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Il primo maestro

Bruno e Fulmine Bruno e Fulmine

Dopo la consapevolezza che in italia non sarei riuscito a vivere il mio fare cavallo senza dover cozzare con le assurdità dell’ambiente equestre regionale e nazionale, come spiegavo in un'intervista tempo fa, ho preso la decisione di partire all’estero. L’Australia, che già conoscevo, è stata una scelta quasi obbligata.

Quasi subito ho iniziato a lavorare, dopo meno di un mese avevo già una puledra da predisporre all’obbedienza e un paio di cavalli da “rimonta”. La mia scarsa conoscenza della lingua inglese non è stata un grosso problema, anche per il fatto che lavorando in olistica con Georgina (mia moglie), tramite lei che traduceva, le lezioni e quant’altro si svolgevano in maniera regolare. Un giorno, provando il cavallo che Georgina aveva preso in lavoro, Baxter, un bel grigio di 1,83 molto energetico, su un percorso di un metro e dieci, durante un incontro al jumping-club, mi notarono due sorelle gemelle allenatrici di cavalli da corsa. Subito si avvicinarono per farmi i complimenti per quanto ero fermo in sella, nonostante il cavallo si agitasse parecchio (secondo loro) e come riuscivo a seguire i suoi movimenti mantenendo sempre un ottimo assetto. Sinceramente sul momento, anche se contento dei complimenti ricevuti, non pensavo di averli meritati, in quanto il percorso non aveva nessuna difficoltà tecnica, anche se da un metro e dieci era semplice. Continuando a parlare con loro, ad un punto mi chiesero se nel caso, se avessero avuto bisogno, avrei voluto montare per loro ogni tanto. Li per lì, probabilmente anche grazie ai complimenti ricevuti, risposi che, anche se non avevo che una parziale esperienza di 8 mesi, come artiere, in una grande scuderia da corsa in Italia (dei fratelli Botti), la cosa avrebbe potuto interessarmi.

Subito ebbi dei ripensamenti, in quanto a mente fredda, mi resi conto che la mia esperienza con i cavalli da corsa era minima, quasi nulla e che non mi sentivo minimamente in grado di essere all’altezza di montare un cavallo da corsa in allenamento. Quelli che avevo montato nella mia precedente esperienza, non erano cavalli in allenamento, anzi erano a riposo e me li facevano montare per non tenerli fermi del tutto, con un allenamento molto leggero e senza vere e proprie aperture di fiato. Sperai da subito che quanto detto dalle ragazze e che la mia disponibiltà sarebbero, come spesso accade in italia, dette e dimenticate, ma non fu così.

Mai come quando iniziai a fare cavallo nell’ippica, gli insegnamenti del mio primo Maestro di cavalli, mi tornarono utili. Il mio primo Maestro, non mio padre che lo fu per quanto riguarda la parte culturale e tecnica equestre, ma Fulmine il mio primo pony. Fu proprio Fulmine il mio Maestro severo, nel fare cavallo.

Per una serie di coincidenze, mio padre portò a casa Fulmine il giorno del mio settimo compleanno, mentre giocavo di fronte a casa, scaricando il pony dal retro di una Simca 1000, mi disse “ah oggi è il tuo compleanno e questo è il regalo!”, sapevo bene che non era vero e che quel pony era lì per altro motivo e non certo per il mio compleanno, ma l’idea di avere un cavallo a misura per me mi piaceva. Fulmine, come molti pony, era bellino ma sicuramente poco simpatico, cioè dei momenti dava l’impressione di essere un tenerone ma in altri sembrava indemoniato. Dopo i primi mesi e dopo parecchie cadute, sfregamenti sulla staccionata, morsi e passaggi sotto i rami più bassi che capitavano a tiro, mio padre commentando con un suo amico, raccontava di quanto Fulmine cambiava carattere a seconda dell’attività che facevo con lui. Queste sue considerazioni, mi stimolarono ad una verifica. Ben presto, riuscii a capire quando era amichevole e quando no. Lo ritrovavo tranquillo e pacifico, quando passavo del tempo da solo con lui, sia che giocavo da terra che se montavo, raramente mi mordeva o minacciava, per il resto del tempo mi sopportava bonariamente. Cambiava atteggiamento quando facevo lezione con mio padre, ma in maniera particolare diventava aggressivo, quando mi occupavo del suo governo. Mi ricordo bene il timore, per non dire la paura, che provavo quando mio padre mi mandava a riprenderlo dal campo, sembrava che tutte le volte che andavo, lui diventava isterico, mi attaccava a bocca aperta e orecchie schiacciate, ma anche quando era dentro e dovevo portargli da mangiare o pulire la lettiera, i morsi e i calci si sprecavano. La prima cosa che imparai da lui, fu quella di non dare per scontato il risultato.

La seconda, la velocità di reazione, poi lentamente imparai a vanificare molti dei suoi attacchi e a capire bene quando mi minacciava. Già a questo livello, iniziai a gestirlo limitando al minimo i danni e le varie sbucciature che mi procurava, ma quelle poche volte che riusciva a beccarmi, i morsi e i calci, vista la sua determinazione, facevano sempre più male. Iniziai a quel punto a chiedermi il perché di questi cambiamenti d’umore di Fulmine, fino ad un giorno che, ricordo ancora a distanza di anni molto bene, dopo che mio padre mi chiese di accudire il pony e io cercai fermamente di rifiutarmi, fui obbligato con argomenti molto persuasivi a svolgere questa mansione, mentre mi avviavo verso il prato dove pascolava Fulmine, imprecando e lamentandomi di essere l’unico in casa a dovermi occupare di lui e con atteggiamento di un qualsiasi bambino di quasi 8 anni, obbligato con la forza a fare quello che non vuol fare.

Notai da lontano un atteggiamento strano del cavallo. Ho ben presente, a tutt’oggi, la sensazione che provai guardandolo, non riuscirei però a descriverla, era come se mi guardasse deluso, come se dicesse “vedi di non prendertela con me”, a quel punto la mia rabbia e frustrazione esplose in un pianto liberatorio, con le lacrime agli occhi, mi armai del piccolo bastone, che usavo quando andavo a riprenderlo, nell’evenienza di difendermi da un suo quasi sicuro attacco, avvicinandomi mi accorsi che Fulmine invece di iniziare a irrigidirsi come al solito, se ne stava calmo e tranquillo. Quello fu il momento che iniziai a capire il fare cavallo, di quanto l’atteggiamento dell’uomo modifica lo stato d’animo del cavallo. In quel momento, sono riuscito a capire il perché tutte le volte che Fulmine era scontroso, perché io a differenza delle volte che andavo da lui per giocare, facevo tutto contro voglia, o meglio esprimevo con il mio atteggiamento la mia contrarietà. Iniziai da subito a sperimentare se il mio intendere potesse limitare ancora di più i severi attacchi da parte sua. Già la mattina dopo, ancora prima che mio padre insistesse troppo per farmi governare Fulmine, sempre sforzando la mia pigrizia, mi presentai a lui dicendogli tranquillamente che proprio non avevo voglia di fare quello che dovevo fare, ma visto che era da fare l’avrei fatto. Fulmine stranamente rimase fermo e io riuscii senza nessuna difficoltà a incavezzarlo e procedere al governo mattutino. Da quel punto, da questo mio radicale cambiamento, è nata una vera amicizia tra Fulmine e me, che è durata ben 14 anni, fino a quando tenendogli la testa sulle mie gambe lui mi ha abbandonato per sempre. Devo dire che il mio Maestro Fulmine mi ha insegnato delle cose, che io ho cercato di far conoscere ai miei amici di cavalli e che mi hanno permesso, per tornare alla mia esperienza ippica in Australia, di poter onorare la mia disponibilità data alle due gemelle allenatrici.

Memore degli insegnamenti appresi da Fulmine, anche se l’ansia da prestazione, per ottenere la patente per montare in pista prima e, in seguito, la paura di non controllare il cavallo e di correre il rischio di farmi male, la staffatura molto corta, la postura che impedisce limitando l’uso della mano e mille altre cose che mi aspettavo potessero succedere, mi rendevano teso come una corda di violino, mi approcciai al cavallo assegnatomi per l’esame pratico del brevetto, (che strano caso lo chiamano Ribs, che tradotto vuole dire “Costole” perché aveva spaccato le costole a due domatori di seguito,) con il massimo dell’umiltà possibile, confessando i miei dubbi e paure. Sempre mantenendo un contatto con lui, sia visivo che fisico, mi feci spiegare cosa avrei fatto e come volevano che lo facessi, poi con qualche movimento impacciato mi misi in sella… Devo dire che dopo qualche minuto a bisticciare con le mani, per riuscire a prendere contatto con la bocca, realizzai che il leggero contatto in bocca era molto più pesante di quello che io pensassi, iniziò ad andare meglio. Anche durante il galoppo in pista le cose sono andate bene, mi sono pure preso i complimenti dell’esaminatore, che diceva che a parte la differenza di come impugnavo le redini, montavo molto bene e che si vedeva che avevo buone gambe. Ero stupito di essere riuscito a montare con una tecnica a me sconosciuta o quasi, in più di averlo fatto sotto esame, senza averlo provato prima, che dire ....buona la prima. Con il cavallo ero riuscito a fare un compromesso e se anche io, ogni tanto, lo disturbavo, lui riusciva a farmelo sapere senza punirmi e io smettevo di farlo. Non so bene se questo modo di fare sia scientificamente corretto, ma mi ha permesso di far sì che il cavallo mi migliorasse la qualità della vita. Una grande verità che Fulmine mi ha insegnato è quella che io riassumo con una frase “L’essenza del fare cavallo è essere sinceri con se stessi”.

Per dovere di cronaca e per vostra curiosità, la mia prova a cavallo anche se moralmente è andata bene, non è stata così a livello fisico, perché avevo dolori dappertutto, interno delle ginocchia con abrasioni da sfregamento, la schiena a pezzi e le braccia che non riuscivo a muovere, con la sensazione che si fossero staccate dal tronco. Il giorno dopo, vista la bella prova del giorno prima, mi fecero montare due cavalli. Morale della favola ho chiamato amici fantini, per chiedergli se era normale sentirsi così. Ovviamente, tutti mi rassicuravano che con l’allenamento sarebbe passata. Oggi monto regolarmente dagli 8 agli 11 cavalli quotidianamente…

Credo proprio che la mia fortuna e sfortuna sia stata quella di incontrare Fulmine, il mio alter ego equino. Fortuna perché grazie a lui in 49 anni di esperienza nel fare cavallo, oltre a qualche livido, pestone, senza dimenticare qualche morso, non ho mai avuto bisogno di andare da un medico, né tanto meno di andare in ospedale a causa della mia pratica equestre, almeno per ora. La sfortuna è che l’ho conosciuto troppo presto e troppo giovane e ancora troppo presto l’ho perso. Ho cercato per il resto degli anni di trovare un cavallo che sapesse capire le mie difficoltà e i miei handicap come ci riusciva lui, ma anche se con quasi tutti i cavalli che ho conosciuto, prima o dopo, ho trovato una bellissima intesa, però ero sempre io a capire le loro difficoltà e i loro traumi. Pazienza, io comunque continuo a cercare Fulmine in tutti i cavalli che incontro, sono fiducioso nel fatto che prima o poi avrò una seconda possibilità nella mia vita di rincrociare il suo sguardo e venire a conoscenza di ulteriori segreti preclusi a molti altri.

Bruno ippico 2 Bruno Giongo 

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