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La posta può essere definita come un sistema per ancorare in sicurezza un cavallo in una zona desiderata perché non si muova liberamente. Non è un metodo di detenzione adeguato per un periodo lungo, in quanto limita la libertà di movimento, di trovare cibo, acqua, riparo, protezione dalle intemperie e dagli attacchi dei predatori.

Inoltre, può rappresentare un rischio per l'incolumità del cavallo se, nel tentativo di liberarsi, si impiglia o si ferisce.

La posta, protratta troppo a lungo, è un maltrattamento in quanto incompatibile con l'etologia dell'equino.

Lo stesso dicasi per altri metodi di contenimento coercitivo, ancora usati in alcune zone d'Italia, come le pastoie, corde legate agli anteriori dell'equino che gli limitano lo spostamento e gli invalidano l'andatura naturale. Le pastoie vengono ancora utilizzate da allevatori che non dispongono di recinti idonei al pascolo e che lasciano i cavalli in pascoli aperti, magari demaniali. Vengono utilizzate anche da persone che fanno trekking a cavallo, come metodo di contenzione temporaneo.

E' senso comune oggi considerare questi strumenti al limite del maltrattamento quando costituiscono la detenzione abituale, perché non rispettano l'etologia dell'animale e in particolare le 5 libertà.

Se vedete cavalli in pastoie, cercate di comprendere se ci sono lesioni sotto le corde, per capire l'intensità con la quale le pastoie sono utilizzate. Per l'attuale normativa, infatti, a meno che non ci siano lesioni, non si riesce a provare l'intensità dell'utilizzo, e quindi l'ipotesi di maltrattamento o cattiva gestione.

La posta può essere utile come metodo eccezionale di contenimento a breve termine (ad esempio durante un trekking, o nei casi in cui il cavallo deve essere visitato e medicato, o gli si devono fare i piedi, etc). Quando i cavalli sono tenuti legati necessitano di supervisione costante. I cavalli tenuti alla posta necessitano di ispezione frequente, e l'acqua va loro fornita con regolarità. 

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