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Il 2 aprile 2019 la Camera dei Deputati ha approvato, nell’ambito del d.d.l. recante “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”, l’emendamento che introdurrebbe nel corpo del codice penale l’art. 612-ter sul c.d. revenge porn, l’odiosa e tristemente diffusa pratica consistente nel vendicarsi dell’ex partner diffondendo, spesso via internet, materiale pornografico che lo ritrae.

L'esame è poi passato al Senato. Quasi in contemporanea, sempre a Palazzo Madama, sono state incardinate in commissione Giustizia tre proposte di legge una di Fi, una del Pd e una di M5s specifiche sul tema. 

Le proposte di legge prevedono in tutti e tre i casi il carcere. Nei vari testi si va da un minimo di 6 mesi a un massimo di 4 anni di reclusione.

Il 7 maggio scorso in commissione è stato deliberato di approfondire l'argomento con un ciclo di audizioni. 

Recentemente il premier Giuseppe Conte ha fatto un appello alle forze politiche: 'La maggioranza è pronta a votare il revenge porn. E' una battaglia di civiltà, dobbiamo essere tutti uniti'.

Speriamo sia così, perché il Senato ancora non ha approvato il testo e il reato esiste e produce vittime.

Va detto che il reato è passibile di essere commesso anche nel mondo del cavallo e delle relazioni che ivi si intersecano, senza adeguata copertura legislativa per prevenzione e punizione in giustizia ordinaria.


Per quanto riguarda la giustizia sportiva, l'ipotesi di reato è prevista, dunque contestabile se qualcuno vuole sporgere denuncia.

Un caso specifico è arrivato in Corte D'Appello Federale FISE (secondo e ultimo grado di giudizio sportivo).

Il caso prende l'avvio da un esposto presentato l'anno prima, nel 2018, che aveva dato una condanna nel complesso più grave, ma rivista al ribasso in Corte D'Appello l'anno successivo per vie dell'ipotesi difensiva presentata dai legali.

La Corte D'Appello FISE ha riconosciuto il reato contestato come segue:

  • Aver paventato, dopo la rottura della relazione con la denunciante, la divulgazione di un video di natura strettamente personale che quest'ultima gli aveva in precedenza trasmesso, la cui pubblicazione avrebbe prodotto danni irreparabili alla vita personale e professionale della stessa.

Va sottolineato come il caso non riguardi una minorenne, ma una persona adulta e il fatto che non ci sia stato patteggiamento, il che rende la sentenza pubblica sul sito della FISE per quanto riguarda il regolamento in essere della giustizia sportiva.

Per questo capo d'accusa la Corte d'Appello della FISE ha condannato in data 21 febbraio 2019 un istruttore d'equitazione lombardo alla sospensione dalla qualifica di istruttore tecnico, operatore tecnico, ufficiale di gara per 8 mesi e ammenda di euro 1.500. La sentenza è pubblica, sul sito della FISE.

Leggi anche: come presentare un esposto in giustizia sportiva.