei cavalli, partendo da un addestramento meno cruento, alla manifestazione di spettacolarità con introdotti vari gradi di liberalità perché il cavallo non appaia costretto sotto minaccia a performare, alla coerenza con il destino ultimo.

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