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La mercificazione dell'amore per il cavallo sui social

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La storia dell'essere umano è saldamente radicata nella delineazione delle differenze per giustificare l'abuso dei vincenti sui perdenti, a sfavore di quelle similitudini che dovrebbero muovere invece alla compassione: uomo su donna, adulto su bambino, cultura su natura, umano su animale, pet su cavallo, cavallo sportivo su cavallo macellabile, cavaliere su cavallaro, ricco su povero, bianco su nero. 

Nella cultura occidentale contemporanea, i cavalli sono emblema di questa speciazione a favore del consumismo, senza tutela per i più deboli. Pertanto, i cavalli sono inferiori ai pets (cane e gatto), e trincerati in una posizione di sottomissione alle esigenze del mercato, al fine di garantire un più ampio commercio utilitaristico della specie, che non va di certo nella direzione della tutela.

Così, si sono poste delle gerarchie all'interno degli equidi a privilegio delle esigenze di mercato. Tra queste, l’ibrido europeo "cavallo non macellabile", concetto già destinato al fallimento a causa della doppia logica intrinseca della convenienza e della mancanza di misure di congruità con il destino ultimo, cioè che conviene registrarlo come non macellabile per non sopportare i controlli di sanità animale obbligatori per gli allevamenti da macello, conviene poi chiamare il camion che porti via l'animale quando è di troppo per le proprie esigenze.

Manca una normativa che costringa gli umani alla congruità con il destino ultimo, vista la debolezza dell'anagrafe equidi, in assenza di controlli capillari sui registri di carico e scarico degli equini e quindi sulla tracciabilità, con punizioni severe per gli smarrimenti di cavalli, invece incentivati attraverso moduli amministrativi scaricabili dal web "per furto e smarrimento", il cui esito non è diverso dal dichiarare l'aver perso un mazzo di chiavi, cioè senza conseguenze.

In assenza di norme specifiche di tutela per il cavallo non macellabile, possiamo concludere che il sistema è assai contemporaneo, cioè assai ipocrita e improntato al puro consumismo. 

 L’ibridazione del cavallo a oggetto d'amore a tempo determinato è ben visibile sui social.

Sui profili di coloro che pubblicano i loro selfie mentre baciano il cavallo, sono in pose affettive con lui, con messaggi del tipo "amo i cavalli perché mi insegnano la libertà", "il cavallo è la mia vita", "posso fidarmi di lui più di chiunque altro", "mi ha aiutato nei momenti più difficili"… passa un po’ di tempo e hanno già cambiato cavallo, anche liberandose in modo incauto, se non hanno trovato alternative.

Diffondono in questo modo, forse inconsciamente, l’idea di un amore ibrido per il cavallo, cioè a convenienza, che nulla ha a che vedere con l’amore vero, se per amore vero s’intende quello che resiste alle intemperie, dove c’è la disponibilità dell’uno a rinunciare a qualcosa di sé per l’altro, a fare un passo indietro quando necessario pur di conservare la relazione non con l’oggetto di desiderio o di status, ma con l’individuo amato, che è un soggetto di diritto e non un oggetto di svago, e con il quale si è sviluppata una relazione e un vissuto che implicano delle responsabilità ben precise che non si possono scaricare con lo "smarrimento" o "affido incauto" (che sono poi la stessa cosa).

Tutta questa diffusione del concettto di amore mercificato, nella fattispecie di amore sveltina per il cavallo, non promuove affatto l’affinità elettiva uomo-cavallo, il binomio nel senso vero, la cultura equestre profonda, ma un ibrido di queste.

Il modello che si diffonde è:

"Noi umani abbiamo bisogno di voi cavalli purché voi siate cose, in modo che noi possiamo fingere di essere qualcosa di più dignitoso e magnificente di ciò che in realtà siamo". 

Il che è il concetto alla base di tutta la pornografia, cioè la svendita dell’amore in esigenza di consumo, privata di ogni responsabilità. 

Un attimo di piacere, un attimo di amore… finito il quale il cavallo, se non serve più a dare quel piacere o status ambito, è un oggetto che si può cambiare, verso il quale non si è accumulato alcun debito.

Questa mercificazione del cavallo si può vedere anche in alcuni progetti di ippoterapia, negando di fatto la validità morale di quei programmi. Ivi si afferma, infatti, che l'inclusione e integrazione sociale degli invalidi dipende dall'opportunità, visto che il cavallo difettoso viene spedito senza rimorsi al macello, riaffermando l'ibridazione del concetto di inclusione, valido solo per quei disabili umani il cui aiuto comporta magari sgravi fiscali o finanziamenti pubblici. Quanti maneggi farebbero ippoterapia se non ne avessero dei vantaggi economici? Non è questo un sinonimo di mercificazione dell'interesse per il disabile? Cosa deve imparare il disabile umano se il cavallo, non appena diventa disabile, viene spedito al macello perché inutile?

Viviamo dunque in una società in cui tutto può essere mercificato e anche gli umani possono essere usati e dismessi al bisogno, per convenienza economica, figuriamoci i cavalli.

Riflettendo su tutto ciò, si può arrivare alla conclusione che mercificare l’amore per qualcosa o qualcuno è solo un'altra svendita della ragione etica e morale alla circolazione veloce del piacere, della piccola soddisfazione, del mero raggiungimento di obiettivi quantitativi, del successo temporaneo e materiale senza responsabilità per le vittime che ci si lascia alle spalle.

 Forse sarebbe il caso di usare meno spesso la parola amore per riservarla ai sentimenti profondi, non superficiali.

Amare un cavallo non significa cederlo a chiunque sia disposto a rilevarlo, incluso il commerciante per il macello, non appena smette di essere idoneo per lo sport o lo svago.

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